La parashà ha inizio con una visione profetica di Avraham: “Il Signore apparve a lui nella pianura di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno […]. E disse: “Mio Signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre al tuo servo” (Bereshìt, 18:1, 18:3).
Rashì (Troyes, 1040-1105) commenta che questo era il terzo giorno dopo che Avraham aveva fatto la milà (circoncisione) ed era dolorante. Il Signore gli era apparso come per fare visita a un malato. Avraham si era seduto all’ingresso della sua tenda per vedere se vi erano dei viaggiatori ai quali offrire ospitalità. Quando vide tre uomini, egli chiese al Signore di non lasciarlo mentre si sarebbe occupato dei suoi ospiti.
R. Israel Belsky (New York, 1938-2016, Brooklyn) in Einei Yisroel (p.97) cita i Maestri nel trattato Shabbàt (127a) che da questi versetti derivano un insegnamento incredibile: “Accogliere degli ospiti è più importante che accogliere la Presenza Divina”. Questo è il motivo per cui Avraham chiese al Signore di aspettare mentre egli offriva un pranzo ai suoi ospiti. R. Belsky osserva che il fatto che l’ospitalità abbia precedenza sulla Presenza divina richiede una spiegazione. È ragionevole presumere che chi riceve una visione profetica metta in disparte ogni altro impegno. Avraham invece fece il contrario! Al fine di capire quello che fece Avraham è necessario capire cosa sia la mitzvà dell’ospitalità e il ruolo che aveva in essa il nostro patriarca Avraham.
Avraham era la personificazione della benevolenza (chessed). L’ospitalità è una completa manifestazione della benevolenza. I Maestri nei Pirkè Avòt (Massime dei padri, 1:2) insegnano: “Il mondo si basa su tre cose: sulla Torà, sul servizio e sulla benevolenza”. La Torà inizia con un atto di benevolenza con il Signore che fece per Adamo e sua moglie dei vestiti di pelle (Bereshìt, 3:21), e termina con un atto di benevolenza con il Signore che seppellì Moshè nella valle (Devarìm, 34:6).
Ogni mitzvà che governa i rapporti tra una persona e l’altra può essere compresa come un’espressione formale di benevolenza. Avraham aveva perfezionato il suo livello di benevolenza nel fornire ospitalità in modo esemplare. R. Belsky aggiunge che, approfondendo questo concetto, la benevolenza è parte del comportamento divino, della via del Signore (dèrekh Hashem). Avraham rifletteva il comportamento divino in ogni sua azione ed era un esempio vivente “dell’immagine divina”. Avraham educava il mondo a vedere la benevolenza divina in ogni aspetto della Creazione, grazie all’attenzione che prestava ai suoi ospiti.
A parte questi insegnamenti morali che i Maestri traggono dall’episodio all’inizio di questa parashà, i commentatori offrono diverse spiegazioni.
Il Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) nella Guida dei Perplessi (II, 42) afferma che tutto l’episodio dalla visita dei tre angeli fino al salvataggio di Lot dalla distruzione di Sodoma faceva parte della visione profetica di Avraham. Egli scrive: “Abbiamo già dimostrato che l’apparizione o le parole di un angelo, menzionate nelle Scritture, avvenivano sempre in visione o in sogno; che ciò sia dichiarato esplicitamente o meno non fa alcuna differenza […]. Si tratta di un punto di notevole importanza. In alcuni casi, il racconto inizia affermando che il profeta ha visto un angelo; in altri, viene introdotto un essere umano che, in seguito, si rivela essere un angelo. Tuttavia, la sostanza non cambia: se solo alla fine si accenna al fatto che a parlare sia stato un angelo, si può star certi che l’intero racconto, fin dall’inizio, descrive una visione profetica. In tali visioni, il profeta può vedere Dio che gli parla, […] oppure un angelo che si rivolge a lui; può udire qualcuno parlare senza vederne l’autore, oppure vedere un uomo che gli parla, per poi scoprire in un secondo momento che si trattava di un angelo. In quest’ultima tipologia di profezie, il profeta riferisce di aver visto un uomo intento a compiere un’azione o a pronunciare delle parole, per poi apprendere, solo in seguito, che si trattava di un angelo. Questo importante principio fu adottato da uno dei nostri Saggi, tra i più illustri, Rabbi Chiya il Grande (Bereshìt Rabbà, 48:9), nell’esegesi del passo scritturale che inizia con le parole: «E il Signore gli apparve nella pianura di Mamre». All’affermazione generale secondo cui il Signore apparve ad Avraham segue la descrizione delle modalità di tale apparizione: Avraham vide dapprima tre uomini, corse loro incontro e rivolse loro la parola. Rabbi Chiya, autore di questa spiegazione, sostiene che le parole di Avraham «Mio Signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, ti prego, non oltrepassare il tuo servo» furono pronunciate nel contesto di una visione profetica, rivolte a uno dei tre uomini; egli afferma, infatti, che Avraham indirizzò tali parole al capo di quel gruppo. Si presti molta attenzione a questo punto, poiché si tratta di uno dei grandi misteri [della Torà]”.
