Rashì — Prima parte[1]
Dott.ssa Avigail Rock z.l. – Beit Midrash Virtuale – Yeshivat Har Etzion 11.8.2014
1. Introduzione: l’importanza del commento di Rashì
Nell’introduzione al proprio commento alla Torà, Nachmanide rende omaggio a Rashì con queste parole:
וְאָשִׂים לְמָאוֹר פָּנַי נֵרוֹת הַמְּנוֹרָה הַטְּהוֹרָה, פֵּרוּשֵׁי רַבֵּנוּ שְׁלֹמֹה עֲטֶרֶת צְבִי תִּפְאָרָה. מֻכְתָּר בְּנִימוּסוֹ, בַּמִּקְרָא, בַּמִּשְׁנָה וּבַגְּמָרָא, לוֹ מִשְׁפַּט הַבְּכוֹרָה. בִּדְבָרָיו אֶהְגֶּה, בְּאַהֲבָתָם אֶשְׁגֶּה, וְעִמָּהֶם יִהְיֶה לָנוּ מַשָּׂא וּמַתָּן, דְּרִישָׁה וַחֲקִירָה. בִּפְשָׁטָיו וּמִדְרָשָׁיו וְכָל אַגָּדָה בְּצוּרָה, אֲשֶׁר בְּפֵרוּשָׁיו זְכוּרָה.
«Porrò a illuminare il mio volto le luci della menorà pura: i commenti del nostro maestro Shelomò, corona di splendore e di gloria. Adorno della sua sapienza nella Scrittura, nella Mishnà e nella Ghemarà, a lui spetta il diritto della primogenitura. Mediterò le sue parole, mi perderò nell’amore per esse e con esse intratterremo un dialogo fatto di ricerca e di indagine, sui suoi commenti letterali, sui suoi midrashim e su ogni prezioso racconto aggadico ricordato nelle sue spiegazioni». (Nachmanide, Introduzione al commento alla Torà)
È difficile sopravvalutare l’importanza dei commenti di Rashì nella formazione della visione del mondo del popolo ebraico. Si può affermare che, dopo la Bibbia e il Talmud, essi occupino il posto successivo per ampiezza della loro influenza. Una testimonianza significativa è il fatto che il primo libro ebraico dato alle stampe fu la Torà accompagnata dal commento di Rashì. I suoi commenti alla Torà costituirono il punto di partenza e il fondamento per molti esegeti successivi. A essi sono stati dedicati centinaia, se non migliaia, di articoli e studi, e il suo commento alla Torà ha suscitato più supercommentari[2] di qualsiasi altro commento nella storia ebraica, a meno di considerare anche il Talmud come un commentario in questo senso. Prima di esaminarne l’influenza, occorre però conoscere i caratteri dell’epoca in cui visse e comprendere in quale modo l’ambiente culturale ne plasmò l’opera.
L’epoca di Rashì e i suoi caratteri
Rabbenu Shelomò Yitzchaqì[3] nacque nel 1040 a Troyes, nella Francia settentrionale, e nella stessa città morì nel 1105. Uno dei fenomeni caratteristici della Francia dell’XI secolo fu l’intensificarsi dei rapporti sociali ed economici con la popolazione non ebraica, favorito dallo sviluppo dell’economia. Un altro fenomeno fu quello che gli storici chiamano «Rinascimento del XII secolo»: un movimento che raggiunse il suo apogeo nel secolo successivo, ma i cui primi segni erano già visibili nell’XI secolo.[4] Due studiosi lo hanno descritto come una «ricerca incessante di autorità nuove e antiche, una critica audace dell’autorità, un’instancabile ricerca del sapere e la determinazione a rielaborare tanto le conoscenze nuove quanto quelle antiche».[5]
Questi due processi, la crescita economica e l’innovazione intellettuale, erano strettamente collegati. Lo sviluppo delle relazioni sociali ed economiche moltiplicò infatti le occasioni quotidiane di contatto con la società cristiana, cosicché le trasformazioni spirituali dell’una influenzavano quelle dell’altra.[6] L’interesse comune per la Bibbia e la sua interpretazione arricchì lo studio delle Scritture e pose nuove sfide intellettuali agli studiosi di entrambe le religioni. Nel mondo cristiano, il Rinascimento del XII secolo fu contraddistinto, sul piano esegetico, da una riduzione dell’interpretazione allegorica delle Scritture e da una crescente attenzione al loro significato letterale: una tendenza che, come vedremo, caratterizzò anche il commento di Rashì.
