וַיְדַבֵּ֥ר ה’ אֶל־מֹשֶׁ֥ה לֵּאמֹֽר׃ דַּבֵּר֙ אֶֽל־אַהֲרֹ֔ן וְאָמַרְתָּ֖ אֵלָ֑יו בְּהַעֲלֹֽתְךָ֙ אֶת־הַנֵּרֹ֔ת אֶל־מוּל֙ פְּנֵ֣י הַמְּנוֹרָ֔ה יָאִ֖ירוּ שִׁבְעַ֥ת הַנֵּרֽוֹת׃ וַיַּ֤עַשׂ כֵּן֙ אַהֲרֹ֔ן אֶל־מוּל֙ פְּנֵ֣י הַמְּנוֹרָ֔ה הֶעֱלָ֖ה נֵרֹתֶ֑יהָ כַּֽאֲשֶׁ֛ר צִוָּ֥ה ה’ אֶת־מֹשֶֽׁה׃ וְזֶ֨ה מַעֲשֵׂ֤ה הַמְּנֹרָה֙ מִקְשָׁ֣ה זָהָ֔ב עַד־יְרֵכָ֥הּ עַד־פִּרְחָ֖הּ מִקְשָׁ֣ה הִ֑וא כַּמַּרְאֶ֗ה אֲשֶׁ֨ר הֶרְאָ֤ה ה’ אֶת־מֹשֶׁ֔ה כֵּ֥ן עָשָׂ֖ה אֶת־הַמְּנֹרָֽה
Bemidbar 8, 1-4: H. parlò a Moshe dicendo: “Parla ad Aharon e gli dirai: ‘Quando accenderai i lumi, verso la parte anteriore (o centrale) del candelabro (Menorah) i sette lumi volgeranno la luce”. Aharon fece così: accese i suoi lumi in modo che illuminassero la parte anteriore (o centrale) del candelabro, come H. aveva comandato a Moshe. Quanto all’opera del candelabro, era fatto d’un sol pezzo d’oro, dal fusto ai fiori era di un unico pezzo: secondo la visione che H. aveva mostrato a Moshe, così fece il candelabro.
Per quale motivo il brano d’apertura della Parashah relativo alla Menorah segue immediatamente l’inaugurazione (Chanukkah) del Mishkan al termine della Parashah precedente – domanda Rashì (ad v. 2) -? Riportando il Midrash (Tanchumà, P. Beha’alotekhà, 5) racconta che quando Aharon vide i capi delle altre tribù portare le loro offerte rimase male, dal momento che egli stesso, a capo dei Leviti, non vi aveva preso parte. Il S.B. allora lo rincuorò dicendogli che avrebbe avuto un compito più grande degli altri, in quanto Aharon sarebbe stato chiamato ad accendere i lumi nel Mishkan quotidianamente. La Torah rimarca che “Aharon fece così”, “a lode sua, per il fatto che non mutò il comando ricevuto”, dice ancora Rashì (cfr. Sifrè 60). Ci si potrebbe domandare: avremmo mai potuto temere che Aharon tralignasse? Secondo il Gaon di Vilna la lode consiste nel fatto che ogni giorno della sua vita egli compì la Mitzwah con le proprie forze come la prima volta, senza mai dare segni di insofferenza o cedimento. Malbim, altresì, mette in relazione il nostro passo con la creazione del mondo. Al termine di ogni giornata è scritto “e così fu” come D. aveva programmato tranne che nella prima, ove troviamo semplicemente “e luce fu”: ciò perché dopo la Trasgressione D. nascose la luce primordiale e lasciò agli uomini soltanto quella alterna degli astri. L’espressione “Aharon fece così” vuole affermare che egli ripristinò il “così” mancante nel racconto della creazione della luce. In altre parole l’accensione della Menorah riportò nel mondo la sua Luce come prima del Peccato, senza il mutamento che ne era seguito.
