(Intervento al Campus Einaudi – 2/5/2019)
Negli ultimi decenni abbiamo assistito ad alcuni cambiamenti epocali in tanti ambiti della nostra vita, e anche le strutture fondamentali della società hanno ne hanno risentito. La politica è profondamente mutata, e la stessa partecipazione dei cittadini ha subito una metamorfosi, spostandosi in gran parte dalla piazza, luogo della parola, dell’incontro e della manifestazione delle proprie opinioni, alla rete, che ha le sue specifiche dinamiche, sensibilmente diverse da quelle del mondo reale. La stessa politica “ufficiale” ha assecondato questo nuovo assetto, sfruttandone poi a proprio vantaggio le potenzialità in termini di visibilità e consenso. Chi è nato in una generazione precedente è in grado di apprezzare questi cambiamenti, e riconoscerne i pro e i contro, meno i “nativi digitali”, che non hanno conosciuto l’altro mondo.
Rav Sacks ripete spesso nei suoi scritti che l’ebraismo si presenta al mondo come una religione di protesta, una visione iconoclasta e sempre controcorrente[1]. L’esodo rappresenta un evento senza precedenti, in cui la divinità, la forza suprema, libera i supremamente impotenti. Nelle religioni antiche le divinità si trovano sempre dalla parte del potere costituito, legittimano la gerarchia, destinano le masse all’ignoranza e al servilismo. Nella sua visione delle cose, gli aspetti fondamentali che definiscono una società egalitaria sono l’accesso generalizzato all’istruzione, al welfare e alla dignità umana in generale. Ai profeti non è mai passato per la mente che l’ingiustizia, la povertà e la violenza siano parte di un piano divino. Vi è piuttosto una chiamata costante alla responsabilità umana, per avvicinare il mondo com’è a al mondo come potrebbe essere[2]. Siamo chiamati costantemente a scegliere, come se il destino del mondo dipendesse dai nostri comportamenti, in un processo che ovviamente riguarda noi, ma può avere ripercussioni sempre più ampie, riguardare la nostra famiglia, il nostro quartiere, la nostra città, la nostra nazione, la nostra comunità di fede, il mondo intero.
In una società sempre più atomizzata non è più possibile pensare solo al proprio orticello, se si ha freddo esistono due strade possibili, si può indossare un caldo maglione, o accendere un fuoco, con la differenza che il fuoco esercita un influsso benefico anche sugli altri. Allo stesso modo in una società sempre più multiculturale è indispensabile favorire l’incontro che stimoli la conoscenza e il miglioramento generale della società. In tal senso un modello importante, riconosciuto da circa metà dell’umanità è rappresentato dalla figura di Abramo, che nel suo incontro con i Chittei si definisce straniero e residente, saldo nella propria identità e nelle proprie credenze, ma al contempo parte di una società. Uno dei principali rabbini dell’’800, Rav Shimshon Refael Hirsch nota che, quando Abramo prega per gli abitanti di Sodoma, nel tentativo di salvarla, ricerca dei “giusti che siano nella città”. La grande sfida è quella di mantenersi integri pur essendo pienamente all’interno della città, esposti al contatto costante con i propri contemporanei. In tal senso nel mondo attuale le comunità, e fra esse certamente le comunità religiose, ricoprono un ruolo fondamentale. La comunità, così come le associazioni di vario genere, sono ciò che permette di ridurre lo scarto incolmabile fra l’individuo e lo Stato, supplendo allo scarso conferimento di senso da parte delle strutture fondamentali delle nostre società. In questo senso le religioni, con la loro millenaria sapienza, forniscono all’uomo una determinata visione dell’esistenza umana e la caricano di senso. La divisione fra legge e moralità caratteristica dei nostri tempi non può garantire l’ordine, confidando unicamente nel potere deterrente delle sanzioni[3]. Nella tradizione ebraica questi due aspetti vanno di pari passo, tanto che è possibile dire che questi due ambiti hanno la stessa estensione; infatti secondo alcuni pensatori come Y. Leibowitz e M. Fox un enunciato morale ebraico per essere valido deve trovare sostegno nella legge religiosa[4].
Per rendere quanto la tradizione ebraica prevede su questi aspetti è necessario premettere che la normativa ebraica ha un assetto costitutivamente differente rispetto al nostro, essendo concentrata sui doveri, piuttosto che sui diritti, ai quali le società occidentali rivolgono il proprio interesse, quantomeno dopo l’illuminismo, quando l’individuo e i suoi diritti vengono posti al centro dell’universo politico[5]. Il concetto fondamentale all’interno della normativa ebraica è quello di mitzwà, comandamento.L’autonomia e la possibilità di scelta sono invece il marchio di fabbrica della modernità. L’uomo moderno è padrone di scegliere il proprio destino[6]. E’ noto come il pensiero politico moderno abbia articolato la questione: Isaiah Berlin individua due tipi di libertà, una, la libertà negativa, che permette all’individuo di agire senza l’altrui interferenza, nelle parole di John Stuart Mill “il perseguimento del nostro bene nel nostro modo proprio”, l’altra, la libertà positiva di essere un soggetto razionale e moralmente responsabile, e non un mero oggetto. La tradizione ebraica propende in maniera pronunciata per quest’ultima visione[7], rendendo l’individuo un soggetto in grado di influenzare la realtà che lo circonda, anzitutto attraverso la propria esistenza concreta, incentrata sui propri valori in un sistema costitutivamente eteronomo di una religione rivelata, nella quale tuttavia l’elemento umano e tradizionale è presente e dirimente.
