אָבִ֘ינוּ֮ מֵ֣ת בַּמִּדְבָּר֒ וְה֨וּא לֹא־הָיָ֜ה בְּת֣וֹךְ הָעֵדָ֗ה הַנּוֹעָדִ֛ים עַל־ה’ בַּעֲדַת־קֹ֑רַח כִּֽי־בְחֶטְא֣וֹ מֵ֔ת וּבָנִ֖ים לֹא־הָ֥יוּ לֽוֹ׃ לָ֣מָּה יִגָּרַ֤ע שֵׁם־אָבִ֙ינוּ֙ מִתּ֣וֹךְ מִשְׁפַּחְתּ֔וֹ כִּ֛י אֵ֥ין ל֖וֹ בֵּ֑ן תְּנָה־לָּ֣נוּ אֲחֻזָּ֔ה בְּת֖וֹךְ אֲחֵ֥י אָבִֽינו׃ וַיַּקְרֵ֥ב מֹשֶׁ֛ה אֶת־מִשְׁפָּטָ֖ן לִפְנֵ֥י ה’׃ וַיֹּ֥אמֶר הֹ’ אֶל־מֹשֶׁ֥ה לֵּאמֹֽר׃ כֵּ֗ן בְּנ֣וֹת צְלׇפְחָד֮ דֹּבְרֹת֒ נָתֹ֨ן תִּתֵּ֤ן לָהֶם֙ אֲחֻזַּ֣ת נַחֲלָ֔ה בְּת֖וֹךְ אֲחֵ֣י אֲבִיהֶ֑ם וְהַֽעֲבַרְתָּ֛ אֶת־נַחֲלַ֥ת אֲבִיהֶ֖ן לָהֶֽן
Bemidbar 27, 3-4: “Nostro padre è morto nel deserto: ma egli non era in mezzo alla congrega che si radunò contro H., la congrega di Qorach, bensì è morto del suo peccato e non ha avuto figli maschi. Perché dovrebbe venir cancellato il nome di nostro padre in seno alla sua famiglia, per il fatto di non aver avuto un figlio maschio? Dacci un possedimento fra i fratelli di nostro padre”. Moshe recò il loro caso davanti a H. H. disse a Moshe dicendo: “Giustamente le figlie di Tzelofchad hanno parlato. Darai loro un possesso terriero fra i fratelli del loro padre e passerai a loro l’eredità del loro padre”.
מִי שֶׁמֵּת וְהִנִּיחַ בָּנִים וּבָנוֹת ,בִּזְמַן שֶׁהַנְּכָסִים מְרֻבִּים ,הַבָּנִים יִירְשׁוּ וְהַבָּנוֹת יִזּוֹנוּ. נְכָסִים מֻעָטִין, הַבָּנוֹת יִזּוֹנוּ וְהַבָּנִים יִשְׁאלוּ עַל הַפְּתָחִים
Mishnah Bavà Batrà 9, 1: Chi muore lasciando sia figli che figlie, se i beni bastano per tutti i maschi ereditano e le femmine ricevono gli alimenti. Ma se i beni sono scarsi le femmine ricevono da essi gli alimenti e i maschi vanno a mendicare.
Siamo giunti al quarantesimo anno: Moshe ha appena annunciato le operazioni di sorteggio per l’assegnazione dei territori alle tribù, ormai in procinto di varcare il confine della Terra Promessa. Le cinque figlie di Tzelofchad si presentarono a Moshe, a El’azar Kohen Gadol, ai capitribù e agli anziani con un quesito. La halakhah prevede che i beni paterni passino in eredità ai soli figli maschi, con l’obbligo dato a questi di fornire gli alimenti alle sorelle fino al loro matrimonio. Ma queste donne non avevano fratelli e il padre era nel frattempo deceduto. “Sarebbe giusto – sostenevano – che in mancanza di maschi ereditassimo noi!” Moshe sottopose la questione direttamente alla Divinità e H. accolse la loro richiesta: “bene hanno fatto a domandare: beato l’uomo le cui parole sono confermate da H.” (Rashì ad v. 7). Ma perché esse presentarono il padre come un peccatore?