Nachmanide (ad loc.) pone un’altra obiezione. In cosa consisteva la superiorità dell’accensione della Menorah rispetto alle offerte dei capi-tribù? Se da un lato si può affermare che si sarebbe trattato di un precetto quotidiano a fronte di contributi una tantum, è lecito d’altronde osservare che entrambi gli atti presentavano lo stesso limite temporale: come la distruzione del Bet ha-Miqdash avrebbe posto fine ai sacrifici, altrettanto sarebbe accaduto con l’accensione della Menorah! Nachmanide risponde che il Midrash allude a un’altra accensione: quella conseguente al miracolo di Chanukkah, che avrebbe visto protagonisti i Chashmonaim discendenti di Aharon e avrebbe portato i lumi in tutte le case ebraiche ben oltre la distruzione del Tempio!
Sotto il profilo più strettamente halakhico, prosegue Nachmanide, la riproposizione del tema dopo che la Torah aveva già parlato dei lumi all’inizio della Parashat Tetzawweh (Shemot 27, 20) e nella Parashat Emor (Wayqrà 24, 2) deve contenere degli elementi nuovi. Il commentatore ne identifica tre: 1) nei brani precedenti non era nominata la Menorah: avremmo pensato che si sarebbero potuti accendere i lumi senza di essa, pertanto giunge il nostro versetto ad affermare che la Menorah è indispensabile in ogni caso; 2) nei brani precedenti non erano nominati esplicitamente Aharon e i suoi figli per il ruolo dell’accensione, ma solo i Figli di Israel in qualità di donatori dell’olio: senza il nostro versetto avremmo pensato che chiunque avrebbe avuto anche la facoltà di accendere i lumi; 3) infine, nel nostro versetto non è più nominata la Tenda della Radunanza: senza di esso avremmo pensato che i lumi erano necessari solo nel Mishkan in quanto privo di finestre. La Mitzwah valeva invece anche nel Bet ha-Miqdash che di finestre era dotato (1Melakhim 6, 4): la luce della Menorah, infatti, non era una necessità di D. all’interno della Sua Casa, ma una fonte di ispirazione per l’Uomo all’esterno (cfr. anche il commento di R. Itzchaq Shemuel Reggio ad loc.).
R. Bachyè ribadisce altre halakhot nel suo commento. La Menorah doveva essere effettivamente confezionata di un sol pezzo di metallo, ma l’uso dell’oro era solo preferenziale (Sifrè 61, Menachot 28a), a condizione che avesse sette lumi, né più, né meno. Ho menzionato Chanukkah. C’è una tradizione riportata nel Talmud (Rosh ha-Shanah 24b; ‘Avodah Zarah 43a; Menachot 28b; cfr. anche Pessiqtà Rabbatì 2, 5a) e nella Meghillat Ta’anit (ma non nei libri dei Maccabei), secondo cui l’olio puro non fu il solo problema dei Maccabei allorché entrarono nel Tempio profanato. Antioco Epifane aveva portato via tutto, compresa la Menorah (1Macc. 1, 21). Cosa avrebbero potuto accendere? “Allorché i Chashmonaim giunsero sul Monte del Tempio avevano in mano sette lance di ferro: le unirono (ovvero: le ricoprirono) con lo stagno e le adoperarono (le accesero) per tutti gli otto giorni” in attesa che giungesse l’olio nuovo dalla Galilea. “Nel tempo, man mano che la loro condizione economica migliorava rifecero lance d’argento e poi d’oro”. Daniel Sperber spiega, sulla base della letteratura greca, che doveva trattarsi con ogni probabilità di lance “femmine”, culminanti in una cavità in cui avevano infilato l’olio e gli stoppini (“Shippudè ha-Maqqabim ma hem”, in “Sinay” 53 (5723), p. 280-282; “May Chanukkah” in “Minhaghè Israel”, vol. V, p. 4-8). L’elemento innovativo di questo Midrash consiste verosimilmente nel fatto di aver adoperato armi di ferro per un atto sacro dentro il Bet ha-Miqdash, in contrasto con la prescrizione della Torah che proibisce di brandire ciò che accorcia la vita umana sull’Altare che ha il compito di allungarla (Rashì a Shemot 20, 22; cfr. anche Devarim 27, 5). L’emergenza della situazione sia sotto il profilo militare che quello religioso (lo stato di impurità conseguente all’idolatria) avrà probabilmente indotto i Chashmonaim a transigere. Forse per questa ragione essi hanno coperto il ferro con lo stagno.
