וַיִּקַּ֣ח קֹ֔רַח בֶּן־יִצְהָ֥ר בֶּן־קְהָ֖ת בֶּן־לֵוִ֑י וְדָתָ֨ן וַאֲבִירָ֜ם בְּנֵ֧י אֱלִיאָ֛ב וְא֥וֹן בֶּן־פֶּ֖לֶת בְּנֵ֥י רְאוּבֵֽן׃ וַיָּקֻ֙מוּ֙ לִפְנֵ֣י מֹשֶׁ֔ה וַאֲנָשִׁ֥ים מִבְּנֵֽי־יִשְׂרָאֵ֖ל חֲמִשִּׁ֣ים וּמָאתָ֑יִם נְשִׂיאֵ֥י עֵדָ֛ה קְרִאֵ֥י מוֹעֵ֖ד אַנְשֵׁי־שֵֽׁם׃ וַיִּֽקָּהֲל֞וּ עַל־מֹשֶׁ֣ה וְעַֽל־אַהֲרֹ֗ן וַיֹּאמְר֣וּ אֲלֵהֶם֮ רַב־לָכֶם֒ כִּ֤י כׇל־הָֽעֵדָה֙ כֻּלָּ֣ם קְדֹשִׁ֔ים וּבְתוֹכָ֖ם ה’ וּמַדּ֥וּעַ תִּֽתְנַשְּׂא֖וּ עַל־קְהַ֥ל ה
Bemidbar 16, 1-3: Qorach figlio di Itzhar, figlio di Qehat, figlio di Levì intraprese con Datan e Aviram figli di Eliav e On figlio di Pelet, figli di Reuven e si levarono davanti a Moshe con uomini dei figli d’Israel, duecentocinquanta notabili della Comunità, membri convocati dell’assemblea, uomini di nome. Si radunarono contro Moshe e Aharon dicendo loro: “Vi basti! Perché tutta la Comunità sono santi e in mezzo a loro c’è H. Perché dunque vi levate sopra la Comunità di H.?”
Chi erano i duecentocinquanta? Secondo R. Chananel (citato da Nachmanide) si trattava semplicemente di Leviti della stessa tribù di Qorach, che si prestarono a dar man forte all’influente cugino primo di Moshe e Aharon in quella che appariva come una bega di famiglia. “I nostri genitori erano quattro fratelli. Voi due figli di ‘Amram il primogenito avete ricevuto una carica per ciascuno: Moshe è il re, Aharon è il Kohen Gadol. Chi avrebbe dovuto ricevere la seconda carica? Il primogenito del secondo fratello Itzhar, cioè io stesso! E invece tu, Moshe, hai nominato capo della tribù Elitzafan, figlio dell’ultimo fratello ‘Uzziel. Insomma, mi hai completamente ignorato. Ora io annullo tutto ciò che hai fatto” (Rashì ad v. 1). Un commentatore aggiunge che Qorach giunse a mettere in dubbio la stessa regalità di Moshe. “Non sai – gli avrebbe detto – che solo la dinastia di David ha la garanzia del potere regale in perpetuo? Tu non sei parte della tribù di Yehudah: sei solo un supplente! Come ti arroghi il diritto di nominare tuo fratello Aharon Kohen Gadol in via definitiva?” (R. Shimshon Nachmani, Zera’ Shimshon ad loc.). Ricco, intelligente e abile oratore, mise a tacere proprio Aharon, la cui voce non si ode per tutta la disputa.
Nachmanide respinge l’idea che i Leviti “servitori del nostro D.”, potessero aver partecipato a una simile congiura. Se solo loro fossero stati poi puniti gli altri non avrebbero avuto di che lamentarsi contro Moshe e Aharon dicendo: “voi avete fatto morire il popolo di H.” (Bemidbar 17, 6). La prova delle dodici verghe dimostra a sua volta che tutte le tribù erano coinvolte. Rashì ritiene che il numero duecentocinquanta risultasse dalla somma dei “piccoli Sinedri”, i tribunali distrettuali, come li chiameremmo oggi. Essi erano costituiti da 23 giudici (Mishnah Sanhedrin 1): se in effetti li moltiplichiamo per 11 tribù (Levì escluso) e da essi togliamo Datan, Aviram e On, otteniamo il numero 250! Quanto a questi ultimi, On fu convinto da una moglie saggia a desistere all’ultimo (Sanhedrin 109a) e non lo sentiamo più nominare. Datan e Aviram si unirono alla rivolta, secondo Rashì, solo perché accampati lungo il lato sud del Mishkan, vicino al gruppo di Qorach e da questo furono influenzati. “Guai al malvagio e guai a chi gli sta vicino”: insomma, dimmi con chi vai e ti dirò chi sei!
