(da una derashah di Rav Lichtenstein)
I versi che aprono la parashà di Waerà sono molto noti e altrettanto difficili. D.o parla a Moshè dicendogli: Io sono D. Sono apparso ad Avrahàm, Yitzchaq e Ya’aqov come E-l Shadday, ma non mi sono fatto conoscere con il Mio nome, il Tetragramma. Si tratta di espressioni molto difficili. Cosa intende dire il Signore quando ricorda a Moshè di essere D.? Perché improvvisamente si riferisce ai patriarchi?
Rashì lega questi versi a quelli immediatamente precedenti, che concludono la parashà di Shemot, quando Moshè si lancia in una critica serrata: Perché hai fatto del male a questo popolo? Perché mi hai mandato?
La risposta divina non tarda ad arrivare: il Signore garantisce la ricompensa a coloro che seguono la sua volontà. Il Signore ha promesso ai patriarchi di riscattare i loro discendenti, e questa promessa verrà adempiuta, e Moshè non è nella posizione di mettere in dubbio questo fatto.
La ghemarà in massèkhet Sanhedrin approfondisce il concetto: il Signore disse a Moshè di essere apparso ad Avrahàm, Yitzchaq e Ya’aqov con il nome E-l Shadday, ma questi non hanno mai messo in dubbio il Suo modo di operare, né tanto meno hanno chiesto il Suo nome. Il Signore promise ad Avrahàm la terra di Kena’an, ma quando dovette seppellire Sarà non poté esimersi dall’acquistare una terra per 400 sicli, e ciononostante non sollevò obiezioni. Lo stesso fu per Yitzchaq non espresse delle critiche quando i suoi servitori furono coinvolti nelle lotte fra pastori per l’acqua. Anche Ya’aqov non si lamentò quando, tornato in Israele, dovette acquistare un appezzamento di terreno per piantare la propria tenda. I patriarchi non hanno mai chiesto il Nome divino, mentre Moshè non solo ha chiesto il Nome, ma si è lamentato della mancata salvezza del popolo. Per questo, Moshè, vedrai la battaglia contro il Faraone, ma non assisterai alle battaglie contro i trentuno re.
Questo passaggio suscita una domanda molto difficile: come è possibile che Moshè, il più grande dei profeti, abbia dubitato della divinità e messo in discussione la Sua parola? Ciò non corrisponde alla descrizione che i Chakhamìm hanno dato di Moshè. E’ vero, Moshè era all’inizio della carriera, ma ci sembra inconcepibile che abbia peccato in modo così grave.
Per comprendere bisogna fare un passo indietro nella ghemarà, dove si narra del viaggio di R. El’azar, figlio di R. Yosè, ad Alessandria di Egitto. Lì un anziano gli mostrò quanto i suoi antenati avevano fatto agli antenati del Maestro. Alcuni furono annegati, altri uccisi con la spada, altri morirono schiacciati. La schiavitù egiziana viene qui descritta nei termini più orribili, con numerosissimi morti uccisi nei modi più indicibili. Alla luce di ciò l’atteggiamento di Moshè risulta più comprensibile. Moshè non intendeva mettere in discussione la promessa divina, si sarebbe realizzata sicuramente, ma non capiva proprio perché ciò non fosse ancora avvenuto, perché Israele potesse soffrire in questo modo. Moshè non era in grado di vedere una persona soffrire senza fare nulla. Già era successo con l’egiziano che picchiava l’ebreo. Non poteva contenersi. I Patriarchi non avevano messo in discussione D., ma non c’era paragone fra i periodi storici. Si erano confrontati con problemi molto più limitati, pagarono la terra e si trovarono coinvolti in dispute per l’acqua. Moshè assisteva invece un disumano, barbaro, sistematico massacro della sua gente, giorno dopo giorno. I patriarchi inoltre si sono confrontati con problemi personali e familiari. Ora è in gioco l’esistenza di un’intera nazione. Anche se non possiamo assolvere Moshé, possiamo capire perfettamente cosa lo abbia condotto a peccare. Il nome Shadday indica una dimensione determinata della divinità, per Rashì la Sua autosufficienza, il Suo essere in grado di essere D. per tutti, per Ibn Ezrà la sua prevalenza a livello cosmico. Ramban espande il concetto: questa prevalenza si manifesta per mezzo di miracoli nascosti. Se Israele compie le mitzwòt le piogge scendono copiosamente e la terra dà i suoi frutti in abbondanza. Ragionando in termini naturali, non c’è alcuna correlazione fra il comportamento della natura e la condotta morale dell’uomo. E’ D. a stravolgerla. Con i patriarchi D. ha usato questo attributo, compiendo miracoli sottili, e non clamorosi come le dieci piaghe e l’apertura del Mar Rosso. Per questi miracoli serve un altro attributo, rappresentato dal Tetragramma. Ragionando nei termini di E-l Shadday la sofferenza fa parte del piano di redenzione. Non puoi fare una frittata senza rompere le uova. La protesta di Moshè si basa sull’esistenza di un’altra modalità che alla luce delle sofferenze del popolo ebraico deve essere messa in campo. Effettivamente è così, ma la sofferenza di Israele fa in ogni caso parte del piano. Moshè non può capire. Nessuno può capire. D. dice a Moshè di non mettere in discussione il piano divino. Nessuno può comprendere a pieno le decisioni divine. In tempi difficili non dovremmo mai mettere in discussione la provvidenza divina. Siamo consapevoli della Sue potenzialità, e non dovremmo mai criticarLo se decide di non utilizzare questa capacità esclusiva.
