Non è la prima volta che mi capita di accostare il commento di R. ‘Ovadyah Sforno agli insegnamenti di Maimonide. Questa volta il confronto è intrigante. La Parashat Waerà contiene il racconto delle prime sette piaghe d’Egitto e contestualmente avvia il dibattito sull’indurimento del cuore del Faraone da parte di H.: una delle questioni che più ha fatto discutere sul tema della giustizia divina nella Bibbia e nel pensiero ebraico. Ma vediamo le cose con ordine.
L’intenzione del S.B. di indurire il cuore del Faraone è annunciata a Moshe fin dall’inizio della sua missione. “Quanto a Me, indurirò il cuore del Faraone e moltiplicherò i miei segni e i miei prodigi in terra d’Egitto. Ma il Faraone non vi presterà ascolto: io dovrò mettere la mia mano contro l’Egitto e trarrò le mie schiere, il mio popolo, i figli d’Israel dalla terra d’Egitto con grandi atti di giustizia. E l’Egitto saprà che Io sono H. quando stenderò la mia mano sull’Egitto e trarrò i figli d’Israel da mezzo a loro” (Shemot 7, 3-5).
Nell’ultimo degli “Otto Capitoli” che introducono il suo commento ai Pirqè Avòt Maimonide, parlando del libero arbitrio dell’uomo nelle sue scelte morali, pone il problema sollevato da questi versetti (cfr. anche Hilkhot Teshuvah 6, 1-3): “”Quanto al verso: ‘E Io indurirò il cuore del Faraone (Shemot 14,4), che (D.) in seguito punì e fece perire, questo è un passo su cui vale la pena di soffermarsi… Se Faraone e i suoi servi non avessero commesso altra colpa che quella di non lasciare andar via Israele, la cosa apparirebbe certamente molto difficile a capirsi. D., infatti, prima impedisce loro di mandarli via, poi gli ingiunge di mandarli via, pur essendo (Faraone) costretto a non mandarli via, successivamente lo punisce per non averli mandati via, facendo perire lui e i suoi servi. Ciò sarebbe iniquo…, ma le cose non stanno così. Faraone e i suoi servi contravvennero di loro spontanea volontà, senza alcuna costrizione o necessità: essi opprimevano gli stranieri che si trovavano nel loro paese, comportandosi con loro con assoluta iniquità, come dice esplicitamente (la Scrittura): ‘E disse al suo popolo: vedete, la popolazione dei Figli d’Israele (è più numerosa e forte della nostra), inventiamoci qualche espediente contro di loro…’ (Shemot 1, 9-10). Questa azione essi la compivano in piena libertà, per la perversità del loro spirito, senza esserne minimamente necessitati. E la punizione che D. comminò loro consistette nell’avergli impedito di pentirsi, al fine di comminar loro la punizione che la Sua giustizia esigeva, l’aver loro impedito di pentirsi determinò che (Faraone) non li mandasse via” (trad. Rav G. Laras).
Per Maimonide, il grande sostenitore del valore della Teshuvah che ha la forza di fermare i decreti divini più duri nei confronti di un trasgressore, “non è un’assurdità affermare che D., talvolta, punisce qualcuno impedendogli di pentirsi” a fronte di trasgressioni particolarmente gravi, compiute con particolare determinazione, premeditazione ed efferatezza. Ma Maimonide non risolve una questione: perché H. domanda insistentemente al Faraone di liberare il popolo ebraico se contestualmente gli impedisce di farlo? Diverso è l’approccio di R. ‘Ovadyah Sforno a tutto il contesto. Lo scopo per cui D. inviò le piaghe contro l’Egitto non era impedire al Faraone di pentirsi. Al contrario. D. intendeva manifestare ai suoi occhi tutta la propria potenza affinché il Faraone fosse attirato a fare Teshuvah. Nel modo più alto. Sforno afferma che senza alcun dubbio se D. non avesse indurito il suo cuore, Faraone avrebbe ceduto di fronte alle piaghe e avrebbe liberato gli Ebrei: ma l’avrebbe fatto non per Teshuvah e umiltà dinanzi al Padreterno, bensì solo per paura delle conseguenze delle piaghe stesse. Non era questo che si voleva da una personalità di tal calibro. Solo nel momento in cui Faraone avesse accettato di umiliarsi riconoscendo la grandezza di H. lo scopo sarebbe stato ottenuto: proprio quello che facesse Teshuvah. Per questo, sostiene Sforno in evidente dissenso con Maimonide, non v’era alcun impedimento.