Ibn ‘Ezrà ci fornisce un quadro più complesso. “È accaduto nel deserto del Sinai quando i primogeniti furono sostituiti dai Leviti. Il popolo d’Israel pensò: ‘Moshe nostro Signore fa tutto di testa sua nel dare autorità alla sua tribù ed in particolare ai suoi parenti più prossimi’. I Leviti si ribellarono all’idea di divenire soggetti ad Aharon e ai suoi figli; Datan e Aviram si ribellarono per il fatto che la primogenitura era stata sottratta a Reuven loro padre e data a Yossef: forse sospettarono Moshe di voler agevolare Yehoshua’ il suo assistente”, che da Yossef discendeva attraverso Efrayim… In modo simile Nachmanide scrive: “Se qualcuno avesse osato in un primo tempo mettere in dubbio l’autorità di Moshe il popolo l’avrebbe lapidato, perché lo amavano come sé stessi e lo ascoltavano. Perciò Qorach dovette sopportare che Aharon avesse la sua alta carica, i primogeniti dovettero sopportare la preminenza dei Leviti e tutte le azioni di Moshe. Ma quando giunsero nel deserto di Paran e gli Ebrei…, a seguito del peccato degli esploratori, furono condannati a morire nel deserto, allora tutti quanti ne furono amareggiati e cominciarono a dubitare di lui. Fu in quel momento che Qorach colse l’opportunità per ribellarsi…”
Per Nachmanide in particolare i duecentocinquanta ribelli erano i primogeniti provenienti da tutte le tribù. Essi si erano uniti a Qorach perché avevano a loro volta una rivendicazione. Possiamo a questo punto riassumere. La rivolta era alimentata da non meno di quattro strati: 1) Qorach reclamava un ruolo di leadership all’interno dei Leviti; 2) i Leviti aspiravano alla Kehunnah; 3) i primogeniti delle varie tribù rivendicavano il ruolo sacerdotale loro revocato dopo la trasgressione del Vitello d’Oro, in favore dei Leviti; 4) infine i Rubeniti, figli del primogenito di Ya’aqov, rinverdirono una polemica sopita da tempo: tanti anni addietro il Patriarca aveva infatti ritirato la primogenitura delle tribù a Reuven per darla a Yossef (cfr. Bereshit 49, 3-4; 1DhY. 5, 1).
כָּל מַחֲלֹקֶת שֶׁהִיא לְשֵׁם שָׁמַיִם, סוֹפָהּ לְהִתְקַיֵּם .וְשֶׁאֵינָהּ לְשֵׁם שָׁמַיִם, אֵין סוֹפָהּ לְהִתְקַיֵּם. אֵיזוֹ הִיא מַחֲלֹקֶת שֶׁהִיא לְשֵׁם שָׁמַיִם ,זוֹ מַחֲלֹקֶת הִלֵּל וְשַׁמַּאי .וְשֶׁאֵינָהּ לְשֵׁם שָׁמַיִם ,זוֹ מַחֲלֹקֶת קֹרַח וְכָל עֲדָתוֹ:
Pirqè Avòt 5, 23: Qualsiasi controversia che sia in Nome del Cielo è destinata a dare esiti duraturi; quella che non sia condotta in nome del Cielo, invece, non si mantiene. Qual è una controversia in nome del Cielo? Quella fra Hillel e Shammay. Qual è invece una controversia non in nome del Cielo? Quella di Qorach e di tutta la sua congrega.
I commentatori notano in questo testo una apparente incongruenza. Il parallelismo antitetico fra i due esempi farebbe pensare che come nel primo caso Hillel e Shammay erano notoriamente in controversia fra loro, sia pure “in Nome del Cielo”, così anche nel secondo si debba supporre l’esistenza di una controversia… fra Qorach e i suoi compagni di parte! L’insegnamento è chiaro. Se la motivazione è sbagliata, se la ragione è ingiustificata, i masnadieri finiranno per dividersi fra loro. Se infatti una controversia è condotta senza fini egoistici le parti finiranno per ritrovarsi concordi nel perseguire il fine superiore, mentre se ciascuna è governata dai suoi propri scopi, l’amore per la gloria personale o per sé stessi, in questo caso finirà per esserci controversia fra gli stessi alleati. È quanto già accaduto molti secoli prima con la Torre di Babele (R. Bachyè, Malbim ad v.). I ribelli di Qorach erano “uomini di nome”, proprio come quella antica generazione era stata mossa dal proposito di farsi un nome (Bereshit 11, 4). Un “nome” collettivo, osserva il Kli Yeqar (ad loc.), non esiste: resta un obbiettivo essenzialmente individuale.
La controversia non è sempre male: il Talmud lo dimostra! Commentando i Pirqè Avot R. Shimshon Nachmanì (Toledot Shimshon ad loc.) distingue a sua volta fra due tipi di machloqet. Se la discussione è condotta da una parte con il solo fine di prevalere e affermarsi sull’altra, essa si limita a produrre ריב (“lite, contesa”): il valore numerico di questa parola è 212. Il contrasto è sempre l’esito di una prevaricazione. Se invece la discussione è finalizzata a chiarire la verità, al di sopra delle parti, essa è condotta כדת (“secondo la regola”), il cui valore numerico è 424, il doppio! Il commentatore identifica anche un secondo vantaggio di quest’ultimo genere di controversia. Ai fini dello studio, se assumiamo la discussione come metodo, anziché come sistema, essa aiuta la memorizzazione di testi e di concetti come nessun’altra tecnica.
