Crescendo, usiamo alcune informazioni con le quali veniamo a contatto per costruire la nostra identità e la nostra immagine, perché riteniamo che queste informazioni sono valide e sicure, degne di comporre le nostre fondamenta. Ma cosa succede se un giorno scopriamo che queste informazioni non sono più come pensavamo? Di fronte a noi avremmo due possibilità: far finta di nulla e difendere a spada tratta ciò che avevamo accolto tempo addietro, oppure fare il punto della questione, ammettere eventualmente di essere in errore e implementare il proprio sistema di pensiero con le nuove informazioni, dimostrando di avere un’integrità intellettuale che pochi oggigiorno possiedono ancora. A volte capita di voler cambiare idea o prospettiva, ma è il nostro entourage a bloccarci e a convincerci che è meglio non farlo. Se cambiamo le nostre basi – e di conseguenza cambiamo anche noi – questo si rispecchierà anche nella nostre rete di relazioni. Se questa rete si basa sul rispetto, l’amore e la compassione, la nostra rete ci sosterrà; se invece è una rete basata sull’attaccamento e la volontà di mantenere la situazione così com’è perché “è sempre stato così”, allora ci vincolerà e ci sentiremo bloccati. Il minimo cambiamento può essere percepito all’esterno come una minaccia per l’equilibrio di quella piccola comunità di cui fai parte. Tuttavia hai il sacrosanto diritto di cambiare idea se lo senti necessario. Il fatto che tu riesca a rimetterti in questione, dimostra che sei in grado di evolvere e soprattutto che sei una persona che ha già raggiunto quel livello di equilibrio interiore che le permette di camminare in piena autonomia.
Nel Talmud non è raro il caso in cui un certo Maestro recede dalla propria opinione (chozèr bo) in una discussione, a seguito di una più appropriata analisi del problema o per mutate circostanze. “Si racconta di un discepolo che si presentò davanti a R. Yehoshua’ e gli domandò: ‘La Tefillat ‘Arvit è facoltativa o obbligatoria?’ R. Yehoshua’ gli rispose: ‘E’ facoltativa’. Si rivolse poi a Rabban Gamliel dicendogli: ‘La Tefillat ‘Arvit è facoltativa o obbligatoria?’ Rabban Gamliel gli rispose: ‘E’ obbligatoria.’ Protestò: ‘Ma R. Yehoshua’ mi ha detto che è facoltativa!’ Rabban Gamliel gli chiese di aspettare che giungessero i Maestri nel Bet ha-Midrash. Allorché furono giunti, il postulante tornò a domandare: ‘La Tefillat ‘Arvit è facoltativa o obbligatoria?’ Rabban Gamliel gli ribadì: ‘E’ obbligatoria’ e poi, rivoltosi agli altri Maestri disse: ‘C’è qualcuno che dissente?’ R. Yehoshua’ rispose: ‘No.’ R. Gamliel rispose: ‘Mi è stato riferito a tuo nome che avresti detto: facoltativa!’ e soggiunse: ‘Yehoshua’, alzati in piedi affinché testimonino contro di te!’. R. Yehoshua’ si alzò in piedi e ammise: ‘Se io fossi vivo e il discepolo fosse morto, il vivo potrebbe smentire il morto, ma dal momento che entrambi siamo vivi, come può un vivente smentire l’altro vivente?” (Berakhot 27b).
La domanda che i commentatori pongono è come sia possibile che R. Yehoshua’ abbia apparentemente mentito, dicendo inizialmente al discepolo che la Tefillat ‘Arvit è facoltativa per poi affermare nel Bet ha-Midrash che è obbligatoria. Forse aveva semplicemente cambiato idea! Perché? Nel seguito il Talmud ci rivela che quel discepolo altri non era che R. Shim’on bar Yochay. Che cosa ci importa di identificarlo? In un altro passo (Shabbat 33b) si insegna che chi fa dello studio della Torah la sua unica occupazione è esente persino dalla Tefillah e che un esempio di tale personalità è proprio R. Shim’on bar Yochay. Per questa ragione, rivolgendosi a lui personalmente R. Yehoshua’ stabilì che la Tefillat ‘Arvit è solo facoltativa. Riteneva che il discepolo domandasse per sé. Ma quando poi nel Bet ha-Midrash questi ripeté la domanda davanti a tutti, pensò che in pubblico certamente si dovesse insegnare che la Tefillat ‘Arvit è obbligatoria, dal momento che la maggioranza dei Maestri interrompe lo studio per lavorare e quindi ha il dovere di farlo anche per pregare. E’ dunque per riabilitare R. Yehoshua’ che il Talmud rivela l’identità del discepolo. Impariamo da qui che la stessa domanda può ricevere risposte diverse a seconda del contesto in cui è formulata. Sono relativamente poche le questioni che possono dirsi chiuse una volta per sempre.