L’interesse condiviso per la Bibbia e la sua interpretazione generò inoltre numerose controversie religiose tra ebrei e cristiani, alcune delle quali pubbliche. Gli ebrei erano chiamati a confrontarsi con i cristiani talvolta per costrizione, talvolta per propria iniziativa, per difendere l’ebraismo dalle obiezioni cristiane e contrastare il pericolo delle conversioni. Torneremo su questo tema più avanti; per ora è sufficiente sottolineare che il carattere del commento biblico di Rashì, orientato al peshat, fu influenzato anche dalla necessità di rispondere alle argomentazioni cristiane, mentre anche gli esegeti cristiani cominciavano a privilegiare il senso letterale. Nei suoi commenti troviamo, infatti, contenuti polemici diretti contro l’interpretazione cristiana della Bibbia.
La vita di Rashì
Non possediamo informazioni sui genitori di Rashì. Dal fatto che egli non riporti quasi mai spiegazioni a nome del padre[7] si può ipotizzare che quest’ultimo non fosse uno studioso di Torà. Non si sono conservate notizie sulla moglie di Rashì; sembra che avessero tre figlie, Yocheved, Miriam e Rachel, e forse una quarta figlia morta in giovane età. A diciotto anni Rashì si recò a studiare nell’importante yeshivà di Magonza, in Germania, fondata da Rabbenu Ghershom, detto Meor ha-Golà, «Luce dell’esilio».[8] Rabbenu Ghershom attribuiva grande importanza alla conoscenza e alla comprensione della Bibbia come presupposto dello studio talmudico. Quanto al Talmud, si adoperò per correggerne il testo affinché gli studenti disponessero di una versione uniforme;[9] una volta stabilito il testo, il compito principale dei maestri e degli allievi era interpretarlo.
Rashì, nato poco prima o qualche anno dopo la morte di Rabbenu Ghershom, non studiò direttamente con lui, ma fu profondamente influenzato dai suoi discepoli, soprattutto da Rabbi Yaakov ben Yakar,[10] dal quale apprese tanto la Bibbia quanto la Ghemarà. Dopo alcuni anni passò alla yeshivà di Worms, che si distingueva per il carattere innovativo del suo insegnamento e per l’elaborazione di nuovi metodi di studio. All’età di trent’anni, dopo aver acquisito una solida preparazione biblica e talmudica, tornò a Troyes, dove assunse immediatamente un ruolo centrale nella guida della comunità. Parallelamente all’impegno comunitario fondò una yeshivà, inizialmente frequentata da pochi studenti, il cui numero crebbe progressivamente. Il successo della scuola è attestato dai numerosi allievi di Rashì, le cui opere divennero riferimenti fondamentali per l’esegesi biblica e talmudica.[11]
Qual era il segreto del successo di Rashì come maestro? Il professor Avraham Grossman, nel suo importante libro Rashì, individua diversi fattori: il carattere democratico della yeshivà, che incoraggiava il pensiero critico e creativo, in netto contrasto con le accademie babilonesi e persino con quelle di Magonza e Worms; il rigore con cui Rashì analizzava le questioni e la sua vastissima conoscenza della Bibbia, del Talmud, delle decisioni halakhiche, dei midrashim aggadici e della poesia liturgica; infine, la sua personalità cordiale e luminosa e il rapporto affettuoso con gli studenti (Grossman, Rashì, pp. 59–60). Oltre a dirigere la yeshivà, a far parte del tribunale rabbinico e a guidare la comunità, Rashì scrisse commenti ai libri della Bibbia,[12] alla maggior parte del Talmud babilonese e centinaia di responsi.