La discussione è un ingrediente base della vita politica in una società moderna fondata sulla democrazia. Quali sono in questo caso i confini fra un dibattito costruttivo כדת e una controversia distruttiva ריב? Proviamo a delinearlo attraverso la letteratura halakhica contemporanea. Il pubblico di un Bet ha-Kenesset si rivolse al Rav Chayim David ha-Levy, Rabbino Capo di Tel Aviv, lamentando un certo atteggiamento da parte del Consiglio Direttivo. I frequentatori chiedevano che ogni Shabbat mattina si sdoppiasse il Minyan a ore diverse per incontrare le esigenze di gruppi differenti, ma il Consiglio era contrario all’innovazione, affermando che finché gli eletti fossero rimasti in carica non avrebbero acconsentito al cambiamento. Essi erano depositari di un mandato dal tempo dell’elezione e ciò li autorizzava a far valere la propria volontà.
Nel suo Responso (‘Asseh lekhà Rav, I, n. 25; cfr. anche VIII, n. 89-90) il Rav adopera tre argomenti:
- Egli scrive anzitutto che di principio non risponde a quesiti che gli vengano posti dai membri di un Bet ha-Kenesset provvisto di un suo Rav, per il rischio che i pareri dei due Rabbini non collimino: ciò darebbe adito a una “controversia gravissima”.
- Sul merito della questione, egli premette che i “sette migliori della città” (שבעה טובי העיר) eletti dai cittadini quali loro rappresentanti (nel linguaggio del Talmud Yerushalmì, Meghillah 3, 2) sono effettivamente considerati come i cittadini stessi nella gestione della cosa pubblica e lo stesso vale per il Consiglio Direttivo di un Bet ha-Kenesset. Il fatto che siano chiamati “migliori” non va preso alla lettera: in ogni caso essi sono chiamati a svolgere le loro funzioni in modo manifesto, cosicché gli elettori siano in grado di seguire tutto ciò che fanno (במעמד אנשי העיר; Shulchan ‘Arukh, O.Ch. 153, 7 e Mishnah Berurah ad loc., n. 31-32). Se ne evince che benché siano stati eletti con un mandato, non hanno alcun diritto di prendere decisioni in contrasto con la maggioranza della popolazione. Mai la minoranza trascina la maggioranza, neanche se si trattasse dei “sette migliori della città”! Sul piano strettamente halakhico il parere della maggioranza prevale sul loro perché mentre il principio della maggioranza (rov) è sancito dalla Torah (Shemot 23, 2), l’istituto dei “sette migliori” eletti è una taqqanah posteriore. Se pertanto la maggioranza del Bet ha-Kenesset richiede due Minyanim, questo è il parere che conta. Meglio ancora che essa sottoponga al Consiglio Direttivo una petizione scritta e firmata in proposito.
- Lo stesso principio deve regolare ogni aspetto della vita pubblica. Se in un paese democratico emerge un contrasto fra il parlamento e gli elettori su una decisione presa, il mandato precedentemente conferito al primo si interrompe su quel tema ed è necessario indire una consultazione popolare. Il fatto che molti referendum vengano banditi su argomenti complicati e scarsamente compresi dai più non costituisce motivazione in contrario: la scelta dei rappresentanti è eseguita dalla medesima collettività e prevede di affidare loro la gestione di tutta la vita pubblica con problemi assai più complessi. Si deve pertanto presumere analoga capacità degli elettori di esprimersi su una singola questione, fornendo loro per tempo tutte le spiegazioni necessarie senza nascondere nulla. Ciò nella misura in cui la richiesta della consultazione sia avanzata da una porzione numericamente qualificata della popolazione. Un ultimo punto, conclude il Rav, è scontato: che si tratti di questioni che non riguardino la religione. “Non esiste forza al mondo, né presso gli eletti, né preso gli elettori, fossero anche la totalità della nazione, che possa scalfire neppure una lettera della Torah”.
Ciò che in definitiva Qorach e i suoi accoliti aspiravano a fare. Dietro l’accusa rivolta a Moshe di essersi arrogato dei diritti c’era anzitutto la negazione dell’Autorità Divina. Moshe dimostrò loro che tutto egli aveva fatto per mandato del S.B. Essi si proponevano di adoperare l’interesse pubblico, di più, la stessa Tradizione al servizio della propria personalità senza avvedersi che la gestione corretta del Potere comporta l’esatto inverso: saper mettere la propria personalità e le proprie capacità al servizio della Torah e dell’interesse pubblico.
“Shabbat Shalom” della Scuola Rabbinica Margulies Disegni di Torino
