(da una derashà di Rav Lichtenstein)
“Ognuno dunque rimanga dove si trova, né alcuno esca dalla propria abitazione nel giorno settimo” (Es. 16,29). Commentando questo versetto, Rashì rimanda ad una discussione fra R. Aqiva e i chakhamìm. Rabbì Aqivà (Sotà 27b) considera l’abbandono di un centro abitato di Shabbàt un divieto biblico. E’ vietato dalla Torà camminare oltre duemila cubiti al di fuori del centro abitato. I chakhamìm (46a) considerano invece il divieto di origine rabbinica. Il Rambàm (Hilkhòt Shabbàt 27,1) menziona una terza opinione, non sostenuta da lui, che c’è un divieto biblico, ma si applica solo al di sopra delle dodici miglia. Un mil corrisponde a duemila cubiti, 24.000 complessivi. Il limite di duemila cubiti è invece di origine rabbinica.
Nella ghemarà in massèkhet Shabbàt (69a) incontriamo una strana discussione. E’ possibile che una persona possa dimenticare tutte le trentanove melakhòt proibite di Shabbàt, e sappia al contempo ancora che è Shabbat? La questione è singolare e interessante, ma dobbiamo concentrarci sulla risposta.
La ghemarà infatti risponde che la situazione delineata è effettivamente possibile se si sostiene l’opinione di R. Aqivà, che è vietato abbandonare il centro abitato per duemila cubiti per via di una norma biblica. Anche se si dimenticassero tutti i trentanove lavori proibiti, sarebbe stato sufficiente ricordare il techùm per caratterizzare quel giorno come Shabbàt. L’Amudè Or si chiede perché non venga citata l’opinione ricordata dal Rambàm. Risponde che lo Shabbàt comprende due aspetti, uno determinato da una serie di divieti, che lo differenzia dagli altri giorni della settimana, e un secondo, che chiameremmo positivo, che comprende una serie di atti prescrittivi. Secondo R. Aqivà, capiamo dalla risposta della ghemarà, la regola del techùm fa parte dei divieti dello Shabbàt. L’altra opinione riflette una visione profondamente diversa, deriva dal lato positivo dello Shabbat, per cui ciascuno durante lo Shabbàt deve rimanere al posto proprio. Non si tratta del divieto di camminare per una certa distanza durante lo Shabbàt, ma dell’obbligo di rimanere al posto proprio.
Si tratta di un’idea filosoficamente accattivante. La settimana è un momento di viaggio, crescita e sviluppo. Si abbandona il proprio guscio per avventurarsi in ambienti differenti, per forgiare la propria personalità in un mondo di conflitti e tensioni. Per questo serve esercizio.
Shabbat è il momento del ritorno a casa, in un ambiente sicuro e stabile. Rivediamo ciò che abbiamo vissuto, valutiamo quello che abbiamo fatto e modelliamo le nostre personalità.
Questa idea compare varie volte. Ricordiamone due: R. Yochanàn ben Nurì in massèkhet ‘Eruvin sostiene che se una persona si è addormentata prima di Shabbàt su un carro in movimento, il limite dei duemila cubiti viene conteggiato solo dal momento in cui si sveglia, e non dal luogo in cui si trovava all’ingresso dello Shabbàt. Come interpretare questa opinione? Ci sono due approcci differenti sulla questione. Una persona che dorme è simile a un oggetto inanimato, e non può acquisire il luogo che non potrà poi abbandonare. L’altra idea paragona il dormiente ad una persona cosciente. Come la persona cosciente può acquisire il proprio spazio personale, così può fare anche il dormiente. Anche se dorme per mezzo del movimento acquisisce viaggiando un nuovo spazio. La sua consapevolezza non è in questo senso rilevante. La sua stessa esistenza si rivela sufficiente.
I presupposti filosofici del dibattito sono chiari. Gli uomini sono in certa misura modellati dall’ambiente circostante, come gli esseri inanimati. C’è una forma di determinismo nella nostra visione del mondo. Siamo in buona parte modellati dall’ambiente che ci circonda. Chi paragona il dormiente a un oggetto esaspera questa visione delle cose.
L’altro parere non ci considera invece argilla in mano a forze invisibili. Facciamo delle scelte costruiamo, ci formiamo in un modo assolutamente unico, totalmente diverso dagli altri esseri che popolano l’universo.
La tensione fra queste due visioni delle cose ci accompagna sempre. Durante la settimana ci sembra davvero di essere formati dal mondo che ci circonda, ma quando lo Shabbàt torniamo a casa, realizziamo che siamo noi a dire l’ultima parola, e in questo modo formiamo noi stessi. Una seconda discussione coinvolge R. Chisdà e R. Meir. Rav Chisdà sostiene che non si dovrebbe avere un unico insegnante, mentre R. Meìr crede che si debba avere un unico mentore. R. Chisdà modererà la sua posizione, e sosterrà che una persona, negli anni della formazione, dovrebbe affidarsi ad un unico insegnante. E’ necessario ricevere una tradizione, avere un radicamento, una base dalla quale poi avventurarsi negli anni successivi, e alla quale poter tornare dopo l’avventura. Anche chi sostiene che siamo noi ad avere l’ultima parola circa chi siamo, riconosce la necessità di avere un proprio posto sicuro e inviolabile, dove ritirarci quando è necessario.
