Riportare in Israele gli emigrati in occasione delle elezioni è un’iniziativa moralmente discutibile. Chi non vive qui non dovrebbe decidere come dobbiamo vivere. Chi non condivide il peso della vita nel Paese e non pagherà il prezzo delle proprie scelte politiche, non dovrebbe intervenire.
Kalman Liebskind – Makòr Rishòn — 7 agosto 2026
La settimana scorsa, nel programma mattutino del Canale 12, è intervenuta Karen, collegata da Chiang Mai, in Thailandia. Una donna che aveva lasciato Israele con la famiglia pochi mesi prima del 7 ottobre. Ha raccontato che due delle sue figlie avevano difficoltà a scuola e che lei e il marito avevano deciso di garantire loro un’istruzione privata. In Israele, però, l’istruzione privata costa troppo, mentre in Thailandia avevano trovato una soluzione più accessibile.
«Non possiamo dare alle nostre figlie in Israele ciò che possiamo dare loro qui», ha spiegato. Ora le bambine studiano insieme a cinesi, thailandesi, birmani e coreani e, a suo dire, è tutto «meraviglioso, meraviglioso».
Il giornalista Yoav Limor le ha quindi chiesto: «Nella vostra comunità si parla della possibilità di tornare a votare alle elezioni?».
«Se ne parla moltissimo», ha risposto. «Molti hanno già comprato il biglietto. Sì, siamo molto coinvolti».
Quella risposta mi ha fatto infuriare. Ma prima di dire cosa penso di Karen e di persone come lei, vorrei raccontare un altro episodio.
Ynet non sembra avere particolari problemi con il fenomeno dell’emigrazione israeliana. Almeno questo è quanto si ricava da un articolo pubblicato questa settimana con il titolo: «Gli israeliani che hanno lasciato il Paese e non si scusano: abbiamo scelto di emigrare, per vivere senza paura».
La giornalista Nina Fox ha raccolto le testimonianze di diversi israeliani emigrati all’estero e le ragioni che li hanno spinti a partire. Il tono dell’articolo è così comprensivo e partecipe da sembrare quasi una promozione della scelta di trasferirsi in Europa.
E sì, ho usato la parola «emigrati». Un tempo in Israele si sarebbe detto yordim, «quelli che sono scesi» dal Paese. Ma questo termine, carico di una connotazione negativa, è ormai quasi scomparso dal linguaggio dei media. Oggi si preferisce il più neutro «emigrati».
Nell’articolo si racconta di persone che hanno lasciato Israele per la «sensazione di disperazione e la perdita di fiducia nello Stato», per la «situazione della sicurezza», per le «difficoltà economiche», per «i prezzi al supermercato», per «la piacevole cultura europea», per «i missili e le sirene» o semplicemente per il «desiderio di una vita tranquilla».
Una delle intervistate, Anna, 42 anni, emigrata con la famiglia in Portogallo, ha spiegato:
«Prima del massacro avevamo ancora la speranza di un futuro migliore: la separazione tra religione e Stato, una convivenza con gli arabi israeliani, la pace con i palestinesi. Dopo il 7 ottobre abbiamo sentito che la maggior parte delle persone intorno a noi non era più interessata a nulla di tutto questo. La totale indifferenza verso i bambini feriti a Gaza era per noi insopportabile».
E così, ha raccontato, lei e la compagna hanno realizzato il loro sogno: hanno aperto in Portogallo un boutique hotel per cani e gatti, con un enorme spazio verde, qualcosa che «non avremmo mai potuto fare in Israele».
Le loro figlie, ha aggiunto, «crescono in un’atmosfera di gentilezza, tranquillità, aiuto reciproco e sicurezza personale. In Israele semplicemente tutto questo non esiste».
Tornerà mai in Israele?
La risposta è categorica: no.
«Non abbiamo fatto un trasferimento temporaneo: abbiamo scelto di emigrare», ha detto. «Siamo pienamente convinte della nostra decisione. Spero che tra dieci anni, quando qualcuno chiederà a mia figlia “Da dove vieni?”, lei risponderà di essere portoghese. Per noi è ormai troppo tardi, ma alle mie figlie auguro di integrarsi completamente nella cultura e nella comunità portoghese e di sentirsi davvero parte di questo Paese meraviglioso».