Il Midrash (Tanchumà, P. Beha’alotekhà, 6) narra che quando il Bet ha-Miqdash fu distrutto la Menorah venne nascosta, in modo da non dare soddisfazione ai nemici. La Menorah, infatti, era dotata di qedushah: Moshe aveva avuto serie difficoltà a costruirla, finché D. stesso lo invitò a gettare un kikkar d’oro nel fuoco e la Menorah ne emerse già fatta. Forse l’occultamento si riferisce al Primo Tempio, in quanto i dati archeologici relativi al Secondo sono difficilmente conciliabili, come vedremo, ma il racconto parallelo nel Talmud (Yomà 21b) lo smentisce. Alcuni hanno ipotizzato, sulla base di una testimonianza di Giuseppe Flavio, che potessero esserci più copie della Menorah a disposizione del Tempio, forse proprio per il rischio che una diventasse inservibile per qualsiasi ragione e che non tutte siano state consegnate a Tito (“Bellum Iudaicum” 6, 8, 3; cfr. R. Israel Ariel, “Sefer ha-Miqdash”, Mekhon ha-Miqdash, Yerushalaim, 1995, p. 53).
È sempre Daniel Sperber a tracciare la storia della Menorah in un altro articolo (“The History of the Menorah” in JSS (1967), p. 135-159; “Le-Toledot ha-Menorah she-ba-Miqdash” in “Minhaghè Israel”, vol. V, p. 171-208). L’ultimo re dei Chashmonaim Mattatyah Antigono (37-40 a.E.V.) coniò monete con l’effigie della Menorah. Per quanto stilizzato, il modello ricalca da vicino la descrizione che ne dà il Talmud (Menachot 28b). I sette bracci giungono tutti alla stessa altezza, ma ciò che più conta per noi è il basamento su cui il candelabro poggia, costituito semplicemente da un tripode di dimensioni molto modeste in rapporto all’insieme. Il Talmud parla a sua volta solo di “piedi”, alti 3 palmi rispetto ai 18 del totale. Saranno più tardi Maimonide (Hilkhot Bet ha-Bechirah 3, 2) e Rashì (a Shemot 25, 31) ad aggiungere che si trattava precisamente di tre piedi! Nelle monete la Menorah è accompagnata da altri simboli, come quello del grappolo di vite, simbolo dell’indipendenza ebraica[1]: un grappolo di vite d’oro di grandi dimensioni si trovava collocato sopra l’ingresso principale del Bet ha-Miqdash (Tamid 29a; Chullin 92a). Sperber commenta che Antigono, che si definiva con il titolo di βασιλευς sulla moneta, intendeva ribadire la propria posizione come Kohen Gadol e re di una nazione indipendente al tempo stesso.
L’immagine sarebbe cambiata radicalmente più tardi. La testimonianza più nota proviene dal bassorilievo dell’Arco di Tito, costruito a Roma sotto l’impero di Domiziano nell’81 E.V. Esso raffigura il trionfo su Gerusalemme, celebrato dieci anni prima (Giuseppe Flavio, “Bellum Iudaicum” 7, 5, 5). Qui la Menorah, sollevata dai portatori su due grandi stanghe, presenta delle evidenti innovazioni. Se la parte superiore ricalca in generale la tradizione talmudica anche in termini proporzionali (benché i fiori e le coppe sui bracci vi figurino in numero inferiore, dato che basterebbe da solo a squalificarla), la base è del tutto differente. Questa Menorah non poggia su piedi, ma su un basamento di grandi dimensioni, che si configura da solo quasi come la metà dell’insieme. Non dubitando della fedeltà dell’artista rispetto a ciò che i suoi occhi avevano visto, si deve concludere che nel frattempo erano stati introdotti radicali mutamenti nel Bet ha-Miqdash rispetto alla tradizione e alla stessa halakhah.
