(UniTre – 25/3/2019)
Rav Jonathan Sacks è senza ombra di dubbio una delle voci più autorevoli nel mondo ebraico contemporaneo.
Rav Jonathan Sacks[1] è nato a Londra l’8 marzo 1948. Si dimostrò un brillantissimo studente in filosofia, ottenendo un Ph. D. in filosofia nel 1981. Studiò con il filosofo B. Williams (1929-2003), uno dei principali filosofi morali del ventesimo secolo. Ricevette l’ordinazione rabbinica da parte del Jews’ College e dalla Yeshivà ‘Etz Chayìm. Ha insegnato presso numerose università e ha ottenuto vari dottorati ad honorem da parte di diverse università. Dopo aver guidato varie Sinagoghe a Londra, è stato nominato direttore del Jews’ College, e successivamente, dal 1991 al 2013, Rabbino Capo del Commonwealth. E’ stato insignito nel 2009 della carica di Lord.
Gli incontri che maggiormente ispirarono Rav Sacks nella sua formazione rabbinica furono quelli con Rav Soloveitchik e con il Rebbe di Lubavitch, che lo forgiarono rispettivamente come pensatore e come leader. In particolare Rav Soloveitchik lo aiutò a comprendere come la halakhà sia la vera e unica essenza dell’ebraismo. Il Rebbe invece lo influenzò, convincendolo di avere una responsabilità nei confronti del popolo ebraico e dell’ebraismo in generale (Tirosh-Samuelson 2013, 4-5).
Rav Sacks ha rappresentato negli ultimi decenni una delle voci ebraiche maggiormente rappresentative nel Regno Unito, collaborando con la BBC, sia in TV che in radio, e scrivendo frequentemente sui giornali.
Rav Sacks è stato molto attivo nell’ambito del dialogo interreligioso, stringendo ottime relazioni con molti leader delle altre fedi. Sul fronte interno, il suo periodo di rabbinato è stato segnato da non poche discordie con le denominazioni non ortodosse. Rav Sacks infatti ha sempre rivendicato il primato dell’ortodossia sulle altre denominazioni, che riconoscono l’obsolescenza della halakhà (secolarismo), il suo assoggettamento all’individuo autonomo (Reform), o all’etica di un dato luogo e tempo (Conservative). L’apertura a questa visione delle cose infatti non condurrebbe all’unificazione dell’ebraismo, ma al suo dissolvimento (Sacks 1993, 114, citato in Jotkowitz 2011, 62-63).
Da un punto di vista teologico e intellettuale, Rav Sacks si pone in continuità con i suoi predecessori, Rav Hertz e Rav Jacobovits.
Il pensiero di Rav Sacks
Rav Sacks è indubbiamente un grandissimo comunicatore, capace di rendere intellegibili questioni molto complesse al grande pubblico, senza tuttavia banalizzarle (Gorsky 2004, 366). Parla da filosofo e da rabbino, rivolgendosi al contempo a un pubblico ebraico e a tutti i lettori in lingua inglese (MacIntyre 2012, 3), mantenendosi pienamente nel campo dell’ortodossia, ma interfacciandosi al contempo con l’opinione pubblica, risultando, in modo paradossale, come una delle voci più universali nell’ebraismo contemporaneo. Ciò è attribuibile in gran parte alla sua rara capacità di conciliare le grandi domande del mondo moderno multiculturale con il particolarismo associato alla tradizione ebraica. Non è casuale che due dei principali riferimenti nel suo universo intellettuale siano Rambàm e S. R. Hirsch (Tirosh-Samuelson 2013,1).
La visione che Rav Sacks articola viene autodefinita come «Torà we-chokhmà» , in un sistema in cui Chokhmà è il luogo in cui incontriamo D. attraverso la creazione, mentre Torà è dove lo incontriamo per mezzo della rivelazione. In una prima fase Rav Sacks si è concentrato sul confronto dell’ebraismo con la modernità, mentre negli scritti più recenti si è concentrato su temi di carattere più generale, come quello della possibilità di coltivare una civiltà basata sulle nozioni di dignità della differenza ed etica della responsabilità (Tirosh-Samuelson 2013, 1).