2. Il testo del commento
Occorre innanzitutto chiarire che stabilire il testo originale del commento di Rashì alla Torà presenta notevoli difficoltà, a causa dell’elevato numero di manoscritti. Le differenze tra le versioni non si limitano a piccole varianti, ma possono essere sostanziali.[13] Nel 1905[14] lo storico e teologo Abraham Berliner (1833–1915) pubblicò un’edizione del commento basata su più di cento manoscritti e stampe; tuttavia, è probabile che neppure questa edizione riproduca esattamente il testo uscito dalla penna di Rashì. La moltiplicazione dei manoscritti si spiega facilmente con la straordinaria rapidità con cui il commento divenne richiesto tanto in Ashkenaz quanto in Spagna. Più complesso è comprendere perché si siano formate tante varianti testuali: diversi fattori sembrano aver concorso a questo risultato.[15]
I maestri che studiavano o insegnavano il commento aggiungevano talvolta osservazioni ai margini dei manoscritti; col tempo i loro nomi furono omessi e le annotazioni vennero incorporate nel corpo del commento.[16] Un’altra causa deriva dall’ampio ricorso di Rashì ai midrashim dei Maestri: in alcuni casi egli modificava, probabilmente in modo consapevole, la formulazione di un midrash o lo citava in forma abbreviata, e un copista successivo «correggeva» il testo per ricondurlo alla fonte rabbinica. La questione ha conseguenze importanti per lo studio di Rashì: talvolta gli interpreti costruiscono elaborate argomentazioni su un singolo dettaglio della sua formulazione, mentre il confronto tra i testimoni rivela che quel dettaglio appartiene soltanto a una versione e manca del tutto nelle altre. Perciò, prima di soffermarsi minuziosamente sulle parole di Rashì, occorre consultare almeno l’edizione Berliner e verificare l’affidabilità della lezione testuale.[17]
3. I destinatari del commento
Dopo la questione del testo, dobbiamo chiederci a quale pubblico Rashì intendesse rivolgersi. Su questo punto gli studiosi non sono concordi. Secondo Lifshitz,[18] il commento fu scritto per persone istruite, non per il pubblico indistinto: «Non compose il suo commento come un libro di spiegazioni destinato alle masse e agli ignoranti, bensì agli uomini colti della sua generazione che possedevano una qualche familiarità con la Torà». D’altra parte, nei commenti di Rashì sono significativamente assenti lunghe disquisizioni grammaticali, complesse argomentazioni halakhiche e intricate discussioni filosofiche o teologiche. Sembra quindi più plausibile che egli si rivolgesse a tutti e che ciascuno potesse accostarsi alla sua opera secondo il proprio livello: chi non possedeva una preparazione precedente poteva leggere e comprendere agevolmente le spiegazioni, mentre lo studioso era in grado di approfondirle.
Il commento, dunque, non era destinato esclusivamente ai dotti, ma manifestava chiaramente l’intento di rendere la Torà accessibile e comprensibile a tutti.[19] Proprio qui risiede uno dei suoi meriti maggiori: la capacità di esprimersi in modo che tanto gli studiosi quanto i bambini delle scuole elementari trovino interesse e insegnamento nelle sue parole. È un talento esegetico raro, difficilmente paragonabile a quello di altri commentatori biblici attraverso i secoli.
4. «Un’aggadà che si accorda con le parole della Scrittura»
Rashì non compose una prefazione sistematica al proprio commento; tuttavia, nella spiegazione a Genesi 3,8 si trova una vera e propria dichiarazione programmatica. Il versetto dice:
וַיִּשְׁמְעוּ אֶת־קוֹל יְהוָה אֱלֹהִים מִתְהַלֵּךְ בַּגָּן
«Udirono la voce del Signore Dio che percorreva il giardino». (Genesi 3,8)
Rashì commenta:
וַיִּשְׁמְעוּ — יֵשׁ מִדְרְשֵׁי אַגָּדָה רַבִּים, וּכְבָר סִדְּרוּם רַבּוֹתֵינוּ עַל מְכוֹנָם בִּבְרֵאשִׁית רַבָּה (יט, ו) וּבִשְׁאָר מִדְרָשׁוֹת, וַאֲנִי לֹא בָאתִי אֶלָּא לִפְשׁוּטוֹ שֶׁל מִקְרָא וּלְאַגָּדָה הַמְיַשֶּׁבֶת דִּבְרֵי הַמִּקְרָא דָּבָר דָּבוּר עַל אָפְנָיו. וּמַשְׁמָעוֹ: שָׁמְעוּ אֶת קוֹל הַקָּדוֹשׁ בָּרוּךְ הוּא שֶׁהָיָה מִתְהַלֵּךְ בַּגָּן.
