Mishnat haShavua’
Rashì nel suo commento alla Torà riporta un insegnamento molto noto del trattato di Sanhedrin (56b): a Marà il popolo ebraico ricevette alcuna parashot della Torà di cui occuparsi: Shabbat, la vacca rossa e i dinin. Il Ramban nel suo commento nota come il popolo ebraico abbia già ricevuto in precedenza delle mitzwot. In questo caso la prova è rappresentata dalla consapevolezza del fatto che in futuro il popolo ebraico avrebbe ricevuto delle altre mitzwot da D., e queste parashot fungono quindi da anticipo per il popolo ebraico.
Bertinoro nota che in alcune versioni è riportata una quarta mitzwà, che è quella del kibud av waem. Per la parah adumà e i dinin la logica è immediata, perché la Torà parla di Choq e mishpat. Le altre due mitzwot, lo Shabbat e il Kibbud av waem, saranno invece presentate nei dieci comandamenti come mitzwot già conosciute e comandate.
Torà Temimà mette in discussione invece tutto l’impianto: già alcuni commentatori in precedenza avevano notato come il riferimento alla parà adumà sia incoerente in questo contesto, dal momento che tradizionalmente la vacca rossa viene come riparazione per il peccato del vitello d’oro, che si sarebbe verificato solo successivamente. Per questo ritiene che i commentatori abbiano frainteso quanto Rashì intendesse dire, non Shabbat dinin e peh alef, bensì kaf alef (la kaf e la peh sono abbastanza simili, ed è possibile confonderle)! Non parà adumà ma kibud av! Effettivamente nella Mekhiltà, dove viene presentata un’ampia discussione sulla natura di questi comandamenti, la vacca rossa non compare, e, nota qualcuno, non avrebbe molto senso istruire il popolo ebraico sulla vacca rossa prima che venissero insegnate le norme di purità e impurità.
In generale è noto come la mitzwà della vacca rossa sia una delle mitzwot più affascinanti ed enigmatiche nella Torà, rappresentando il choq per antonomasia. Il Ba’al ha-Turim spiega la logica interna del riferimento della Torà: il legno che venne utilizzato per addolcire le acque era in sé amaro, e così le ceneri della vacca purificano gli impuri e rendono impuri i puri.
Anche in tempi recentissimi periodicamente sui giornali si parla di presunti rinvenimenti di vacche rosse, aprendo puntualmente disquisizioni di carattere geopolitico sul caso in cui la notizia fosse fondata.
Il III capitolo del trattato di Parà tratta dei preparativi per la combustione della vacca rossa, indispensabile per la purificazione per il contatto con un cadavere. In questo capitolo sono presenti degli elementi molto affascinanti, in modo particolare per i numerosi e diversificati dispositivi volti a rendere impossibile l’impurità derivante dal contatto con un cadavere da parte dei bambini che erano incaricati dell’attingimento dell’acqua viva dallo Shiloach. La prima mishnà del capitolo spiega come il Kohen Gadol, che poi avrebbe dovuto bruciare la vacca, doveva essere purificato a sua volta per sette giorni. Durante questi giorni riceveva l’aspersione con la cenere delle vacche rosse che erano state rinvenute in precedenza, in base alle diverse opinioni una al giorno o ogni giorno della cenere di tutte le vacche, in base alla disponibilità. Infatti un terzo della cenere ricavata da ciascuna vacca rossa veniva messa da parte, e queste aspersioni erano necessarie per un’eventuale impurità contratta dal Kohen nei giorni immediatamente precedenti, che richiedeva un’aspersione nel terzo e nel settimo giorno. Secondo Rabbì Yosè era necessario aspergere solo nel terzo e nel settimo giorno. R. Chaninà Segan ha-Kohanim sosteneva che c’era una differenza fra la bruciatura della vacca, per cui si aspergeva tutti i giorni, e il giorno di Kippur per cui l’aspersione veniva effettuata nel terzo e nel settimo giorno.
La quinta Mishnà ricostruisce la storia delle vacche rosse: come ci si deve comportare infatti qualora non fossero disponibili le ceneri di tutte le vacche? La Mishnà risponde che questo aspetto non è vincolante. Se non si hanno le ceneri di sette vacche si usano quelle di sei, e così via sino ad una. La Mishnà si interroga poi sull’origine delle vacche. Secondo Rabbì Meir la prima è quella di Moshè, la seconda di Ezrà, mentre le cinque successive risalgono al periodo del secondo Tempio. I chachamim ritengono che le sette vacche risalgano tutte al periodo del secondo Tempio: Shim’on ha-tzaddiq e R. Yochanan il gran Sacerdote ne avrebbero bruciate due ciascuno, mentre altri tre sacerdoti ne avrebbero bruciata una ciascuno. R. Meir ritiene invece che la prima delle due vacche bruciate dai sacerdoti che ne hanno bruciate due avesse una invalidità e per questo non dovesse essere contata. Secondo i Chakhamim risulta che dal momento in cui è stata ricevuta la mitzwà sino alla distruzione del secondo tempio vi siano state nove vacche rosse. Il Rambam conclude pertanto che la decima sarà quella del Mashiach. Amen ken yehì ratzon.