In generale le idee di Rav Sacks sono basate principalmente sulla Torà scritta, viste secondo la prospettiva della tradizione orale (Jotkowitz 2011, 61). Jotkowitz (Jotkowitz 2011, 61) ritiene tuttavia che le conclusioni che emergono dalla lettura della tradizione scritta, ad esempio circa il rapporto con le altre popolazioni e fedi e il trattamento riservato allo straniero, siano in contraddizione con quanto Rav Sacks sostiene.
L’aspetto più interessante e originale nel pensiero di Rav Sacks è il tentativo di sviluppare una risposta teologica all’impatto della globalizzazione e del multiculturalismo sullo stile di vita religioso. In questo modo Rav Sacks inaugura un nuovo indirizzo nella teologia ebraica, in modo particolare riguardo la relazione con le altre fedi, cercando di liberarla dall’ombra della Shoah, che aveva dominato il pensiero della seconda metà del ‘900 (Jotkowitz 2011, 56-57). In questo tentativo Rav Sacks sfrutta le sue numerose competenze, in ambito filosofico, politico, e sociologico (Gorsky 2004, 66). La principale argomentazione di Rav Sacks a livello filosofico è volta a condannare l’universalismo, che discende dalla filosofia platonica, senza tuttavia sfociare nel relativismo morale e nell’individualismo sfrenato. Questo lo porta a una critica del secolarismo e dell’estremismo religioso, altro grande nemico della diversità umana (Tirosh-Samuelson 2013,1).
L’ebraismo è considerato la risposta più forte e convincente alle tendenze universalistiche. L’universalismo parte dal presupposto errato che tutta l’umanità sia uguale. Gli ebrei hanno pagato un tributo di sangue enorme nei secoli per via di questa idea. Secondo la tradizione ebraica invece D. è il D. di tutta l’umanità, ma quanto è richiesto al popolo ebraico non investe tutta l’umanità.
Un’altra delle sue idee fondamentali è legata alla responsabilità del genere umano di cambiare e migliorare il mondo. Shasha (Shasha 2003, 15) inserisce Rav Sacks nella fortunata tradizione dell’umanesimo ebraico, con autori come Primo Levi e Avraham Joshua Heschel.
E’ notevole che, in occasione del 65° compleanno di Rav Sacks e del suo abbandono della carica di Rabbino Capo del Commonwealth, sia stato pubblicato un volume celebrativo del suo pensiero, dal titolo Radical Responsibility, al quale hanno collaborato molti eminenti esperti di studi ebraici, oltre a alcuni dei grandi protagonisti dalla filosofia contemporanea, come Michael Walzer e Charles Taylor.
Il testo è diviso in quattro sezioni, corrispondenti ai punti focali nella riflessione di Rav Sacks: l’etica ebraica e la filosofia morale, la ricerca della giustizia, il rapporto fra la religione e il mondo contemporaneo, la leadership.
La dignità della differenza
Ne La dignità della differenza Rav Sacks si confronta con i maggiori problemi economici e sociali della nostra epoca, con un approccio unico nel panorama rabbinico mondiale (Gorsky 2004, 366). In quest’opera prende le mosse dal fortunato testo di Samuel P. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, affrontando il tema del pericolo di uno scontro di civiltà e delle strategie che possono contrastare questa infausta possibilità. La Dignità della differenza è una risposta ai tragici eventi dell’11 settembre; l’umanità aveva allora sperimentato il potere distruttivo dell’odio. Quanto Francis Fukuyama aveva previsto, la fine della storia, non si era realizzato. L’umanità è nuovamente piombata in una fase di conflittualità, e la religione, al contrario di quanto si potesse prevedere, è tornata con prepotenza sulla scena internazionale. Tutti abbiamo assistito a come la religione possa essere una fonte di discordia, ma questa, secondo Rav Sacks, può essere anche una forma di risoluzione dei conflitti. Nel mondo attuale, «se la religione non è parte della soluzione, sarà certo parte del problema».
La questione fondamentale, da un punto di vista filosofico, è quello della validità universale di una verità rivelata, che filosoficamente rimanda alla Dottrina delle Idee platoniche, che vanifica e rende inconsistenti le differenze. In un mondo in cui i seguaci di una determinata fede sono convinti di detenere la verità assoluta, le differenze non rappresentano altro che errori da sradicare. In tale clima l’altro viene affrontato con paura e aggressività.