Vota chi paga il prezzo
Da qualche settimana leggiamo sui giornali, sentiamo alla radio e vediamo nei telegiornali notizie sull’organizzazione di un vero e proprio ponte aereo per portare alle urne israeliani residenti in ogni parte del mondo.
Haaretz ha raccontato, per esempio, di una riunione su Zoom alla quale una professoressa dell’Università di Tel Aviv ha partecipato insieme a 150 «israeliani che vivono all’estero».
«Ho la sensazione che queste elezioni saranno le più decisive nella storia dello Stato», ha detto loro, presentando l’iniziativa Fly&Vote.
La AID Coalition, l’organizzazione che ne coordina la realizzazione, ha spiegato di voler facilitare il ritorno in Israele di 50.000-70.000 elettori. Per farlo sono stati assunti circa venti collaboratori, è stata organizzata una rete di volontari e sono stati coinvolti operatori turistici e agenzie di viaggio in Israele e all’estero.
Gli organizzatori ricordano inoltre che anche chi vive da anni fuori dal Paese e ha rinunciato alla propria residenza fiscale continua a essere iscritto nelle liste elettorali.
L’obiettivo è trovare posti sui normali voli di linea e, se necessario, noleggiare appositamente degli aerei per portare in Israele elettori dall’America e dall’Europa, e forse anche dall’Asia e dall’Australia.
Gli organizzatori assicurano di non voler sapere per chi voteranno i partecipanti. Ma resta il fatto che l’organizzazione promotrice dell’iniziativa è nata durante le proteste contro la riforma giudiziaria e appartiene chiaramente all’area politica della sinistra.
Prima di tutto, però, facciamo chiarezza.
La mia obiezione a questa iniziativa, e a chi intende approfittarne, non è di natura legale, ma morale.
E sì, è evidente dai resoconti dei media che la motivazione a tornare per votare proviene soprattutto dall’area della sinistra. Ma giuro che scriverei le stesse cose anche se fosse il contrario.
Non mi interessa chi arriva, se di destra o di sinistra. Non mi interessa quale scheda depositerà nell’urna.
Quello che trovo assurdo è che qualcuno che vive da 25 anni a Manhattan possa arrivare in Israele, trascorrervi una giornata e poi tornare a casa, avendo nel frattempo contribuito a decidere chi sarà il prossimo primo ministro, quale sarà la politica del governo, come ci comporteremo con Abu Mazen, come affronteremo il costo della vita e perfino se Smotrich entrerà nella coalizione per costruire altre trenta fattorie o se Yair Golan vi entrerà per chiudere la scuola preparatoria di Eli.
Questa prospettiva dovrebbe far impazzire qualsiasi cittadino israeliano.
Io preferisco vivere in un Paese in cui Yair Golan sia primo ministro, se questo è ciò che vogliono gli israeliani, piuttosto che in un Paese in cui Bezalel Smotrich sia primo ministro perché questo è ciò che vogliono gli ebrei di Miami.
Ho un milione di divergenze con Yair Golan. Ma Golan vive qui con me. Suo figlio combatte al fronte insieme a mio figlio. Quando i prezzi aumentano, li sente nel proprio portafoglio come li sento io. Quando il nemico lancia i missili, corre nel rifugio con sua moglie, proprio come io corro nel rifugio con la mia.
E, soprattutto, entrambi pagheremo il prezzo delle nostre scelte elettorali.
Del resto, fino a poco tempo fa i media israeliani discutevano animatamente delle proposte per impedire agli ultraortodossi di votare perché non prestano servizio nell’esercito.
Avigdor Lieberman ha coniato lo slogan: «Senza esercito non c’è diritto di voto», e il suo partito ha persino presentato una proposta di legge in tal senso.
Yair Lapid ha registrato un video in cui annunciava: «Nel prossimo governo ci sarà una legge semplice: chi non si presenta al centro di reclutamento non arriverà alle urne», motivando la proposta anche con il peso sempre maggiore che grava sui riservisti.
Anche Yoaz Hendel ha sostenuto idee simili.
E allora è difficile capire come, nello stesso clima, un’iniziativa che organizza il trasporto in massa di cittadini israeliani che hanno lasciato il Paese, che non vivono qui, non pagano qui le tasse, non combattono qui, non fanno il servizio di riserva e non subiranno con noi le conseguenze delle proprie scelte elettorali possa essere presentata dai media come qualcosa di perfettamente normale.
