Durante Pessach gli Ashkenaziti usano astenersi dal consumare specie come riso, legumi, granoturco, soia, sesamo e secondo alcuni anche arachidi (qitniyot) e loro derivati, anche se questi alimenti non sono propriamente Chametz (Remà a O.Ch. 453, 1). Da questo, come dai rigori successivi, si usano esentare i bambini piccoli e gli ammalati. Tale rigore risale già ai primi Rishonim (Decisori medioevali, antecedenti allo Shulchan ‘Arukh) e fu istituito per il fatto che nei tempi antichi si macinavano i legumi negli stessi mulini impiegati per i cereali e ciò esponeva ad un duplice rischio: a) confondere la farina di legumi con quella di cereali; b) talvolta cereali potevano trovarsi mescolati nella farina di legumi. I Sefaraditi in genere non hanno accettato questa restrizione, ma permettono il consumo del riso solo dopo averlo vagliato tre volte. L’uso italiano in proposito non è codificato in modo unanime e varia da famiglia a famiglia.
Gli Ashkenaziti usano proibire anche gli impasti dei cereali con liquidi diversi dell’acqua, come vino, olio e succo di frutta (Matzah ‘Ashirah o “azzima ricca”). All’origine di questo rigore vi è una divergenza d’interpretazione su un passo talmudico: secondo alcuni l’impasto con succo di frutta è pur sempre proibito come Chametz Nuqsheh (“raffermo”), anche se chi ne mangia non è passibile di karèt; secondo altri è completamente permesso. I Decisori italiani tendono all’opinione più facilitante (‘Iqqarè ha-Dat, Birkè Yossef).
Questi rigori sono considerati un Minhag accolto dai progenitori come vincolante per tutte le generazioni a venire e quindi un Ashkenazita non può decidere di contravvenire, neppure facendo la Hatarat Nedarim(“scioglimento del voto”). Per esigenza di pace famigliare, tuttavia, la moglie segue il marito. Pertanto una donna Ashkenazita che abbia sposato un Sefaradita non solo può cucinare riso e qitniyot per il marito durante Pessach, ma se vuole annullare il rigore preso dai suoi genitori può farlo procedendo alla Hatarat Nedarim (R. ‘Ovadyah Yossef). Secondo altri non è neppure necessaria la Hatarat Nedarim (R. Moshe Feinstein). Un Ashkenazita può mangiare nelle stoviglie di un Sefaradita anche se in altre occasioni hanno contenuto riso e qitniyot (R. ‘Ovadyah Yossef).
Cfr. “Chaghigà Lismokh, Haggadà di Pèsach commentata da Rav Somekh”, Morashà, Milano, 2012, p. 16-17.
Rav Alberto Moshe Somekh, “Sheal Na: Domanda! 22 lezioni su Responsa di Maestri contemporanei”, Belforte, Livorno, 2018, p. 141-145.
State attenti alle vostre parole!
Non è permesso dire: “questa carne è per Pessach”. La parola Pessach ha infatti due significati: è il nome della festa ma è anche il nome di un sacrificio e chi pronuncia le parole di cui sopra dà l’impressione di voler eseguire il Qorban Pessach in assenza del Bet ha-Miqdash. Bisogna dire invece: “questa carne è per Mo’ed” o “questa carne è per Yom Tov” (Ben Ish Chay). Se tuttavia si fosse commesso l’errore, la carne in questione può ancora essere mangiata (‘Iqqarè ha-Dat).
Si può eseguire la Bediqat Chametz con una pila elettrica?
La Bediqat Chametz va eseguita la sera del 14 nissan a lume di candela. Nella definizione dei nostri Maestri quattro sono i tipi di lume che non si prestano alla Bediqah. La formula mnemonica con cui li si ricorda è formata dalle loro iniziali: queste formano la parola chashashà che in aramaico significa: “timore”, perché il divieto di usarli è legato appunto a un timore (Ben Ish Chay). La chet sta per chelev che indica una parte del grasso dell’animale di cui la Torah vieta di cibarsi: c’è il timore che sgocciolando su un piatto lo renda non kasher. Le due shin stanno per shuman (grasso) e per shemen rispettivamente. Per shuman si intende il grasso animale permesso. La motivazione del divieto è analoga al chelev: si teme che possa essere adoperato per errore un piatto chalavì. Quanto al shemen (olio) si teme invece che essendo già liquido sgoccioli dappertutto. Infine la alef sta per avuqah, una torcia formata da più lumi intrecciati. Si teme in questo caso che per il pericolo di dar fuoco a tutto la bediqah non venga eseguita come si deve. Si deve pertanto eseguire la Bediqah con una candela singola di altro materiale, p. es. cera o paraffina. Si può utilizzare una pila elettrica per locali molto grandi o dove si tema che la candela possa essere pericolosa: p. es. nell’automobile. In questi casi è preferibile recitare la Berakhah sulla candela e con questa iniziare la Bediqah per poi proseguire adoperando la pila (cfr. Peninè Halakhah, Yalqut Yossef).
A chi compete l’obbligo della Bediqah? Se prendo in affitto una casa per Pessach da un altro ebreo e non viene specificato nel contratto chi dei due, il padrone o l’inquilino, abbia l’obbligo della pulizia e della Bediqah, questo ricade su colui che ha le chiavi nel momento della Bediqah stessa, cioè all’imbrunire della vigilia di Pessach. Se invece è stato pattuito che il padrone comunque facesse trovare la casa pulita e ciò non è avvenuto, l’inquilino deve provvedere a sue spese senza chiedere alcun risarcimento, perché si parte dal presupposto che “a uno faccia piacere eseguire una Mitzwah con i propri soldi” (O.Ch. 437 e Mishnah Berurah). Ma se ciò dovesse accadere la mattina della vigilia è lecito chiedere un rimborso, perché l’inquilino avrà già provveduto per tempo a eseguire la Mitzwah per conto proprio (‘Iqqarè ha-Dat).ù
“Shabbat Shalom” della Scuola Rabbinica Margulies Disegni di Torino