Un concetto dalla lunga storia e dalle molte vite, molto importante per determinare il rapporto della componente ebraica con la società secolare, molto studiato negli ultimi anni, è quello di tiqqùn ‘olàm (riparazione del mondo)[8]. Il motivo per cui questo interesse si è manifestato solo in tempi tutto sommato recenti è semplice, dal momento che l’emancipazione degli ebrei, sino ad allora isolati dal resto della società, ha creato una situazione nuova, nella quale l’influenza reciproca in un contesto più fluido era possibile. Il contributo che il mondo ebraico è in grado di fornire è molto significativo, avendo sviluppato, a dispetto dell’esiguità numerica, vari modelli, sorti in luoghi ed epoche differenti, che possono contribuire, anche indirettamente, al miglioramento della società in generale. Inoltre all’interno della tradizione ebraica, sempre interessata ad una visione globale e non fratturata dell’esistenza umana, possono essere individuate delle categorie originarie negli ambiti più diversi: basti pensare ad esempio alla riflessione sulla tzedaqàh, non una semplice forma di carità, ma un sistema che pone in atto una giustizia distributiva volta ad attenuare gli squilibri sociali all’interno della società e soprattutto alla riabilitazione, anzitutto psicologica, dell’indigente; o l’attenzione rivolta allo studio, che è un precetto, il precetto per antonomasia, che investe ogni singolo individuo. Che tutti i bambini possano studiare è un imperativo fondamentale, tanto che l’edificio primario all’interno di una comunità ebraica è la scuola e non la sinagoga. Più in generale la tradizione ebraica, così come emerge dai grandi testi della tradizione rabbinica, primo fra tutti il Talmùd, lascia emergere un quadro molto complesso, costitutivamente e intimamente dialettico, il quale, pur non cadendo nel relativismo morale, apre la strada alla costruzione di un universo morale definito, ma al contempo dinamico, in cui le varie voci convivono, si rispettano reciprocamente, ma il comportamento da assumere è stabilito in base a determinati criteri, lasciando emergere un’imponente e complessa costruzione a livello valoriale.
Uno dei più influenti rabbini del ‘900, Rav J. D. Soloveitchik, ha dedicato parte della sua riflessione, in modo particolare in Confrontation e The Lonely man of Faith, al rapporto fra il popolo ebraico ed il resto dell’umanità, costruendo un modello basato sul doppio confronto, quello di Israele con D. e quello universale dell’umanità con il cosmo. In tal senso il popolo ebraico deve essere coinvolto negli sforzi civilizzatori del mondo, e cooperare con il resto del genere umano per il benessere di tutti[9], contribuendo alla lotta contro le malattie, allo sforzo per alleviare le sofferenze umane, alla protezione dei diritti umani e all’aiuto dei bisognosi, partecipando alle imprese civiche, scientifiche e politiche che l’umanità intraprende[10]. Ma forse il messaggio più significativo che l’ebraismo ha fornito nella sua lunga e tormentata esperienza storica è un approccio, a dispetto delle tremende prove a cui è stato sottoposto, sempre improntato verso la speranza, che ha gli ha consentito sistematicamente di rinascere, uguale ma diverso, reinventando, alla luce della propria tradizione, le proprie strutture fondamentali. Tante entusiasmanti utopie, così come riconosciuto dagli storici e in modo particolare nel mondo moderno[11], hanno la loro radice indiscutibilmente ebraica, indirizzata oltre l’orizzonte visibile, che ci rende parte di una storia lunghissima e non ancora conclusa. Questo per insegnarci una verità che spesso, travolti dagli eventi, non si riesce a scorgere, che il nostro mondo può innegabilmente essere migliore di come non sia effettivamente, ma che il compito di operare il cambiamento è responsabilmente nostro. Il nostro mondo può, deve essere diverso e migliore.
[1] J. Sacks, A Judaism Engaged with the World, p. 20
[2] J. Sacks, cit., p. 16
[3] W. S. Wurzburger, Law as the Basis of a Moral Society, Tradition 19 (1), p. 42
[4] W. S. Wurzburger, cit., p. 50
[5] Vedi R. R. M. Cover, Obligation: A Jewish Jurisprudence of the Social Order, Journal of Law and Religion 5,1, p. 66
[6] E. Korn, Tradition Meets Modernity: On the Conflict of Halakha and Political Liberty, Tradition 25 (4), p. 30
[7] E. Korn, cit., p. 34
[8] Per una interessante disamina sull’evoluzione storica del concetto, vedi L. Cooper, The Assimilation of Tikkun Olam, Jewish Political Studies Review 25, 3-4, pp. 10-42
[9] G. J. Blidstein, Tikkun Olam, Tradition 29,2, 6-7
[10] Vedi J. J. Schacter, Tikkun Olam: Defining the Jewish Obligation, in Rafael Medoff (a cura di), Rav Chesed: Essays in Honor of Rabbi Dr. Haskel Lookstein, vol. 2, Jersey City 2009, p. 197
[11] G. J. Blidstein, cit., p. 5