L’uscita de La dignità della differenza fu accompagnata da non poche polemiche all’interno del mondo ebraico. I detrattori di Rav Sacks erano difatti che dell’avviso che con le sue parole nel terzo capitolo aprisse le porte al concetto di pluralismo religioso, che per l’ebraismo sarebbe blasfemo, e più in generale che il libro contenesse delle eresie e trattasse problematiche contrarie alla fede nella Torà (citato in Jotkowitz 2011, 60). Per questo Rav Sacks riformulò alcuni pensieri nel terzo capitolo, ad esempio quello secondo il quale:
la verità sulla terra non è, e non può aspirare ad essere, tutta la verità. E’ limitata, non comprensiva; particolare, non universale. Quando due proposizioni sono in conflitto, non è necessariamente perché una è vera e l’altra è falsa. E’ possibile che, e spesso è così, che ciascuna rappresenti una diversa prospettiva della realtà… In cielo c’è una verità, in terra ci sono varie verità.
Rav Sacks ritenne che “la dignità della differenza rimane l’argomento più forte per la tolleranza in un’età di estremismi. Sono fermamente convinto del fatto che rappresenti la giusta risposta ebraica ad alcuni dei più formidabili problemi del XXI sec.” (Jotkowitz 2011, 55, n.4). La sua tesi radicale consiste nel fatto che la scelta del popolo ebraico sia indirizzata all’insegnamento al mondo di questa lezione. Il popolo ebraico è per definizione diverso, per insegnare al mondo la dignità della differenza (Jotkowitz 2011, 55). Nella versione rivisitata del suo testo scrive che il cuore pulsante del monoteismo è che D. trascende le particolarità delle culture e i limiti della comprensione umana. D. è il mio D., ma al contempo il D. di tutto il genere umano, anche di coloro i costumi e lo stile di vita dei quali differiscono dal mio.
Per questo motivo la narrazione biblica procede dall’universale al particolare, da un patto con tutta l’umanità a quello con un singolo popolo. Questo modifica sensibilmente l’idea di popolo eletto, non fondata pertanto sull’esclusività e sulla superiorità.
Uno degli aspetti fondamentali per la valutazione di una civiltà è il trattamento riservato allo straniero. La grande sfida a livello religioso è vedere l’immagine divina in colui che non ha la nostra stessa immagine. E’ il contrario del tribalismo, ma non è neppure l’universalismo, dal momento che le differenze vengono prese molto sul serio. E’ evidente che il rischio è quello di cadere nel relativismo, ma dire che la verità religiosa non è universale non significa necessariamente che sia relativa. C’è una differenza, spesso ignorata, fra assolutezza e universalità. L’obbligo che ho nei confronti nei miei figli è assoluto, ma non universale.
Bibliografia-Sitografia
Gorsky 2004
J. Gorsky, Beyond Inclusivism: Richard Harries, Jonathan Sacks and The Dignity of Difference, Scottish Journal of Theology, 57, pp. 366-376.
Jotkowitz 2011
A. Jotkowitz, Universalism and Particularism in the Jewish tradition; The Radical Theology of Rabbi Jonathan Sacks, Tradition 44:3 (2011), pp. 53-67.
MacIntyre 2012
A. MacIntyre, Torah and Moral Philosophy, in M. Harris, D. Rynhold, T. Wright (a cura di) Radical Responsibility, New Milford 2012, pp. 3-16.
Sacks 1993
J. Sacks, One People? Tradition, Modernity, and Jewish Unity, London 1993.
Shasha 2003
D. Shasha, Cultural Diversity without Moral relativism: A Review Essay of the Dignity of Difference: How to Avoid the Clash of Civilizations, by Rabbi Jonathan Sacks, The Edah Journal 3:2 (2003).
Tirosh-Samuelson 2013 H. Tirosh-Samuelson, Jonathan Sacks: an Intellectual Portrait, in H. Tirosh-Samuelson, A. W. Hughes, Jonathan Sacks: Universalizing Particularity, Leiden 2013, pp. 1-20.
[1] Sulla vita e il pensiero di Rav Sacks vedi Jocowitz 2011. Su Not in God’s name rimando al mio testo del 2018 Presentazione di “Non nel nome di D.” di Rav Jonathan Sacks, scaricabile dalla mia pagina academia.edu.