La risposta più semplice è che si tratta di un modo di dire, come quando ancora noi oggi, nel riportare una cattiva notizia che ci riguarda, premettiamo l’espressione ba-’awonotenu ha-rabbim, “ci è capitato per i molti nostri peccati” (Abrabanel). “Se nostro padre è morto – avranno inteso dire le figlie – è perché ha peccato come tutti”: si basavano sull’assunto che “non esiste uomo sulla terra che faccia il bene senza peccare” (Qohelet 7, 20), dal che si evince che “non c’è morte senza peccato” (Shabbat 55a).
Era una conseguenza del fatto, spiega invece Rashì (ad v. 3), che le figlie tenevano a ribadire l’estraneità del padre dalle grandi ribellioni nazionali (Hirsch): per figurare la contrapposizione, si trovarono costrette a dire che il padre era un peccatore semplice, “in proprio” (R. Bachyè ad v.). “Nostro padre è morto nel deserto”, esordirono. I Maestri le descrivono come donne intelligenti: conoscevano le regole (Bavà Batrà 119a). Sapevano, per esempio, che la terra d’Israele sarebbe stata divisa in funzione di coloro che erano usciti dall’Egitto e dunque il padre ne avrebbe avuto diritto sebbene fosse morto nel frattempo. Se ha pagato per un mal comune – argomentarono – questo non può che essere la ribellione degli esploratori che provocò la morte di tutta la sua generazione nel deserto; ma noi siamo già la nuova. E se ci si lamenta del Vitello d’Oro, le donne come noi non vi hanno preso parte (Abrabanel).
Le cinque sorelle sapevano ancora che Qorach e i suoi accoliti non avrebbero avuto una parte in Eretz Israel (Bavà Batrà 118b), mentre loro la volevano e manifestarono il loro diritto ad averla. I beni di un condannato a morte per insubordinazione al re (harughè Malkhut) erano infatti confiscati, mentre quelli di un condannato a morte per crimini comuni (harughè Bet Din) erano lasciati agli eredi. Esse tennero a specificare di essere in diritto dell’eredità del padre in quanto questi, quale che sia stata la causa della sua morte, non apparteneva alla prima categoria, a differenza di Qorach e dei suoi seguaci, ribellatisi a Moshe che aveva lo stesso status di un re (Meshekh Chokhmah). Ma commisero un errore. La menzione di Qorach sarebbe suonata come una captatio benevolentiae: avrebbe ridestato la sensibilità di Moshe, che da quella ribellione era stato toccato personalmente. Nel manifestargli, quasi a volerlo rassicurare, che Tzelofchad non aveva preso parte alla rivolta incorsero nello shòchad devarim (“corruzione a parole”). Fu questo uno dei motivi per cui Moshe “dimenticò la halakhah”: fu privato della possibilità di emettere una sentenza e dovette ricorrere all’aiuto Divino (Nachmanide ad v.).
תָּנוּ רַבָּנַן: מְקוֹשֵׁשׁ זֶה צְלָפְחָד, וְכֵן הוּא אוֹמֵר :״וַיִּהְי֥וּ בְנֵֽי־יִשְׂרָאֵ֖ל בַּמִּדְבָּ֑ר וַֽיִּמְצְא֗וּ אִ֛ישׁ מְקֹשֵׁ֥שׁ עֵצִ֖ים בְּי֥וֹם הַשַּׁבָּֽת׃״, וּלְהַלָּן הוּא אוֹמֵר :״אָבִינוּ מֵת בַּמִּדְבָּר״, מַה לְּהַלָּן צְלָפְחָד, אַף כָּאן צְלָפְחָד — דִּבְרֵי רַבִּי עֲקִיבָא. אָמַר לוֹ רַבִּי יְהוּדָה בֶּן בְּתִירָא: עֲקִיבָא, בֵּין כָּךְ וּבֵין כָּךְ אַתָּה עָתִיד לִיתֵּן אֶת הַדִּין: אִם כִּדְבָרֶיךָ — הַתּוֹרָה כִּיסַּתּוּ, וְאַתָּה מְגַלֶּה אוֹתוֹ?! וְאִם לָאו — אַתָּה מוֹצִיא לַעַז עַל אוֹתוֹ צַדִּיק. וְאֶלָּא הָא גָּמַר גְּזֵירָה שָׁוָה! גְּזֵירָה שָׁוָה לָא גָּמַר .אֶלָּא מֵהֵיכָא הֲוָה? מִ״וַּיַּעְפִּילוּ״ הֲוָה
Shabbat 96b: Insegnano i Maestri che Tzelofchad è il taglialegna. Il versetto infatti diceva: “I figli di Israel erano nel deserto e trovarono uno che tagliava la legna in giorno di Shabbat” (Bemidbar 15, 39); anche il nostro versetto riprende la stessa espressione: “nostro padre è morto nel deserto”. Come qui si tratta di Tzelofchad, anche lì si tratta di Tzelofchad: parole di R. ‘Aqivà. Ma R. Yehudah ben Beterà gli disse: “’Aqivà, in un modo o nell’altro dovrai render conto della tua colpevolezza. Se Tzelofchad è effettivamente il trasgressore, come sostieni tu, la Torah ne ha coperto il nome e tu vai a scoprirlo? E se non lo è avrai diffamato un innocente!” Do.: Ma R. ‘Aqivà lo ha affermato sulla base di una ghezerah shawah! Ri.: R. Yehudah ben Beterà la rigetta. Do.: E allora, secondo quest’ultimo, che trasgressione ha commesso Tzelofchad? Ri. Faceva parte dei Ma’apilim, una trasgressione decisamente meno grave (Rashì ad loc.).