Il nuovo basamento si presenta nella forma di due esagoni sovrapposti di dimensioni differenti. Nelle varie facce sono inserite immagini di dragoni e mostri marini, totalmente estranei alla Torah. La Mishnah (‘Avodah Zarah 3, 3) afferma infatti che “chi trova suppellettili adornate con immagini del sole, della luna o di draghi, deve condurle al Mar Morto” e distruggerle, in quanto sono da considerarsi oggetti di culto idolatrico. Nel caso del basamento della Menorah sull’Arco di Tito la fonte di queste decorazioni va probabilmente ricondotta al Santuario del dio Apollo a Didima, dove ricorre questo tipo di iconografia. Si può pensare che Erode, intraprendendo l’ampliamento del Bet ha-Miqdash, le abbia riprodotte a Gerusalemme in ossequio al suo protettore Augusto, devoto di questa divinità cui il futuro imperatore aveva attribuito la propria vittoria ad Azio nel 31 a.E.V. (Giuseppe Flavio, “Antiquitates Iudaicae”, 14, 14, 5). Insomma Erode, succeduto all’ultimo dei Chashmonaim, restaurò la Menorah, forse danneggiata nel sacco dei Parti (ibid. 14, 13, 9), a proprio uso e consumo: la trasformò nel simbolo della soggezione del popolo ebraico a Roma. Il dibattito fu ripreso millenovecento anni più tardi, all’indomani della proclamazione del moderno Stato d’Israel. Quando fu indetto un concorso per l’emblema del nuovo stato nel luglio 1948, dopo molte tergiversazioni e alterne vicende durate alcuni mesi, nel febbraio 1949 fu infine scelta proprio l’immagine della Menorah così come si presenta sull’Arco di Tito. Essa doveva essere accompagnata dal conio di nuove monete con la scritta Judaea restituta in luogo della Judaea capta che figura sulle antiche monete romane. Prevalse dunque l’idea di chiudere il cerchio. L’apprezzamento fu tutt’altro che unanime. Rav Herzog, allora Rabbino Capo d’Israel, scrisse: “Oggi che abbiamo nuovamente meritato la luce di Tzion simboleggiata dalla Menorah, il nostro governo non ha fatto bene. Ha infatti scelto di imitare l’effigie della Menorah sull’Arco di Tito, sulla quale evidentemente hanno messo mano gli stranieri, non essendo pura in conformità con la sua qedushah… Non solo. Un archeologo mi ha testimoniato che le Menorot raffigurate nelle catacombe ebraiche a Roma poggiano su un tripode e così è per tutte quelle riprodotte nei mosaici degli antichi Battè ha-Kenesset in Eretz Israel”. Un’imperdibile occasione mancata!
[1] Cfr. Bemidbar 13, 23 (dalla Parashat Shelach successiva alla nostra, che in Israel costituisce già la lettura di questo Shabbat: l’immagine dei portatori del grappolo è entrata nello stemma del Ministero del Turismo israeliano); Yesha’yahu 5, 7 e soprattutto Tehillim 80, 9, che viene spiegato in funzione della redenzione in Bereshit Rabbà 88, 5. Secondo un’interpretazione il prodotto finale della vite è il risultato di una lavorazione più impegnativa rispetto a qualsiasi altro frutto: ciò dà a Israel la forza di prevalere su tutti i suoi nemici. Secondo un altro Midrash la vite simboleggia gli studiosi della Torah: questi si reggono sul sostegno economico altrui come i tralci necessitano costantemente di legni d’appoggio.
“Shabbat Shalom” della Scuola Rabbinica Margulies Disegni di Torino