Il vero patriota
Non sto parlando degli israeliani che trascorrono due anni all’estero per lavoro, né di chi parte per un post-dottorato e tornerà, né di chi si concede una pausa dalla routine per poi rientrare prima ancora del prossimo richiamo alla riserva.
E non parlo nemmeno di altre categorie la cui situazione meriterebbe una discussione specifica e più articolata.
Parlo degli emigrati veri e propri: persone che hanno deciso che, invece della nostra patria, preferiscono vivere in un’altra patria.
Il dibattito non nasce oggi.
Circa dieci anni fa scoppiò una polemica dopo la diffusione di un video registrato durante una conferenza dell’organizzazione della comunità israeliano-americana a Washington.
Si discuteva della possibilità di concedere il diritto di voto agli ebrei americani che si sentono profondamente legati a Israele.
L’allora deputato Elazar Stern ebbe un acceso confronto con un ex israeliano emigrato negli Stati Uniti.
«Voi starete ai posti di blocco in Giudea e Samaria?», gli chiese Stern. «Andrete a combattere? E allora perché dovreste votare? Da dove vi viene l’idea di votare? Chi vota deve pagare il prezzo del proprio voto».
L’uomo tentò di replicare:
«Non volete che veniamo a fare il servizio di riserva se scoppia una guerra?».
«Non voglio che veniate quando c’è una guerra», gli rispose Stern. «Voglio che veniate adesso, a stare ai posti di blocco. È lì che Israele ha più bisogno di voi. Abbiamo bisogno di voi qui, in Israele, punto. Il prezzo delle nostre scelte politiche lo paghiamo ogni giorno, nel bene e nel male».
E le donazioni degli ebrei della Diaspora? E chi ha organizzato centri di raccolta per procurare equipaggiamento all’esercito? E chi ha manifestato in sostegno di Israele?
Tutto questo non dà loro un titolo morale per partecipare alle decisioni politiche del Paese?
La risposta è inequivocabile: no.
Le persone che hanno lasciato Israele e continuano, nonostante ciò, a sostenerlo, a battersi per esso o a donare per il Paese possono suscitare gratitudine e commozione.
Ma il futuro di Israele deve essere deciso da chi sarà costretto a vivere con le conseguenze delle proprie decisioni.
E proprio coloro che sostengono che queste elezioni siano decisive dovrebbero essere i primi a comprendere che non possono essere decise da chi non vive qui.
«L’obiettivo è garantire che il voto di ogni israeliano venga conteggiato e che la geografia non sia un fattore determinante», ha dichiarato recentemente Yonatan Bar-Sadeh, presidente della AID Coalition.
Davvero?
Come può la geografia non essere un fattore?
È proprio questa geografia ad aver mandato i nostri figli a Khan Yunis.
È questa geografia ad aver riempito i cimiteri militari e i reparti di riabilitazione.
È questa geografia ad aver portato gli abitanti di Sderot al 7 ottobre.
È questa geografia ad aver fatto correre i miei nipoti nei rifugi al suono delle sirene.
In quale mondo una persona che vive a migliaia di chilometri di distanza da questa realtà dovrebbe avere lo stesso peso del mio voto nel decidere che cosa accadrà qui domani, in questo piccolo lembo di terra che è il nostro Paese?
E gli ebrei americani che oggi finanziano iniziative per la pace o per Kehilat? Non stanno forse anch’essi cercando, da lontano, di influenzare ciò che accade qui?
È una domanda legittima, e merita di essere presa sul serio.
Ma non è la stessa cosa che votare alle elezioni.
Il voto è il cuore dell’azione democratica: è il momento in cui ogni cittadino riceve la possibilità di decidere, nel modo più diretto possibile, quale sarà il proprio futuro.
Tutto questo non significa affatto che gli ebrei della Diaspora, o gli israeliani che hanno lasciato il Paese e conservano il passaporto israeliano nel cassetto del comodino a Milano o a Berlino, debbano sentirsi indesiderati.
Al contrario.
Devono sapere che la porta di Israele resterà sempre aperta.
Quando vorranno tornare a casa, nessuno presenterà loro il conto per averci lasciati nei momenti più difficili.
