Qualche tempo fa un mio caro allievo, studente di Lettere, mi riferì di aver dato un esame su una materia originale: Storia dell’Università. Gli domandai che cosa ci trovava di tanto interessante. Nel corso della conversazione ebbi motivo di ricredermi di tutti i miei dubbi in proposito. Parlando delle differenze di impostazione degli studi accademici nelle diverse realtà è emersa una capitale distinzione fra l’Italia e il mondo anglosassone. Egli mi spiegò che in Italia non esiste il concetto del College britannico né quello del Campus americano da esso derivato, per una fondamentale divergenza di fondo nel concepire il sapere e il rapporto con i Maestri. Fin dal Medioevo in Inghilterra gli studenti si mettevano a completa disposizione dei docenti nei quali vedevano non semplicemente una guida professionale ma degli autentici Maestri di vita da seguire nel senso complessivo del termine. In Italia le cose andarono diversamente: qui gruppi di studenti si accordavano con i docenti e li pagavano limitatamente alla prestazione che questi fornivano e ciò non richiedeva alcun trasferimento di residenza. Ciò diede origine a un’istituzione diversa, lo Studium, in un certo senso meno articolato e indipendente del Collegium inglese.
Ho subito pensato al parallelismo con il mondo ebraico e ne è nata un’ipotesi affascinante. Le nostre Comunità erano chiamate anch’esse Università fino a non molti decenni fa. Forse proprio perché anche da noi il sapere rimane uno dei valori di fondo della nostra identità: la conoscenza della Torah. Ed ecco che anche in Italia il rapporto con il Rabbinato è probabilmente stato diverso rispetto alla Mitteleuropa. Nel mondo ashkenazita il Rabbino era visto da coloro che lo seguivano come una figura a 360°, un Maestro nel senso integrale del termine. Del Rabbino ci si mette a disposizione. E’ lui, attraverso i suoi insegnamenti, che guida la relazione fra di noi. E’ lui che determina le scelte di fondo della Comunità e dei singoli. Apparentemente in Italia le cose sono state impostate diversamente anche nell’ambiente ebraico. Non che qui da noi il Rabbino non sia stato per secoli il Maestro, ma questi veniva assunto a responsabilità limitata. Era in ogni caso la Comunità a stabilire quali campi del vivere dovevano essere sottoposti alla giurisdizione e alla competenza del Rabbino e quali no.
Con il tempo il sapere rimase uno dei fattori condizionanti di questo rapporto, ma non certo l’unico e forse neppure il principale. I problemi sorsero nell’età dell’emancipazione, con l’allontanamento della stragrande maggioranza degli ebrei dalla conoscenza e dall’osservanza tradizionali. La subordinazione del Rabbinato alle direttive di una Comunità sempre più distaccata finirono per rendere oltremodo difficoltosa la gestione della nostra vita spirituale. La totale mancanza di prospettive in tal senso ci dà oggi la netta sensazione di essere giunti a un capolinea senza ritorno. Ciò deve indurre qualsiasi persona intellettualmente onesta a ripensare le sue abitudini e i suoi atteggiamenti.
Nell’Ottocento viveva a Livorno un Rabbino nato a Yerushalayim, che come già altri nel passato era giunto da fuori a stabilirsi nella grande Comunità labronica. R. Yossef Shabbetay Farhi, detto Yashefeh dalle iniziali del suo nome (Yashefeh era in realtà una delle pietre preziose incastonate nel pettorale del Kohen Gadol), ci ha lasciato il libro Ma’asseh ‘Avot, un prezioso commento ai Pirqè Avot che ho scoperto durante un recente riordino dei libri presso il nostro Ufficio Rabbinico. Commentando l’insegnamento di R. Shim’on ha-Tzaddiq all’inizio del Pereq di oggi (“Su tre cose il mondo si basa: la Torah, la ‘Avodah e la Ghemillut Chassadim”) egli si sofferma soprattutto sul valore intermedio, la ‘Avodah e interpreta in modo inusuale questo termine assai discusso. Egli scrive che per ‘Avodah (lett. “servizio”) va inteso qui il concetto di Shimmush Talmidè Chakhamim, “mettersi al servizio degli studiosi di Torah”. La ‘Avodah così intesa sarebbe il tramite fra Torah e Ghemillut Chassadim, perché servendo il Maestro noi acquisiamo la sua Torah e contemporaneamente compiamo Ghemillut Chassadim nei suoi confronti.
