Parashat – Rav Somekh
אִ֣ם עַל־תּוֹדָה֮ יַקְרִיבֶ֒נּוּ֒ וְהִקְרִ֣יב ׀ עַל־זֶ֣בַח הַתּוֹדָ֗ה חַלּ֤וֹת מַצּוֹת֙ בְּלוּלֹ֣ת בַּשֶּׁ֔מֶן וּרְקִיקֵ֥י מַצּ֖וֹת מְשֻׁחִ֣ים בַּשָּׁ֑מֶן וְסֹ֣לֶת מֻרְבֶּ֔כֶת חַלֹּ֖ת בְּלוּלֹ֥ת בַּשָּֽׁמֶן׃
עַל־חַלֹּת֙ לֶ֣חֶם חָמֵ֔ץ יַקְרִ֖יב קׇרְבָּנ֑וֹ עַל־זֶ֖בַח תּוֹדַ֥ת שְׁלָמָֽיו׃
Wayqrà 7, 12-13: Se offre un sacrificio di ringraziamento, accompagnerà il sacrificio di ringraziamento con pani di Matzah intrisi di olio, focacce di Matzah unte con l’olio, farina scottata e Challot intrise nell’olio. Insieme a Challot di pane Chametz recherà il suo sacrificio di ringraziamento.
Come è noto, sulla tavola dello Shabbat vengono collocate due Challot intere per la Berakhah di Ha-Motzì, in ricordo della doppia razione di manna che i nostri Padri raccoglievano nel deserto ogni venerdì, dal momento che di Shabbat non si sarebbe trovata. La stessa regola è seguita anche durante Yom Tov, in base al Midrash per il quale la manna veniva trovata in misura raddoppiata anche nelle vigilie di festa, perché l’indomani non sarebbe scesa (cfr. Tossafot a Betzah 2b s.v. We-hayah).
Nelle fonti halakhiche più antiche era questo il comportamento raccomandato anche per il Seder di Pessach con le Matzot, che ora prendono il posto delle Challot. Con una particolarità: che solo una delle Matzot era intera, mentre l’altra era già spezzata. È quanto si evince dal Talmud Berakhot 39b. La ragione sta nel fatto che la Matzah è “pane di povertà” (lechem ‘oni, lachmà ‘anyà) e i poveri non possono permettersi che pani già spezzati (darkò shel ‘anì bi-frussah: Pessachim 115b). Così stabilisce la Halakhah Maimonide: nel corso del Seder, dopo aver effettuato la lavanda delle mani (Netilat Yadayim) “prende due pani azzimi (lett. reqiqin), ne divide uno, mette quello spezzato dentro l’intero e recita la Berakhah ha-Motzì” (Hilkhot Chametz u-Matzah 8, 6). In epoca posteriore, questa linea è condivisa dal Gaon di Vilna.
Solo a partire da testi medioevali di area ashkenazita, notabilmente il Machazor Vitry (p. 279) della scuola di Rashì, troviamo la menzione di tre Matzot, prassi successivamente codificata nello Shulchan ‘Arukh (O.Ch. 473, 4). Perché si è preso l’uso di aggiungere una terza Matzah? Due sono le spiegazioni solitamente addotte. La prima afferma che si è voluto così omologare la sera di Pessach alle altre feste. Come la dignità delle altre occasioni festive richiede due pani interi per la Berakhah, così anche sulla tavola del Seder si devono trovare due Matzot intere: ma dal momento che una viene spezzata come “pane di povertà”, ecco che è giocoforza prevederne tre (Raavan). In base alla seconda spiegazione, la terza Matzah è stata adottata affinché ci fosse un numero sufficiente di pani azzimi per simboleggiare idealmente le tre Mitzwot della sera di Pessach. La prima Matzah superiore è in ricordo del sacrificio pasquale (Pessach); quella spezzata impersona sé stessa, “pane di povertà” (Matzah); quella inferiore intera, infine, è destinata a essere mangiata insieme all’erba amara (Korèkh) e in tal modo rappresenta la Mitzwah del Maròr (R. Ya’aqov bar Yaqar; la discussione è riportata dal Rosh). Secondo una terza spiegazione, riferita da R. El’azar da Worms, le tre Matzòt alludono ai tre Seah di farina che Avraham incaricò Sarah di impastare per i tre ospiti (Bereshit 18, 6) e sappiamo che era Pessach (Rashì a 19, 3). Un richiamo importante al dovere dell’accoglienza durante il Seder, in consonanza con l’invito iniziale del capo-famiglia: “chiunque abbia fame, venga e mangi”.
Ma vi è un’ulteriore interpretazione, legata alla Parashah di questa settimana che negli anni comuni viene generalmente letta lo Shabbat che precede la festa (Shabbat ha-Gadol). Fra le tipologie di sacrificio di cui tratta la Parashat Tzaw vi è il “sacrificio di ringraziamento” (Qorban Todah) per scampato pericolo. Esso era prescritto, fra l’altro, a coloro che erano liberati dalla prigionia (Berakhot 54b). Dal momento che i nostri Padri riscattati dalla schiavitù egiziana dovevano ringraziare H. per questo portando il Qorban Todah, si confezionano per il Seder tre Matzot, in ricordo dei tre tipi di pane azzimo che secondo la Torah accompagnavano il sacrificio di ringraziamento (Or Zarua’, par. 259). Il Seder non è solo un atto di rievocazione o, se vogliamo, di riattualizzazione del momento storico fondativo della nostra nazione, ma è in primis un’espressione di gratitudine al S.B. per i miracoli con cui ci ha consentito di uscire dall’Egitto.