R. Yehoshua’ non è nuovo a queste cose. Un’altra volta, mentre si trovava in viaggio in compagnia di R. Ishma’el, questi gli domandò: “Perché i Chakhamim hanno proibito i formaggi fatti da non ebrei?” Inizialmente R. Yehoshua’ rispose: “Perché li cagliano con i residui di latte presenti nello stomaco di un animale che non è stato sottoposto a shechitah”, come se fossero parte dell’animale stesso. R. Ishma’el gli portò delle fonti dalle quali si può arguire che non è così: il latte è semplice scarto (peresh) e non è parte dell’animale in cui si trova. R. Yehoshua’ fu costretto a fornire un’altra spiegazione del divieto, ma anche su questo R. Ishma’el ebbe da ribattere, al punto che R. Yehoshua’ preferì a questo punto cambiar discorso (‘Avodah Zarah 2,5; 29a). Nel Talmud è spiegato che quando i Maestri adottavano una ghezerah nuova si astenevano dal rivelarne il motivo per 12 mesi, per evitare che qualcuno potesse revocarla in dubbio prima che avesse preso piede presso la popolazione. Una delle ragioni del divieto che il Talmud offre successivamente e attribuita a R. Yehoshua’ dopo il suo cambiamento d’idea (Rashì a ‘Avodah Zarah 35b) è che i non ebrei utilizzano come caglio la pelle dello stomaco, che è carne dell’animale a tutti gli effetti, mentre il latte ivi contenuto sarebbe in linea di principio permesso. La Halakhah è conforme a questa nuova opinione più facilitante di R. Yehoshua’, nata dal suo confronto con R. Ishma’el. Cambiare idea per evitare che una situazione precipiti ci viene insegnato ki-v-yakhòl da H. stesso nella Parashat Wayiggash. Quando Yossef si rivelò ai suoi fratelli, invitò suo padre Ya’aqov a raggiungerlo in Egitto. Per prima cosa Ya’aqov “offrì sacrifici al D. di suo padre Itzchaq” (Bereshit 46,1). Perché Avraham non è qui menzionato? R. ‘Ovadyah Sforno spiega che Ya’aqov intendeva chiedere il permesso di scendere in Egitto dopo che H. l’aveva negato proprio a suo padre Itzchaq. Precedentemente il S.B. aveva infatti detto a Itzchaq: “non scendere in Egitto” a seguito di una carestia e Itzchaq si era fermato nel territorio dei Filistei (Bereshit 26, 1-3). Ma ora con il figlio Ya’aqov H. si comporta in modo differente e gli dice: “Non aver paura di scendere in Egitto, perché lì farò di te un grande popolo” (Bereshit 46, 3). ‘Ovadyah Sforno così commenta la contraddizione: “Se i tuoi figli continuassero a stare qui finirebbero per sposare donne cananee e si mescolerebbero, cosa che in Egitto non potrebbe accadere, perché gli Ebrei lì sono aborriti per le loro diverse abitudini alimentari”. E’ vero che ancora prima Avraham era sceso in Egitto a sua volta a causa di una grave carestia e H. non gliel’aveva impedito (12,10). Ma in quel caso Avraham era giunto in Eretz Israel da poco e H. voleva metterlo alla prova se avesse dubitato delle Sue parole che lo costringevano in così breve tempo a lasciare il paese (Rashì). Le parole di Sforno ci impon gono un’altra considerazione ancora: dove si tratta di evitare i matrimoni misti bisogna essere pronti a mettere in discussione le nostre politiche e le nostre scelte in qualsiasi momento, per il bene dei nostri figli, delle nostre Comunità e del nostro ebraismo.