Il Talmud dice che il Limmud (studio teorico) rappresenta solo un aspetto del nostro rapporto con la Torah. Vi è poi lo Shimmush (praticantato), ovvero il mettersi a disposizione di chi la insegna per imparare da questi tutti gli aspetti, molti dei quali potrebbero non essere altrimenti colti dal discente. Si afferma pertanto che gadol shimmushah yotèr mi-limmudah, “vale più il servizio pratico dello studio teorico”! Non solo. Si tramanda che fino all’epoca di Hillel e Shammay non vi furono serie controversie in Israele. “Le divisioni si moltiplicarono dal momento in cui erano cresciuti di numero i discepoli di Hillel e Shammay che non avevano prestato sufficiente servizio presso i loro Maestri (lo shimmeshù kol tzorkan)” (Sotah 47b). La Legge in quanto tale non si presta a controversie perché per sua natura essa è accolta da tutti. Le discussioni vertono essenzialmente sulle modalità applicative e solo con buon senso pratico possono essere appianate. Se i discepoli non si fossero limitati allo studio teorico ma avessero approfondito anche gli aspetti pratici vivendo accanto ai Maestri e osservandone il comportamento quotidiano si sarebbero potute evitare controversie talvolta insanabili.
Una delle spiegazioni che i Maestri danno della morte di Nadav e Avihù si riferisce al fatto che avevano mancato di rispetto per i loro Maestri, Moshe e Aharon, insegnando Halakhah al loro posto. Non erano certo persone impreparate. Il Limmud a loro non mancava. Ma abbiamo imparato che questo non è sufficiente. La loro fine tragica ispira il titolo della Parashah odierna per insegnarci quanto è importante questo principio. La Torah mette esplicitamente in relazione la loro scomparsa con l’istituzione della ‘Avodah per eccellenza, la ‘Avodat Yom ha-Kippurim, il Servizio che il Kohen Gadol doveva prestare nel Santuario il giorno di Kippur. Segno del fatto che, “la morte dei giusti espia per noi”. Ma noi dobbiamo essere pronti a riconsiderare noi stessi, a fare Teshuvah. Ho pensato alla differenza fra Limmud nel senso di Studium e Shimmush nel senso di Collegium. Ritengo che noi Ebrei Italiani dobbiamo fare Teshuvah e riconoscere che il Limmud, il sapere è un valore solo nella misura in cui non sia visto come fine a se stesso, ma come una profonda occasione di Shimmush. La Torah si manterrà in noi solo nella misura in cui sapremo metterci al servizio di essa con umiltà. Le tre lettere della radice Shimmesh ci riportano a un’altra Mishnah del Pereq di oggi, l’insegnamento attribuito a R. Yossè ben Yo’ezer di Tzeredah. La prima shin sta per shi’ur (lezione). R. Yossè ci raccomanda anzitutto che “la tua casa divenga luogo di incontro per i dotti”. Non è possibile che ascoltando la loro conversazione tu non impari qualcosa, come chi entra nel negozio del profumiere: anche se ne esce senza aver comperato niente, avrà pur sempre un buon profumo addosso. La mem è l’iniziale di mit’abbeq: “impolverati della polvere dei loro piedi”, corri loro dietro e mettiti a disposizione delle loro idee, senza attenderti che siano essi a dover per forza accogliere le tue. Infine la shin sta per shoteh: “bevi con sete le loro parole”, nella consapevolezza che dei loro insegnamenti non puoi fare a meno per vivere. Non come colui che è sazio e non avendo più appetito disprezza anche i cibi migliori!