Ma chi era Tzelofchad esattamente? Il Talmud punta alla concretizzazione. Le figlie lo definiscono un peccatore: allora di che peccato era mancato? Se nel nostro versetto si parla di un trasgressore senza specificare la trasgressione, non resta che ricercare un altro passo della Torah in cui si nomini una trasgressione senza specificare il nome del trasgressore e l’associazione è fatta! Mediante quale criterio? Quello della ghezerah shawah: trovare un passo che presenti un linguaggio analogo al nostro e consenta il collegamento. Per prestarsi allo scopo deve trattarsi di un’espressione ridondante, che assuma significato solo dal confronto fra i due contesti. R. ‘Aqivà la ritrova nelle parole “nel deserto” che compare nel passo del taglialegna, oltre che nel nostro. Parole di per sé superflue: in ambo i casi sappiamo già di essere nel deserto! L’espressione è usata ad arte nei due versetti – sostiene R. ‘Aqivà – allo scopo di collegarli. Il taglialegna ha ora un nome: Tzelofchad!
Il fatto risale a quarant’anni addietro, poco dopo il tragico ritorno degli esploratori. Perché Tzelofchad si sarebbe fatto sorprendere a tagliare legna di Shabbat? I Maestri del Midrash spiegano che egli non aveva alcuna intenzione di violare la Torah. Anzi. La sua intenzione era “in nome del Cielo”! I suoi contemporanei andavano infatti dicendo che dopo l’esclusione dalla terra Promessa non sarebbe più stato obbligatorio osservare le Mitzwot. Provocando la sua stessa condanna a morte mediante la profanazione dello Shabbat dimostrò loro che non era come dicevano (Tossafot Bavà Batrà 119b s.v. afillu). A questo allude la precisazione delle figlie “nostro padre è morto nel deserto”, cioè “a causa della permanenza nel deserto” in contrapposizione a Eretz Israel. E soprattutto la loro affermazione: “bensì è morto del suo peccato”: non solo non ha coinvolto altri, ma ha contribuito a salvare tutti gli altri dalle trasgressioni. Chatam Sofèr aggiunge: è stato condannato sulla base del suo atto senza tener conto delle motivazioni interiori? E’ il momento di veder riconosciute anche queste. Il Talmud afferma che “chi osserva Shabbat ha diritto a un’eredità sconfinata” (Shabbat 118b). Quantomeno non si neghi alle eredi la sua parte postuma! Peraltro, chi avrebbe potuto emettere una sentenza simile? Solo Colui “che investiga le reni e il cuore” (Yirmeyahu 11, 20)!