«Udirono» — Esistono numerosi midrashim aggadici, che i nostri Maestri hanno già ordinato appropriatamente in Bereshit Rabbà (19,6) e in altre raccolte midrashiche. Io, però, non sono venuto se non per spiegare il senso semplice della Scrittura e quell’aggadà che si accorda con le parole della Scrittura, ogni espressione al suo giusto posto. Il significato è dunque che udirono la voce del Santo, benedetto Egli sia, che percorreva il giardino. (Rashì a Genesi 3,8)
Rashì si considera anzitutto un interprete del peshat: «Non sono venuto se non per spiegare il senso semplice della Scrittura». Sotto questo aspetto fu senza dubbio un innovatore nella Francia e nell’Ashkenaz, dove prima di lui lo studio biblico non era generalmente praticato secondo il metodo del peshat; in Spagna, invece, tale approccio era già diffuso grazie a Shemuel ben Chofnì, Rav Saadia Gaon e Ibn Janàḥ. Il compito dell’esegeta letterale consiste nello spiegare la Scrittura attraverso la Scrittura stessa, secondo il significato linguistico immediato, il contesto e le regole grammaticali.[20] Rashì precisa tuttavia che nel commento accoglierà anche delle aggadot, ma soltanto di un tipo particolare: «un’aggadà che si accorda con le parole della Scrittura, ogni espressione al suo giusto posto». Non è immediatamente chiaro che cosa intenda con questa formula.
Per il momento[21] possiamo interpretarla così: Rashì aveva davanti a sé un gran numero di midrashim relativi a ciascun versetto. Con quale criterio li selezionava? Quale principio lo portava ad accoglierne alcuni e a respingerne altri? Proprio perché era un interprete del peshat, egli presentava al lettore soltanto i midrashim dei Maestri compatibili con la struttura sintattica del testo, i cui particolari aggiuntivi potevano inserirsi nel contesto e nella continuità del racconto. Le spiegazioni midrashiche da lui riportate aggiungono certamente informazioni non esplicitamente contenute nel versetto, ma tali aggiunte non contraddicono il significato semplice: vi si armonizzano.
La dottoressa Sarah Kamin ha definito così questo approccio:
«Nel suo modo di interpretare i versetti, Rashì aveva presente una categoria di unità compiuta, nella quale tutte le componenti — struttura sintattica e grammaticale, significato linguistico e contenuto — si trovano in un rapporto di reciproca relazione, sia tra loro sia con l’unità considerata nel suo insieme». (Sarah Kamin, Rashì: peshutò shel miqrà u-midrashò shel miqrà, Gerusalemme, 1980)
Un esempio: la partenza dal Mar Rosso
Possiamo illustrare il metodo di Rashì attraverso Esodo 15,22:
וַיַּסַּע מֹשֶׁה אֶת־יִשְׂרָאֵל מִיַּם־סוּף
«Mosè fece partire Israele dal Mar Rosso». (Esodo 15,22)
Rashì conosceva diversi midrashim su questo versetto; ne considereremo due. Il primo, nel Tanchumà, afferma:
וַיַּסַּע מֹשֶׁה אֶת יִשְׂרָאֵל מִיַּם סוּף — שֶׁהִסִּיעָם בְּעַל כָּרְחָם, שֶׁלֹּא בְטוֹבָתָם. כֵּיצַד? בְּשָׁעָה שֶׁיָּצְאוּ יִשְׂרָאֵל מִמִּצְרַיִם יָצָא פַּרְעֹה לִרְדֹּף אַחֲרֵיהֶם בְּכָל אוֹתָם הָאֻכְלוּסִין… כְּשֶׁרָדַף פַּרְעֹה אַחֲרֵי יִשְׂרָאֵל בְּרֶכֶב וּפָרָשִׁים עָמַד וְקִשֵּׁט כָּל אוֹתָם הַסּוּסִים בַּאֲבָנִים טוֹבוֹת וּמַרְגָּלִיּוֹת… הָיוּ יִשְׂרָאֵל יוֹרְדִים בְּכָל יוֹם וְנוֹטְלִין מֵהֶם וְלֹא הָיוּ מְבַקְּשִׁים לָזוּז מִשָּׁם… עָמַד וְהִסִּיעָם בְּעַל כָּרְחָם.