L’indurimento del cuore del Faraone, secondo Sforno, rendendolo resistente alle sofferenze, non aveva per scopo punire il Faraone, ma elevarlo al Timor di D. Nei Pirqè Avot R. El’azar ben ‘Azaryah sostiene che “se non c’è Timore non c’è Sapienza, ma anche che se non c’è Sapienza, non c’è Timore” (3,20). Nella tradizione nostra si riconosce l’esistenza di due livelli di Timore di D. e a questo si riferisce R. El’azar ben ‘Azaryah. Il Timore della Punizione (Yir’at ha-‘Onesh) è il livello più basso. Senza di esso, peraltro, nessuno si applicherebbe a studiare Torah e ad acquisire Sapienza. Ma il deterrente da solo non è sufficiente. La Sapienza è a sua volta la base del livello più alto, la Riverenza per l’Elevatezza della Divinità (Yir’at ha-Romemùt). E’ Maimonide stesso a descrivere questo livello in modo molto vivido: “E qual è la via per amare H. e temerLo? Allorché l’uomo riflette sulle azioni e le creature portentose di H. e scorge in esse la Sua sapienza senza limiti nè confini, immediatamente Lo ama, Lo loda e desidera ardentemente conoscere il Suo Nome grande, come dice David: ‘Anela la mia anima a D., il D. vivente’ (Tehillim 42,3). E quando ripensa a queste stesse cose, immediatamente fa un balzo all’indietro, teme e ha riverenza, sapendo di essere una creatura infima e misera, che sta con le sue opinioni volubili al cospetto di Colui che invece ha le idee integre, come dice David: ‘Quando vedo i Tuoi cieli, opera delle Tue dita… chi è l’uomo di cui Tu debba serbar memoria?'” (Tehillim 8, 4-5; Hilkhot Yessodè ha-Torah 2,2).
La Yir’at ha-Romemut, implica qui Maimonide, è la porta della Ahavat H., l’amore per D.: è un timore che lungi dall’allontanarci, ci avvicina a Lui! Per raggiungere tutto ciò, diceva R. El’azar nei Pirqè Avot, si richiede Chokhmah. Di più: nel proprio commento ai Pirqè Avot Sforno afferma che per Chokhmah R. El’azar intende la Chokhmah Medinit, l’arte della politica. La Yir’at H. è indispensabile affinché la politica non sia esercitata solo a fini utilitaristici, per i comodi di chi governa, ma per il bene di tutti. Un messaggio moderno. E’ difficile pensare che il Faraone avrebbe imparato e messo in pratica una lezione del genere: colui che elevava l’autoreferenzialità, diremmo noi oggi, alla dimensione di un culto, che si considerava addirittura il creatore di se stesso (wa-anì ‘assitini: Yechezqel 28,5, dalla Haftarah). Ma se il Faraone non avesse imparato la lezione, l’avrebbero imparata gli Ebrei spettatori di cotal portento. Scrivono ancora i Pirqè Avot a proposito del Servizio Divino (1,3): “Non siate come quei servi che servono il Padrone allo scopo di ricevere una ricompensa (e di evitare una punizione, commenta Sforno), ma siate invece come quei servi che servono il Padrone non allo scopo di ricevere una ricompensa (bensì solo per riconoscimento della Sua grandezza)”. E a questo proposito voglio concludere con un’osservazione sulle quattro promesse di libertà all’inizio della Parashah: wehotzetì (“vi trarrò dalle sofferenze dell’Egitto”) – wehitzaltì (“vi salverò dalla loro schiavitù”) – wegaaltì (“vi redimerò con braccio disteso”) – welaqachtì (“vi prenderò quale mio popolo”: Shemot 6, 6-7). Sforno commenta che esse si riferivano ad altrettanti momenti storici successivi del processo di liberazione, rispettivamente: la cessazione della schiavitù avvenuta, secondo il Midrash, in concomitanza con la prima piaga; l’uscita dal territorio dell’Egitto, il passaggio del Mar Rosso e il Dono della Torah sul Monte Sinai, che è lo scopo di tutto. Se seguendo il Talmud Yerushalmì mettiamo in relazione le quattro promesse con i “quattro bicchieri” di vino durante il Seder di Pessach, scopriamo che le prime due, adempiute su suolo egiziano, sono riferite ai bicchieri che precedono la cena (Qaddesh e Magghid), mentre le seconde due, adempiute fuori dall’Egitto, sono riferite ai bicchieri che seguono la cena (Barekh e Hallel). La cena fa dunque da spartiacque fra due periodi: essa simboleggia l’Uscita dall’Egitto in quanto tale. Possiamo andare ancora oltre e affermare che i primi due momenti in Egitto vanno sotto il segno della Yir’ah e del Din nei confronti dell’Egitto e per questo presuppongono il resoconto, mentre gli ultimi due segnalano la Ahavah e il Chessed, l’Amore di H. per il popolo d’Israele. Questo è il momento del canto e del ringraziamento. Un motivo in più per non interrompere il Seder e fermarsi fino alla fine! Non ci si alza da tavola prima di aver ringraziato!
