I media utilizzano la disinformazione e la propaganda delle ONG israeliane
Nathan Greppi – Inoltrenews.it 9/7/2026
Sotto la veste dell’attivismo per i diritti umani, alcune ONG israeliane vengono spesso assunte dai media occidentali come fonti imparziali contro Israele. Ma finanziamenti stranieri, accuse ideologiche, testimonianze anonime e posizioni radicali mostrano un quadro molto più controverso.
Una tattica assai adottata nei media per demonizzare Israele consiste nel citare ONG israeliane di estrema sinistra, spacciandole per fonti attendibili e imparziali. Un po’ come se, per informarsi sulle politiche del governo italiano, i media stranieri utilizzassero come uniche fonti l’ANPI, l’ARCI e la CGIL.
Ad esempio, “L’Espresso” e “Il Fatto Quotidiano” riprendono spesso la ONG B’Tselem per accusare Israele di genocidio a Gaza o di prendere di mira i bambini. Esponenti del gruppo Breaking the Silence, in ebraico “Shovrim Shtika”, ex militari dell’IDF che parlano contro l’esercito israeliano, sono stati intervistati più volte su Rai 3, in particolare nei programmi “Report” e “PresaDiretta”.
Tuttavia, dietro l’immagine degli attivisti che si battono per i diritti umani e contro l’occupazione israeliana, spesso si cela un mondo fatto di mistificazioni, falsità e posizioni ideologiche, premiate da importanti finanziatori stranieri.
Fondi stranieri
Secondo il sito dell’istituto di ricerca israeliano “NGO Monitor”, per le loro attività alcune ONG ricevono ingenti donazioni: nel 2024 B’Tselem ha ricevuto complessivamente 11,3 milioni di shekel, circa 3,3 milioni di euro, e Breaking the Silence nel 2023 ha ricevuto 10,7 milioni di shekel, pari a circa 3,1 milioni di euro. Physicians for Human Rights-Israel, anch’essa citata dal “Fatto Quotidiano” per avallare l’accusa di genocidio a Gaza, nel 2023 ha ricevuto 16,4 milioni di shekel, oltre 4,7 milioni di euro.
Tutte le ONG sopra citate annoverano l’Unione Europea tra i propri principali finanziatori. A questa si aggiungono donazioni provenienti da singoli Stati europei, quali Francia, Regno Unito, Svizzera, Norvegia e Paesi Bassi.
Dal 2022 al 2025 B’Tselem ha ricevuto 420.000 dollari dalla Open Society Foundation del magnate George Soros, mentre dal 2018 al 2025 Breaking the Silence ha ricevuto 620.000 dollari dal Rockefeller Brothers Fund. Quest’ultimo, dal 2017 al 2025, ha donato anche 360.000 dollari a Yesh Din, un’altra ONG che ha accusato Israele di apartheid.
Accuse di genocidio e apartheid
Nel luglio 2025 diversi media occidentali hanno ripreso un rapporto di B’Tselem che accusava Israele di commettere un genocidio nella Striscia di Gaza. Agli occhi dei propal, il solo fatto che questa accusa provenisse da una ONG israeliana la rendeva una verità assoluta. Prima ancora, la stessa ONG accusava lo Stato ebraico di apartheid almeno dal 2021.
Proprio nel 2021 B’Tselem aveva realizzato una campagna pubblicata su “Haaretz” contro un presunto “regime di supremazia ebraica dal fiume Giordano al mar Mediterraneo”, facendo della ONG uno dei precursori nell’uso di quello slogan, “dal fiume al mare”, che dopo il 7 ottobre è diventato egemone nelle manifestazioni propal di tutto il mondo per chiedere la cancellazione d’Israele.
L’accusa di apartheid è smentita dal fatto che gli arabi con la cittadinanza israeliana hanno sempre avuto il diritto di voto e di essere eletti a cariche pubbliche, mentre i neri sudafricani non avevano né l’uno né l’altro fino ai primi anni Novanta. Recentemente un arabo palestinese, Amir Badran, è diventato vicesindaco di Tel Aviv. Alle elezioni israeliane del 2022, inoltre, sono stati eletti 10 deputati arabi nella Knesset, su un totale di 120 seggi.