Ma R. Yehudah ben Beterà è di avviso differente. Non è lecito far valere una ghezerah shawah se questa non è fondata sulla Tradizione, in altre parole: se non la si è appresa dai propri Maestri. Altrimenti ci arroghiamo il diritto di associare tutto e il contrario di tutto. R. Yehudah non aveva questa ghezerah shawah nel suo repertorio tradizionale e si interroga dove R. ‘Aqivà l’abbia desunta. Nel contempo anch’egli identifica a suo modo la trasgressione commessa da Tzelofchad. Egli sostiene che Tzelofchad facesse parte dei Ma’apilim, gli “ostinati” o i “presuntuosi” che cercarono in ogni modo di entrare in Eretz Israel subito dopo la condanna della generazione degli esploratori. Il suo nome ha lo stesso valore numerico della parola וַיַּעְפִּלוּ (“si ostinarono” – Siftè Chakhamim).
הִנֶּנּוּ וְעָלִינוּ אֶל הַמָּקוֹם אֲשֶׁר אָמַר הֹ’ כִּי חָטָאנוּ: וַיֹּאמֶר מֹשֶׁה לָמָּה זֶּה אַתֶּם עֹבְרִים אֶת פִּי הֹ’ וְהִוא לֹא תִצְלָח: אַל תַּעֲלוּ כִּי אֵין הֹ’ בְּקִרְבְּכֶם וְלֹא תִּנָּגְפוּ לִפְנֵי אֹיְבֵיכֶם: כִּי הָעֲמָלֵקִי וְהַכְּנַעֲנִי שָׁם לִפְנֵיכֶם וּנְפַלְתֶּם בֶּחָרֶב כִּי עַל כֵּן שַׁבְתֶּם מֵאַחֲרֵי הֹ’ וְלֹא יִהְיֶה הֹ’ עִמָּכֶם: וַיַּעְפִּלוּ לַעֲלוֹת אֶל רֹאשׁ הָהָר וַאֲרוֹן בְּרִית הֹ’ וּמֹשֶׁה לֹא מָשׁוּ מִקֶּרֶב הַמַּחֲנֶה: וַיֵּרֶד הָעֲמָלֵקִי וְהַכְּנַעֲנִי הַיֹּשֵׁב בָּהָר הַהוּא וַיַּכּוּם וַיַּכְּתוּם עַד הַחָרְמָה
Bemidbar 14, 39-45: Moshe riferì queste parole (la condanna all’esclusione dalla terra) a tutti i Figli d’Israel e il popolo fece grave lutto. Si levarono di buon mattino e salirono in cima alla montagna, dicendo: “Eccoci, saliremo al luogo che H. ha detto. Abbiamo peccato”. Moshe disse: “Perché ora voi trasgredite (ciò che pronuncia) la bocca di H., questa cosa non avrà successo. Non salite, perché H. non è in mezzo a voi: così non sarete sconfitti davanti ai vostri nemici. Poiché l’Amalecita e il Cananeo sono lì di fronte a voi e cadrete di spada, dal momento che avete receduto dal seguire H. e H. non sarà con voi”. Ma essi si ostinarono a salire in cima alla montagna, mentre l’Arca del Patto di H. e Moshe non si mossero dall’interno dell’accampamento. L’Amalecita e il Cananeo che dimoravano su quella montagna scesero, li colpirono e li fecero a pezzi fino alla distruzione.
I commentatori rispondono alla domanda: perché la Teshuvah dei Ma’apilim non è stata accolta? Secondo Meshekh Chokhmah (a Bemidbar 14) essi ammisero di aver peccato solo dopo aver visto che i dieci esploratori che avevano parlato male della terra erano stati puniti con la morte per aver mentito, mentre Yehoshua’ e Kalev erano gli unici sopravvissuti: questa non è Teshuvah completa! A una Teshuvah parziale come questa si riferisce il versetto “guarirò la loro ribellione” (Yirmeyahu 3, 22): come mediante una cura, che ha effetto solo da qui in avanti ma non eradica la trasgressione in modo retroattivo. Ciò comporta sì un condono, ma non fino al punto che la persona meriti miracoli sovrannaturali. Per quanto riguardava la loro paura dell’Amalecita e del Cananeo H. non intervenne e lasciò che le cose andassero secondo natura, salvo dar loro un preavviso attraverso Moshe: “Non salite, perché H. non è in mezzo a voi”. Ognuno di loro morì per la propria intemperanza, ma questa certamente non era destinata ad avere ripercussioni sulla generazione successiva, alla quale venne in definitiva riconosciuto il diritto alla terra. Affermare questo diritto, peraltro, non era compito di Moshe che aveva provato a fermare i padri nel nome di H.: solo il S.B. avrebbe potuto ribadirlo.