Il Qorban Todah era dovuto in una delle quattro circostanze per cui oggi recitiamo la Birkat ha-Gomèl: 1) da chi fosse stato liberato dalla prigione, come già ricordato; 2) da chi fosse guarito da una malattia; 3) da chi fosse rientrato sano e salvo da un viaggio per mare o 4) attraverso il deserto. Si richiedeva agli offerenti di accompagnare l’animale del sacrificio con l’offerta di 40 pani, 30 dei quali prodotti secondo tre tipologie differenti di Matzah e 10 di Chametz. 4 pani (uno per tipo) erano destinati ai Kohanim e alle loro famiglie, mentre i restanti 36 erano consumati dall’offerente. Questi offriva un “pasto di ringraziamento” (se’udat hodaah) nel quale imbandiva i pani e altro cibo a parenti e amici: era l’occasione per narrare loro i dettagli del suo salvataggio e ringraziare il S.B. per questo. Il tempo massimo per la consumazione del sacrificio era in questo caso la mezzanotte successiva al giorno della presentazione: proprio come il Qorban Pessach!
Le tre tipologie di Matzah erano: pane cotto al forno intriso nell’olio (maafeh tannùr), pane semplicemente unto con l’olio (reqiqin: il termine che Maimonide adotta per definire le Matzot di Mitzwah durante il Seder) e pane scottato nell’acqua bollente (revukhah). La Halakhah prescrive ancora che il quantitativo di farina destinato ai 30 pani di Matzah doveva essere equivalente a quello con cui si confezionavano i 10 pani di Chametz (Maimonide, Hilkhot Ma’asseh ha-Qorbanot 9, 17 segg.; Sefer ha-Chinnukh, prec. 141). Qual è il senso? Tutti i commentatori affermano che la Matzah e il Chametz simboleggiano rispettivamente la lotta contro il male e quella che oggi si chiama la capacità di resilienza e di ristabilimento. Questo deve essere esattamente commisurato alla sofferenza patita in precedenza.
Resta da spiegare perché nel Qorban Todah siano necessarie tre tipologie differenti di Matzah. Abrabanel (ad v.) richiama la teoria di Maimonide sull’origine del male. In Moreh Nevukhim, 3, 12 il grande medico-filosofo spagnolo del Medioevo, in polemica con coloro che vorrebbero imputarne la causa a D., sostiene che le provenienze possibili sono tre. Esiste effettivamente il male connesso con la natura materiale del mondo destinato all’imperfezione e alla corruzione ma questo è un aspetto minoritario. La maggior parte dei mali sono provocati dall’uomo: nei confronti del prossimo (violenze, guerre, oppressione e tirannide), ovvero ai danni di sé stesso, attraverso gli eccessi che generano i malanni di salute (cfr. Rav G. Laras, “Il pensiero filosofico di Mosè Maimonide”, Carucci, Roma, 1985, p. 171 segg.).
Alla luce di questa classificazione possiamo provare a spiegare le tre Mitzwot della sera di Pessach, rappresentate oggi dalle tre Matzot sulla tavola del Seder, in un’ottica di superamento del male in tutti i suoi aspetti. Il sangue del Qorban Pessach ha permesso che l’angelo della morte passasse oltre le case degli Ebrei e risparmiasse loro la morte dei primogeniti inflitta agli Egiziani. Il sacrificio è stato prescritto ai nostri Padri affinché avessero un merito personale che ne consentisse la liberazione. I Maestri affermano infatti che anche i Figli di Israel erano trasgressori come gli Egiziani e H. acconsentì a trarli dall’Egitto solo in virtù della promessa fatta ai Patriarchi. In sintesi, il Qorban Pessach “sublima” il male che gli Ebrei avevano causato a sé stessi con i propri comportamenti illeciti.
La parola Matzah ha anche il significato di “lite, contesa” (cfr. Yesha’yahu 55,4; Mishlè 17, 19). La fabbricazione delle Matzot ha origine, come è noto, dalla fretta imposta al popolo ebraico affinché uscisse dall’Egitto prima che il Faraone potesse rimangiarsi per l’ennesima volta l’autorizzazione a lasciare il paese e rinnovasse nei loro confronti l’oppressione e la schiavitù. Hirsch (a Shemot 2, 13) spiega che il pane azzimo rappresenta il proposito di arrestare il conflitto una volta cominciato. Quanto al Maròr, infine, la parola ha lo stesso valore numerico di Màwet (“morte”) e allude all’amarezza della consunzione degli elementi naturali presenti in ciascuno con cui viene messa in relazione l’esperienza dell’esilio. Non a caso il Maròr viene mitigato dalla Matzah e addolcito dal Charosset, mentre l’uovo sodo (Betzah) simboleggia come contrappunto la rinascita e la continuità della vita.
Il quarto elemento, la resilienza, che nel Qorban Todah è rappresentata dai dieci pani di Chametz, a Pessach è del tutto assente, ovviamente. In realtà essa è solo rinviata. A Shavu’ot si recavano al Bet ha-Miqdash, fra altre offerte, due pani di Chametz (Shtè ha-lèchem; Wayqrà 23, 17): l’unica presentazione di pane lievitato ivi ammessa annualmente oltre al Qorban Todah. Il Salmista dice:
ס֣וּר מֵ֭רָע וַעֲשֵׂה־ט֑וֹב
Tehillim 34, 15: “(Prima) distaccati dal male, (poi) fa’ il bene” . Il senso è chiaro: a Pessach prendiamo le distanze da ogni forma di male e a Shavu’ot, sette settimane più tardi, festeggiamo la nostra “guarigione”. Qual è la medicina che allora assumiamo? La Torah, chiamata dai nostri Maestri sam chayim (“la medicina della Vita” – Yomà 72b).
“Shabbat Shalom” della Scuola Rabbinica Margulies Disegni di Torino