«Mosè fece partire Israele dal Mar Rosso»: li fece partire contro la loro volontà, senza che lo desiderassero. In che modo? Quando Israele uscì dall’Egitto, il faraone partì all’inseguimento con tutte le sue schiere. Aveva adornato i cavalli dei suoi carri e della cavalleria con pietre preziose e perle. Quando giunsero al mare e il Santo, benedetto Egli sia, li sommerse, quelle pietre e quelle perle galleggiarono e furono gettate sulla riva. Gli israeliti scendevano ogni giorno a raccoglierle e non volevano allontanarsi. Vedendo questo, Mosè li fece partire contro la loro volontà». (Tanchumà antico, Beshallach)
Il secondo midrash, nella Mekhiltà, presenta invece un quadro opposto:
וַיַּסַּע מֹשֶׁה אֶת יִשְׂרָאֵל מִיַּם סוּף. רַבִּי אֱלִיעֶזֶר אוֹמֵר: לְהוֹדִיעַ שִׁבְחָן שֶׁל יִשְׂרָאֵל, שֶׁכֵּיוָן שֶׁאָמַר לָהֶם מֹשֶׁה קוּמוּ סְעוּ, לֹא אָמְרוּ הֵיאַךְ אָנוּ יוֹצְאִין בַּמִּדְבָּר וְאֵין לָנוּ מִחְיָה בַּדֶּרֶךְ, אֶלָּא הֶאֱמִינוּ וְהָלְכוּ אַחַר מֹשֶׁה. וַעֲלֵיהֶם מְפֹרָשׁ בַּקַּבָּלָה: זָכַרְתִּי לָךְ חֶסֶד נְעוּרַיִךְ אַהֲבַת כְּלוּלֹתָיִךְ לֶכְתֵּךְ אַחֲרַי בַּמִּדְבָּר בְּאֶרֶץ לֹא זְרוּעָה.
«Mosè fece partire Israele dal Mar Rosso». Rabbi Eliezer dice: il versetto vuole far conoscere la lode di Israele, poiché, quando Mosè disse loro «Alzatevi, partite», non risposero: «Come possiamo inoltrarci nel deserto, dove non abbiamo di che vivere lungo il cammino?». Al contrario, ebbero fede e seguirono Mosè. A loro si riferisce ciò che è detto nei Profeti: «Ricordo a tuo favore la fedeltà della tua giovinezza, l’amore del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto, in una terra non seminata» (Geremia 2,2)». (Mekhiltà, Beshallach)[22]
Entrambi i midrashim cercano di spiegare l’espressione «Mosè fece partire Israele». Secondo la Mekhiltà, le parole sottolineano la facilità con cui Mosè riuscì a condurre gli israeliti nel deserto, in una terra non seminata; secondo il Tanchumà, invece, descrivono la grande difficoltà incontrata da Mosè nel distogliere il popolo dal bottino raccolto sulla riva del mare. Nonostante il profondo affetto per Israele, evidente in molti altri passi del suo commento, Rashì preferì il midrash del Tanchumà, che critica il comportamento degli israeliti, a quello della Mekhiltà, che li elogia:
הִסִּיעָן בְּעַל כָּרְחָם, שֶׁעִטְּרוּ מִצְרַיִם סוּסֵיהֶם בְּתַכְשִׁיטֵי זָהָב וָכֶסֶף וַאֲבָנִים טוֹבוֹת, וְהָיוּ יִשְׂרָאֵל מוֹצְאִין אוֹתָם בַּיָּם… לְפִיכָךְ הֻצְרַךְ לְהַסִּיעָן בְּעַל כָּרְחָם.
«Li fece partire contro la loro volontà, perché gli egiziani avevano ornato i loro cavalli con gioielli d’oro e d’argento e pietre preziose, e gli israeliti li trovavano nel mare. Per questo fu necessario farli partire contro la loro volontà». (Rashì a Esodo 15,22)
La scelta di Rashì era motivata da considerazioni esegetiche. Il midrash del Tanchumà si accorda con il contesto del brano, perché nei versetti immediatamente successivi si racconta che Israele si lamentò:
וַיָּבֹאוּ מָרָתָה וְלֹא יָכְלוּ לִשְׁתֹּת מַיִם מִמָּרָה… וַיִּלֹּנוּ הָעָם עַל מֹשֶׁה לֵּאמֹר מַה נִּשְׁתֶּה
«Giunsero a Marà, ma non poterono bere le acque di Marà… Il popolo mormorò contro Mosè dicendo: “Che cosa berremo?”». (Esodo 15,23–24)
L’elogio degli israeliti che «ebbero fede e seguirono Mosè», formulato nella Mekhiltà, non si adatta dunque al contesto narrativo. Inoltre, il Tanchumà si accorda non soltanto con la situazione descritta, ma anche con la lingua della Scrittura. Secondo la vocalizzazione del testo biblico, il verbo וַיַּסַּע (vayyassa‘) è nella forma causativa (hif‘il): Mosè è colui che fa muovere il popolo. La lettura sottesa alla Mekhiltà richiederebbe invece וַיִּסַּע (vayyissa‘), con chiriq sotto la lettera yod, cioè «Mosè partì insieme a Israele». Rashì preferisce quindi il midrash più coerente sia con il contesto dei versetti sia con la grammatica.