Esiste un’interpretazione mistico-chassidica che rovescia la prospettiva: i Ma’apilim non erano Meragghelim (esploratori) pentiti, ma il partito opposto. Per R. Chayim Cohen (Talelè Chayim, Bemidbar, p. 223) i Ma’apilim rappresentano l’antitesi dei Meragghelim: questi ultimi rifiutavano la terra, mentre i primi rifiutavano la Torah. I Ma’apilim pretendevano di conquistare Eretz Israel con le loro sole proprie forze, dimentichi del S.B. Per questo si ostinarono a entrare sebbene Moshe li avesse avvertiti: “H. non è in mezzo a voi”, nel senso di “non è nei vostri pensieri”! Se Tzelofchad era uno di questi, comprendiamo il dubbio di Moshe anche nei confronti delle sue figlie: solo a H., che poteva sentirsi offeso, per così dire, dal rifiuto nei Suoi confronti, spettava intervenire. Uno stato ebraico in Eretz Israel ha un valore spirituale profondo anche se fondato da elementi laici, di per sé molto lontani dalla Torah e dalle Mitzwot. Saranno proprio le generazioni dei figli e delle figlie a provvedere dove non sono giunti i padri. Perciò Moshe disse rivolto a questi: “Questa cosa non avrà successo”. Va interpretato: “Questa volta non avrà successo”, ma in un altro momento sì.
וַיְדַבֵּ֣ר הָעָ֗ם בֵּֽאלֹ-הִים֮ וּבְמֹשֶׁה֒ לָמָ֤ה הֶֽעֱלִיתֻ֙נוּ֙ מִמִּצְרַ֔יִם לָמ֖וּת בַּמִּדְבָּ֑ר כִּ֣י אֵ֥ין לֶ֙חֶם֙ וְאֵ֣ין מַ֔יִם וְנַפְשֵׁ֣נוּ קָ֔צָה בַּלֶּ֖חֶם הַקְּלֹקֵֽל׃ וַיְשַׁלַּ֨ח ה’ בָּעָ֗ם אֵ֚ת הַנְּחָשִׁ֣ים הַשְּׂרָפִ֔ים וַֽיְנַשְּׁכ֖וּ אֶת־הָעָ֑ם וַיָּ֥מׇת עַם־רָ֖ב מִיִּשְׂרָאֵֽל
Bemidbar 21, 5-6: Il popolo parlò contro D. e contro Moshe: “Perché ci avete fatti salire dall’Egitto per morire nel deserto? Qui non c’è pane, né acqua e la nostra persona è stufa del pane leggerissimo (la manna)”. Allora H. inviò contro il popolo i serpenti che bruciavano, i quali morsicarono il popolo e morì molta popolazione in Israel. C’è una terza identificazione della trasgressione di Tzelofchad, esterna al Talmud, ma basata sulla medesima ghezerah shawah. Lo Zohar (P. Pinechas, 205b) nota peraltro che l’ebraico ba-midbar (“nel deserto”) può anche avere un altro senso ed essere inteso come “nella parola”. “Nostro padre è morto per la parola”: Tzelofchad avrebbe partecipato al gruppo di coloro che “parlarono male” di D. e di Moshe e sarebbe caduto fra le vittime dei serpenti inviati da D. per punirli (è noto che esiste una relazione stretta fra il sibilo del serpente e la malalingua dell’uomo: Qohelet 10, 11). Il segno del canto presente sulla parola Avinu (“nostro padre”), con cui le figlie di Tzelofchad cominciano il loro discorso, non è comune: si chiama zarqà e ha appunto la sagoma di un serpente. Lo stesso zarqà è richiamato poco più in là all’inizio della risposta Divina. Ricorre infatti anche sulle parole: “Giustamente le figlie di Tzelofchad hanno parlato” (Ken benot Tzelofchad doverot). Non è qui il luogo per richiamare quanto sia importante la Parola nella Torah in generale e nelle vicende raccontate nel libro di Bemidbar in particolare. Le figlie con le loro sagge parole provvedono al tiqqun (“riparazione, rettificazione”) della malalingua paterna.
“Shabbat Shalom” della Scuola Rabbinica Margulies Disegni di Torino
