limmud in memoria di Miryam bat Natan Disegni z.l.
Leggendo la Parashà di Shemot il filone narrativo fondamentale sembra essere collegato alla nascita di un leader, Moshè, salvato dalla figlia del Faraone e cresciuto come un principe egiziano. Assistendo alla sofferenza dei propri fratelli, Moshè interviene, come conviene ad un vero leader. Nell’episodio del roveto ardente, dopo vari rifiuti, Moshè assume l’incarico.
Questa tuttavia è solo la superficie della storia. La Torà è un libro profondo e sottile, e il messaggio fondamentale spesso rimane sottotraccia. Ad un livello più profondo troviamo la storia di sei eroine, sei donne coraggiose, senza le quali non ci sarebbe stato un Moshè. In generale i chakhamim nel trattato di Sotà hanno insegnato che i figli di Israele furono redenti dall’Egitto per via del merito delle donne giuste che vi erano in quella generazione. Sin dal primo verso del libro di Shemot (Ish uvetò bau – ciascuno giunse con la propria moglie) traspare la presenza e la centralità delle figure femminili nel libro. Se al centro della storia c’è Moshè alla base ci sono una serie di donne, per lo più rimaste anonime, che con coraggio si opposero al Faraone e risollevarono con ottimismo il morale dei mariti.
La prima di queste donne è Yocheved, moglie di Amram e madre di tre figli, che sarebbero stati i leader del popolo ebraico: Miriam, Aharon e Moshè. Fu proprio Yocheved che nella persecuzione egiziana ebbe il coraggio di avere un figlio, nasconderlo ed elaborare un piano che gli avrebbe permesso di salvarsi. Dalla Torà conosciamo pochissimi particolari su questa figura, ma dal destino dei suoi figli dovremmo acquisire consapevolezza riguardo al suo coraggio e alla sua intraprendenza.
La seconda è Miriam, la sorella maggiore di Moshè. Lei lo sorvegliò mentre la cesta che conteneva Moshè galleggiava lungo il Nilo; lei consigliò alla figlia del Faraone di farlo allattare dalla sua gente. Dal testo biblico la immaginiamo come una donna impavida e presente, ma la tradizione rabbinica si spinge oltre. In un Midrash notevole i Maestri la vedono affrontare il padre Amram e convincerlo a cambiare idea. Di fronte al decreto del Faraone difatti Amram spinge gli uomini a lasciare le proprie moglie e non mettere più al mondo dei bambini. La logica in fondo era dalla sua parte. Che senso ha mettere al mondo dei figli, quando c’è il cinquanta per cento di possibilità che muoiano? Miriam accusa il padre di essere più crudele del Faraone: il decreto del Faraone infatti colpiva solo i maschi, quello di Amram tutti; il decreto del Faraone li priva della vita solo in questo mondo, quello di Amram anche nel mondo futuro. Amram cedette e nacque Moshe. Miriam in questa occasione mostrò di avere più fede di suo padre.
La terza e la quarta sono le due levatrici, Shifrà e Puà, che vanificarono il primo tentativo del Faraone di attuare il genocidio. Per timore di D. non attuarono quanto il Faraone aveva detto di fare, sfuggendo alla punizione e salvando delle vite umane. Come è noto i Maestri discutono sull’identità delle levatrici. Secondo alcuni erano ebree, e più in particolare Yocheved e Miriam, secondo altri erano delle egiziane, e questo renderebbe il loro coraggio maggiormente degno di nota. Questa storia è molto significativa, poiché raffigura uno dei maggiori contributi che l’ebraismo ha dato alla civiltà: l’idea che ci siano dei limiti morali al potere. Ci sono degli ordini a cui non bisogna obbedire. Ci sono crimini contro l’umanità che non possono essere giustificati dall’affermazione secondo la quale “stavo solo obbedendo agli ordini”. La disobbedienza civile, che consideriamo un’idea estremamente moderna, che è entrata a far parte della coscienza comune dopo la Shoà, trova la propria origine in questa storia, che risale ad alcune migliaia di anni fa. Queste due donne ci hanno mostrato come la coscienza abbia il primato sul conformismo, come la legge morale sia superiore alla legge terrena.
Il decreto del Faraone sembra riconoscere alle donne ebree un valore particolare. Perché vengono perseguitati solo i maschi? Se il timore è quello che dell’abbandono dell’Egitto da parte del popolo ebraico, lasciare sole le donne, per poi farle sposare a degli egiziani, sarebbe un comportamento logico a livello strategico. L’eliminazione fisica sarebbe accompagnata dall’assimilazione. Il Talmud nel trattato di Sotà narra che il Faraone indicò alle levatrici un segno. Se si trattava di un maschio, il suo volto era rivolto verso il basso, se era una femmina, il suo volto era rivolto verso l’alto. Le donne sono indirizzate verso il futuro, e non considerano le situazioni in base al dato attuale come fanno gli uomini. Questa è una chiave di lettura importante dei particolari della storia dell’esodo e più in generale dell’esperienza del popolo ebraico nel deserto.
