Ho trovato un Lulav su un banco del BhK. Posso prenderlo per eseguire la Mitzwah all’insaputa del proprietario? In linea di principio la Halakhah lo consente, partendo dal presupposto che il proprietario del Lulav sia contento di mettere altrui a disposizione il proprio bene per l’esecuzione di una Mitzwah (Remà a O.Ch. 649,5; cfr. 14,4). I Decisori più tardi sono tuttavia più cauti. E’ noto infatti che non tutti hanno la medesima sensibilità sull’argomento e di fatto molti sarebbero restii a concederlo. E’ pertanto opportuno ricorrere a questa soluzione solo in un caso estremo: se il tramonto, termine ultimo per eseguire la Mitzwah quel giorno, è ormai prossimo e non c’è il tempo di chiedere il permesso al proprietario: altrimenti si dovrà cercare un’altra soluzione. Se non c’è altro modo, sarà lecito adoperare il Lulav solo sul posto, senza spostarlo, facendo attenzione a non danneggiarlo. E’ altresì opportuno avvertire comunque il proprietario anche a cose fatte (Mishnah Berurah ad loc. n. 34; Ben Ish Chay, I, P. Lekh Lekhà, 6; P. Wayerà, 14).
In ogni caso l’autorizzazione di cui abbiamo parlato vale nel caso del Lulav solo per i giorni di Chol ha-Mo’ed. La Halakhah stabilisce infatti che il primo giorno di Sukkot (i primi due fuori da Israel) il Lulav debba essere di proprietà di chi lo adopera. Il versetto dice infatti: “E prenderete per voi (lakhem) il primo giorno rami di palma…” (Wayqrà 23,40) e i Chakhamim interpretano “per voi” (lakhem) come “dal vostro” (mi-she-lakhem – Sukkah 29b). E’ dunque evidente che nel nostro caso di Yom Tov il Lulav può essere maneggiato solo se si è almeno chiesto preventivamente al proprietario il permesso. Altrimenti non si è adempiuta la Mitzwah.
A ben vedere la questione del primo giorno è ancora più complessa. A priori ciascuno ha l’obbligo di procurarsi per tempo un Lulav personale, in modo da uscire da ogni discussione in merito alla proprietà (O.Ch. 656, dove si insiste sull’importanza di questa spesa e se ne stabiliscono i limiti). Se non lo avesse fatto, c’è il modo di farselo dare da un’altra persona per il tempo necessario all’uso. Non in prestito naturalmente, perché non basta: dev’essere di proprietà di chi lo usa in quel momento (658,3). Come conciliare questa esigenza del fruitore con quella, altrettanto legittima, del proprietario di vederselo restituire? C’è un istituto del diritto ebraico sulla proprietà che si chiama Mattanah ‘al menat lehachzir, “donazione eseguita sub condicione di restituzione”. Ti dono il mio Lulav in proprietà a condizione che appena finito di adoperarlo me lo restituisci. Se non me lo restituirai la tua proprietà è annullata retroattivamente e non sarai uscito d’obbligo dalla Mitzwah (658,4). (Incidentalmente, come giustificare sotto questo aspetto l’uso del Lulav comunitario? Il Lulav del BhK è considerato di proprietà di tutti e nel momento in cui una persona lo adopera partiamo dal presupposto che in quel momento tutti gli altri rinunciano alla loro parte di proprietà a suo vantaggio, in modo che l’interessato esca d’obbligo dalla Mitzwah).
Non tutti fanno questo complesso ragionamento nel momento in cui passano di mano il loro Lulav il primo giorno di Sukkot, ma non importa. Se anche la condizione non è espressamente pronunciata, la si dà per sottintesa e la Mitzwah può così essere eseguita da tutti (658,5). C’è un limite a tutto questo. Il caso in cui si voglia abituare un qatan (“minorenne”, sotto i 13 anni) ad agitare il Lulav. Secondo la Halakhah un minorenne ha la capacità giuridica di acquisire una proprietà (qoneh), ma non quella di alienarla a vantaggio altrui (maqneh). Se io dunque consegno il mio Lulav a un bambino secondo la procedura descritta il bambino acquisisce la proprietà del Lulav in questione ma non sarà in grado di restituirmelo. Dal momento che per la Halakhah il passaggio di proprietà è sancito nel momento in cui l’oggetto passa dalle mani di uno alle mani dell’altro, la soluzione consisterà nel fatto che i primi due giorni di Sukkot l’adulto non lascerà la presa del Lulav ma lo agiterà insieme al bambino (658,6).
Il Lulav deve essere di proprietà di chi lo adopera il primo giorno di Sukkot, perché a questo proposito la Torah scrive: lakhem = mi-she-lakhem. Anche a proposito dell’altra Mitzwah della festa, la Sukkah, la Torah adopera un’espressione simile: “la festa delle Sukkot farai per te (lekhà)” (Devarim 16,13), ma qui non viene data la medesima interpretazione e ne esce una regola differente. La Sukkah ha una misura massima in altezza, ma non in lunghezza e larghezza (O.Ch. 634,1). Spiegano i nostri Maestri che se per ipotesi teorica riuscissimo a costruire una Sukkah sola che abbraccia tutto quanto il mondo, questa Sukkah sarebbe perfettamente kesherah. Lo si deduce dal versetto che dice: “tutti i cittadini in Israel risiederanno nelle Sukkot” (Wayqrà 23,42), dove la parola Sukkot è scritta senza la waw del plurale e potrebbe essere ripunteggiata Sukkat al singolare! Stando così le cose, è evidente che si esce d’obbligo dalla Sukkah anche senza esserne i proprietari (Sukkah 27b e Meirì ad loc.). Perché il Lulav (il primo giorno) deve essere di proprietà, mentre la Sukkah non lo richiede? Perché si assolve quest’ultimo obbligo anche stando in una Sukkah presa in prestito, o essendo ospiti nella Sukkah altrui? Credo di poter dare una spiegazione. Il Lulav e la Sukkah esprimono due aspetti complementari di Sukkot, con cui festeggiamo il compimento dell’anno agricolo. Abbiamo felicemente terminato e immagazzinato i raccolti, siamo pronti ad affrontare l’inverno che comincia con la fiducia nei mezzi materiali che abbiamo a disposizione. Il Lulav rappresenta la soddisfazione di chi sa di aver lavorato bene i suoi campi, con l’aiuto di H., e ora raccoglie i suoi prodotti. Le quattro specie sono la quintessenza della nostra vegetazione. E’ legittimo richiedere che ad agitare il Lulav sia il suo proprietario. Diverso è il caso della Sukkah. Questa ci richiama al fatto che la ricchezza materiale acquisita non è tutto. Il modo migliore per festeggiare non consiste nel tenersi tutto per sé. Dobbiamo riflettere sulla precarietà dell’esistenza umana e sul fatto che dobbiamo condividere i beni raggiunti, mettendoli anche a disposizione dei meno fortunati. Per questo, proprio all’apice della nostra gioia materiale, ci trasferiamo in capanne di frasche come ai tempi dell’Uscita dall’Egitto (secondo un’opinione) e accogliamo in esse tutti coloro che sono alla ricerca di un riparo. Proprietari o no.