Una narrazione faziosa
Talvolta esponenti di queste ONG hanno ammesso involontariamente che il paragone con il regime di segregazione sudafricano è puramente strumentale. Nel 2003, l’allora direttrice esecutiva di B’Tselem, Jessica Montell, dichiarò in un’intervista: “Penso che la parola apartheid sia utile per mobilitare le persone per via del suo potere emotivo. In alcuni casi, la situazione in Cisgiordania è peggiore dell’apartheid in Sudafrica”.
Narrazioni faziose si trovano anche in Breaking the Silence, che raccoglie confessioni di militari israeliani su ingiustizie commesse nei territori palestinesi. La stragrande maggioranza delle testimonianze viene infatti riportata in forma anonima, il che pone dubbi sulla loro attendibilità.
Nel luglio 2016, un’inchiesta del programma “HaMakor” dell’emittente televisiva israeliana Channel 10 riportò che, su dieci testimonianze pubblicate da Breaking the Silence, due erano vere, due false, due esagerate e quattro non potevano essere verificate. Il giornalista autore dell’inchiesta, Raviv Drucker, era un sostenitore della ONG ma, nonostante ciò, disse che i suoi membri “tendono ad agire come una rivista sensazionalistica”, pubblicando titoli acchiappaclic senza fare le dovute verifiche.
Posizioni radicali
Nel 2019 B’Tselem ha assunto come responsabile per le proprie attività negli Stati Uniti Simone Zimmerman, che aveva anche lavorato per la campagna di Bernie Sanders alle elezioni presidenziali del 2016. Zimmerman è la cofondatrice di IfNotNow, associazione che porta avanti una campagna volta ad accusare le istituzioni ebraiche americane di “complicità” con i presunti crimini d’Israele.
Nel suo libro del 2014, “Catch the Jew”, l’autore israelo-americano Tuvia Tenenbom rievocò una conversazione, menzionata dallo stesso anche in un servizio sull’emittente israeliana Channel 2, avuta con un ricercatore palestinese affiliato a B’Tselem, Atef Abu a-Rub, il quale avrebbe negato la Shoah e affermato che la Germania “dà soldi agli ebrei”. Lo scandalo portò a un’indagine più approfondita, al termine della quale B’Tselem ammise che il proprio ricercatore aveva pronunciato quelle parole e ne prese pubblicamente le distanze.
Nel gennaio 2016 il programma televisivo d’inchiesta israeliano “Uvda” espose un dipendente di B’Tselem, Nasser Nawaja, e l’attivista di sinistra radicale Ezra Nawi, che parlavano di informare i servizi di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese in merito a un arabo che intendeva vendere a degli ebrei dei terreni in parte appartenenti, secondo B’Tselem, alla famiglia dello stesso Nawaja.
Denunciarlo poteva equivalere a una condanna a morte, poiché secondo la legge palestinese la vendita di terre agli israeliani risulta essere punibile con la morte. Lo stesso Nawi ammise che i sospettati potevano essere torturati e uccisi. B’Tselem prese le distanze dalle azioni di Nawaja, affermando che il loro attivista avrebbe agito di sua iniziativa. (Nawaja fu arrestato e in seguito rilasciato senza condanne, dopo che il tribunale israeliano si dichiarò privo di giurisdizione sul caso n.d.r.).
Minimizzazione del terrorismo
In alcuni casi, certe ONG hanno cercato di minimizzare il terrorismo. Il giorno dopo i massacri compiuti da Hamas, Breaking the Silence ha twittato: “L’attacco di Hamas e gli eventi che si sono svolti ieri sono indicibili. Potremmo parlare delle loro azioni crudeli e criminali, oppure concentrarci su come il nostro governo suprematista ebraico ci abbia portato a questo punto. Ma, come ex soldati israeliani, il nostro compito è parlare di ciò che siamo stati mandati a fare”.
Un discorso simile vale anche per B’Tselem. Due giorni dopo gli attacchi del 7 ottobre, sul loro sito è apparso un comunicato in cui, pur riconoscendo che “Hamas ha commesso un crimine scioccante”, subito dopo il governo israeliano veniva accusato di prendere di mira intenzionalmente i civili a Gaza, aggiungendo che “non esiste giustificazione per questi crimini, che siano commessi come parte di una lotta per la libertà dall’oppressione o citati come parte di una guerra contro il terrore”.
