All’apice del mese di Elul, la Parashà di Nitzavim ci consegna un versetto che il Ben Ish Chai trasforma in una vera mappa della Teshuvà: “Questa –cosa– è molto vicina a te, nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu possa compierla». La chiave della lettura del verso è un termine apparentemente semplice: דבר – davar-cosa-parola. Che cosa rappresenta questo termine apparentemente indefinito, ha-davar («la cosa» o «la parola»), che la Torà dichiara essere «molto vicino a te»? Rav Yosef Chayim di Baghdad nel Ben Ish Chai offre una spiegazione esegetica e psicologica precisa: «Ein davar ella shemirat Shabbat – Non vi è davar se non l’osservanza dello Shabbat».
Il fondamento testuale di questa equivalenza nasce dal celebre verso del profeta Isaia sul valore del settimo giorno: «Se tratterrai il piede a motivo del Sabato… e lo onorerai astenendoti dal seguire le tue vie, dal curare i tuoi affari e dal -proferire parola ve-daber davar-» (Yeshayahu 58:13). In questo versetto profetico, il termine davar individua esattamente la frontiera del sacro: i maestri del Talmud vi deducono che di Shabbat il nostro linguaggio debba mutare radicalmente rispetto ai giorni feriali.
Dunque, nella tradizione rabbinica, il termine davar è uno dei marcatori per eccellenza della santità sabatica. Il Creatore stesso promette: “Anche se avete trasgredito i Dieci Comandamenti, Osservate questo “davar “– lo Shabbat – e Io vi perdonerò”. Per questo Chazal (vedi Tur e Bet Yosef) attribuiscono alla sua osservanza una forza straordinaria: “Chi osserva Shabbat, persino se avesse praticato avodà zarà come la generazione di Enosh, viene perdonato”. Ma il Ben Ish Chai riapre lo stesso versetto una seconda volta. Davar significa anche mitzvà, sulla base del verso: “perché ha disprezzato – Devar Hashem- la parola di Hashem” (Bemidbar 15:31; Otiot deRabbi Akiva). Il davar diventa allora l’insieme delle 613 mitzvot: 248 positive, corrispondenti agli organi, e 365 negative, corrispondenti ai tendini. Nessun uomo può materialmente compierle tutte; alcune riguardano il Kohen, altre il re, altre il Bet HaMikdash. Ma ci spiega il Ben Ish Chay, attraverso lo studio con la bocca e desiderandole nel cuore – l’uomo può legarsi anche a ciò che non può realizzare concretamente.
Ed ecco il terzo passaggio. Davar significa anche refuà, guarigione, come dice il Tehillim: “ manda la Sua parola e li guarisce” (Tehillim 107:20). Qual è la medicina capace di guarire spiritualmente l’uomo? La Teshuvà (vedi Hoshea 14:5). Lo stesso versetto contiene dunque Shabbat, Mitzvot e Teshuvà: tre aspetti di un unico ritorno dell’uomo alla propria integrità. Infine arriva lo Shofar. Il Ben Ish Chai osserva che le parole פה–לב, “bocca-cuore”, calcolate nel loro milui (una forma di calcolo della ghematrià), hanno valore numerico 586, esattamente come Shofar-שופר. Lo Shofar è dunque il suono di una Teshuvà nella quale ciò che la bocca proclama e ciò che il cuore desidera tornano finalmente a coincidere. E forse comprendiamo allora perché, quando Rosh HaShanà cade di Shabbat, proprio lo Shofar tace. I Chachamim spiegano che il ricordo delle azioni positive normalmente risvegliato dallo Shofar viene allora suscitato dallo Shabbat stesso. Quando la melodia dello Shabbat suona, lo Shofar tace. Eppure entrambi chiedono la stessa cosa: ricomporre l’anima dell’uomo. Probabilmente, nel momento in cui è più necessario, proprio di Rosh Hashanàn stesso (quest’anno), Hashem ce lo fa vivere nel canto dello Shabbat. Forse proprio perché lo Shabbat è l’antidoto anti-Idolatria, il concentrato di tutta la Torà, l’essenza di ogni forma di perdono. Perché talvolta la Teshuvà si esprime con un grido; altre volte nell’apparente assenza di suono .
E forse, nel canto del silenzio dello Shabbat, il grande Shofar ha già cominciato a suonare.
Shabbat Shalom