Un attimo dopo essere atterrati in Israele saranno di nuovo parte di noi. A tutti gli effetti. Con tutti i diritti, compreso il diritto di voto.
Ma perché questo possa accadere, devono tornare a vivere qui.
Perché chi non vive in una casa non può decidere chi farà il turno per lavare i piatti in cucina o quali piante verranno piantate in giardino.
Il patriota vero
C’è poi una coppia di emigrati che negli ultimi giorni ha attirato una grande attenzione mediatica: Hagai Agmon-Snir e sua moglie Iris Meiri-Snir.
Hanno lasciato Israele pochi giorni fa e hanno avuto ampio spazio per spiegare le proprie ragioni, in un’intervista a Nir Hasson su Haaretz e in un servizio televisivo di Moav Vardi per il telegiornale del venerdì sera di Kan 11.
Non hanno intenzione di tornare.
«Mi è difficile immaginare che qui possa esserci qualcosa a cui vorrei tornare», ha detto Iris.
Hagai ha spiegato così la propria scelta:
«Me ne vado per una ragione completamente ideologica, una ragione morale. Ciò che mi preoccupa maggiormente della società israeliana è che la corrente fascista sia diventata centrale. Ci sono due milioni di persone a Gaza e nessuno è disposto a fermarsi un attimo a pensare a come ridurre la loro sofferenza in futuro. In Cisgiordania ci sono persone che vengono picchiate, aggredite, private delle loro proprietà. È terribile».
Ma i due non intendono limitarsi a emigrare.
Vogliono continuare a lavorare dall’estero per convincere altri israeliani a fare la stessa scelta.
A Kan 11, Hagai ha detto di voler impegnarsi proprio in questo. A Haaretz ha dichiarato:
«Se potessi, fonderei un movimento per l’emigrazione ideologica da Israele».
Vardi ha mostrato alla coppia un vecchio estratto di un’intervista a Yaron London, nel quale gli veniva chiesto cosa avrebbe detto a qualcuno che stesse pensando di lasciare Israele a causa della situazione.
«Gli diresti “Peccato” e cercheresti di convincerlo a restare, oppure “Hai fatto bene a scegliere”?», gli aveva chiesto.
La risposta di London era stata netta:
«Dio non voglia che gli dica “Hai fatto bene”. Gli chiederei: “Ti senti parte di questo luogo? La lingua ebraica è importante per te? Sei sicuro che lì non ci sia antisemitismo? Vuoi abbandonare completamente il tuo ebraismo e assimilarti?”».
«Come ha detto Yaron London», ha ricordato Vardi alla coppia, «i vostri nipoti o pronipoti non cresceranno più parlando ebraico».
«Per me è più importante che stiano bene piuttosto che conservare questa identità», ha risposto Hagai.
E forse è proprio questo il punto.
Ma c’è una cosa che più di tutte ha attirato la mia attenzione: il titolo dato dai redattori al servizio.
«La coppia di patrioti che lascia Israele».
Ebbene, un patriota non è chi lascia Israele. Un patriota è chi resta legato a Israele.
Sono patrioti le decine di migliaia di ebrei che hanno fatto aliyah dopo il 7 ottobre, nonostante le difficoltà, la paura, la guerra interminabile.
Sono patrioti i 6.850 soldati riservisti che sono immigrati da soli.
Sono patrioti i cento nuovi immigrati che hanno dato la vita in questa guerra per tutti noi.
È patriota il sergente Nathaniel Young, arrivato da Londra, arruolatosi nella Brigata Golani e caduto nella zona di confine con Gaza.
Sono patrioti i suoi genitori, che hanno fatto aliyah dopo di lui.
E sono patrioti i 140 nuovi immigrati arrivati questa settimana dalla Francia, dalla piccola Mia di appena quattro mesi fino ad Annie, che ha 85 anni.
I patrioti si trovano tanto a destra quanto a sinistra. Tra gli elettori di «Otzma Yehudit» come tra quelli dei «Democratici».
I patrioti restano qui. I patrioti non emigrano.
Un patriota non vive a San Francisco, affacciato sull’oceano, e poi prende un aereo per fare una breve incursione in questo Medio Oriente soffocante, vota per decidere quale sarà il futuro dei cittadini israeliani e se ne torna a casa.