Da quanto abbiamo visto emerge che Rashì sceglie di riportare midrashim compatibili con il peshat del testo, anche quando il loro contenuto non è ricavabile direttamente dal suo senso semplice. Abbiamo così definito il criterio con cui seleziona tra interpretazioni midrashiche diverse. Nella prossima lezione, con l’aiuto di Dio, affronteremo una domanda ulteriore: perché ricorrere al midrash in primo luogo? Quando Rashì avverte la necessità di citare un midrash, anziché accontentarsi del peshat?
Note
Nota editoriale: i brani ebraici citati sono presentati con vocalizzazione ove possibile; per i lunghi passi midrashici è riportata una selezione testuale rappresentativa, mentre la traduzione italiana restituisce il contenuto del brano citato nella lezione. Nel testo originale, nella frase che spiega quale midrash Rashì abbia scelto, compare un apparente lapsus («Mekhiltà»); il contesto e la citazione di Rashì mostrano che si tratta del Tanchumà.
[1]Data l’importanza dell’argomento e la quantità di materiale che lo riguarda, le lezioni dedicate a Rashì saranno distribuite su quattro incontri.
[2]Un supercommentario è un commento a un altro commento.
[3]Il nome completo dovrebbe essere Rabbi Shelomò ben Yitzchaqì. È possibile che, per evitare confusioni con il tannà Rashbì (Rabbi Shimon bar Yochai), la lettera bet sia stata omessa dall’acronimo del suo nome.
[4]L’influenza del Rinascimento del XII secolo sull’esegesi biblica sarà esaminata più diffusamente, con l’aiuto di Dio, nello studio dei commenti biblici degli allievi di Rashì.
[5]Robert L. Benson e Giles Constable (a cura di), Renaissance and Renewal in the Twelfth Century, p. XXIX.
[6]Gli studiosi dell’esegesi biblica dei secoli XI e XII discutono su chi abbia influenzato chi: se i commentatori cristiani abbiano influenzato quelli ebrei o viceversa.
[7]Salvo un caso in Avodà Zarà 75a: לשון אבא מורי מנוחתו כבוד, «Queste sono le parole di mio padre e maestro, la cui memoria sia onorata».
[8]L’appellativo Meor ha-Golà fu attribuito a Rabbenu Ghershom da Rashì e da allora è rimasto associato al suo nome. Si vedano, per esempio, Rashì a Isaia 46,1 e a Betzà 24b.
[9]Con l’arrivo degli ebrei nelle terre ashkenazite, si moltiplicarono le differenti versioni testuali del Talmud.
[10]Rashì lo menziona nei suoi commenti a Pesachim 48b e Sanhedrin 92b.
[11]Avraham Grossman, Rashì, Centro Zalman Shazar, p. 64, raccoglie un elenco dei campi in cui operarono gli allievi di Rashì, precisando che è necessariamente parziale, perché gran parte delle loro opere è andata perduta.
[12]Probabilmente i commenti stampati sotto il nome di Rashì a Ezra, Nechemia, Cronache e a una parte di Giobbe non furono scritti da lui.
[13]Per esempio, talvolta interi midrashim sono stati omessi o aggiunti.
[14]Si tratta della seconda edizione, pubblicata nell’anno ebraico 5665.
[15]Si veda Grossman, Rashì, pp. 78–80.
[16]Il fenomeno riguarda anche altri libri diffusi prima dell’invenzione della stampa.
[17]Anche l’edizione Miqraot Ghedolot ha-Keter, dell’Università Bar-Ilan, si basa su numerosi manoscritti e non su un singolo manoscritto sicuramente affidabile, poiché non ne esiste uno.
[18]Lifshitz, Rashì, p. 174 (numerazione ebraica: קעד).
[19]Quando temeva che un termine ebraico potesse non essere compreso, Rashì non esitava a tradurlo nel francese del suo tempo.
[20]Sarah Kamin, Rashì: peshutò shel miqrà u-midrashò shel miqrà, Gerusalemme, 1980, definisce il peshat come segue: «Il peshat non è il significato letterale ristretto di questa o quella componente di una determinata espressione, bensì un’interpretazione che considera tutti gli elementi linguistici nella loro combinazione e attribuisce a ciascuno il proprio significato in rapporto all’insieme».
[21]L’autrice sottolinea «per il momento» perché nelle lezioni successive saranno esaminate altre possibili interpretazioni dell’espressione di Rashì «un’aggadà che si accorda».
[22]Ossia nei libri profetici.