La quinta èTzipporà, la moglie di Moshè. Sebbene fosse Midianita di nascita, decide di accompagnare Moshè nella sua missione, rischiando la vita. In un passaggio estremamente difficile salva la vita di Moshè circoncidendo il figlio. In un momento cruciale comprende la richiesta divina più prontamente di Moshè.
L’ultima figura, la più intrigante, è la figlia di Faraone, che ebbe il coraggio di salvare un bambino israelita e allevarlo nel proprio palazzo, dove il padre stava progettando lo sterminio di quel popolo. Potremmo immaginare che la figlia di Hitler, di Eichmann, o di Stalinfaccia altrettanto? Chi era? La Torà non le dà un nome. Il libro delle Cronache menziona il nome di una figlia del Faraone, Bityà, che i Maestri identificarono come la donna che salvò Moshè. Questo nome significa “figlia di D.”. Da tale nome i Maestri traggono una lezione sorprendente: Il Santo Benedetto Egli sia le disse “Moshè non era tuo figlio, eppure lo hai chiamato tuo figlio. Non sei mia figlia, ma ti chiamerò mia figlia”. Non solo: nella Torà il nome dei figli viene dato dai genitori, in casi eccezionali da D. stesso. D. dà il nome ad Yitzchaq; l’angelo tramuta il nome di Ya’aqov in Israel; anche se Yosef in Egitto assume il nome di Tzapenat Pa’neach lo ricordiamo solo Yosef. Per Moshè non viene usato il nome che gli venne dato dai genitori, ma quello che ricevette dalla madre adottiva, una principessa egiziana. Moshè è un nome evidentemente egiziano, che significa bambino. Ramses ad esempio è il figlio della divinità Rà.
Spesso leggendo la Torà non ci pensiamo, ma l’incontro fra la figlia del Faraone e Miriam sulle sponde del Nilo è assolutamente eccezionale, per differenza di età, di cultura e di status. Queste due eroine riescono a trovare un linguaggio comune in un’umanità condivisa, capace di colmare tutte le distanze.
In superficie quindi la parashà di Shemot vuole introdurci alla figura di Moshè, ma ci mostra una serie di figure femminili, che consentono a Moshè di emergere. Se è così, perché allora le donne sono escluse dalla halakhà da determinati ruoli di leadership? Le limitazioni riguardano la corona del sacerdozio, appannaggio di Aharon e i suoi discendenti, e la corona della regalità, che spetta a David e i suoi discendenti. Questi ruoli sono basati sul principio della successione dinastica. Le donne non furono tuttavia escluse dalla terza corona, che è quella più importante, la corona della Torà. Ci sono state sette profetesse e tante studiose di Torà, sino ad oggi.
Rav Elihau Bakshi Doron in un suo responsum stabilisce una differenza fondamentale fra autorità formale (samchut) e leadership effettiva (hanhagà). Ci sono persone che hanno dei ruoli formali, primi ministri, presidenti, amministratori delegati, che non sono dei leader. Hanno il potere di costringere le persone a fare quanto dicono, ma non hanno dei seguaci. Non suscitano ammirazione. Non ispirano emulazione. Ci sono persone che non hanno degli incarichi ufficiali, ma vengono interpellate per ricevere dei consigli e sono considerati dei modelli. Spesso i Ghedolè Yisrael erano figure del genere. Secondo molti né Rashì né Rambam avevano dei ruoli formalizzati. Quando la leadership dipende dalle qualità personali, non c’è differenza fra uomini e donne.
Le donne di Shemot erano delle leader non per via della posizione ufficiale che ricoprivano, ma per via del loro coraggio e della loro coscienza. Si rifiutarono di essere intimidite dal potere e sopraffatte dalle circostanze. Sono state delle vere eroine, e ancora oggi sono un’ispirazione. Ci hanno insegnato che il coraggio morale può essere trovato nel cuore dell’oscurità. Possiamo imparare poi che quando si parla di persone non bisogna mai generalizzare, mai costruire degli stSereotipi. Gli stessi egiziani non erano tutti malvagi. Dallo stesso Faraone nacque un’eroina. Noi, da parte nostra, siamo tenuti a riconoscere il valore, anche se sorge fra i nostri nemici. Ci sono dei valori umani, l’umanità, la compassione, il coraggio, che sono universali e trascendono l’appartenenza etnica.
Bibliografia essenziale
M. Elon, Bizkut Nashim Zadqaniot – Cheleq 1, Tekhelet Mordekhay Shemot, pp. 9-45
J. Sacks, Woman as leaders (Covenant and conversation Shemot 5774) J. Sacks, The Light at the Heart of Darkness (Covenant and conversation Shemot 5779)
