La Parashat Beha’alotecha si apre con l’accensione della Menorah, uno degli oggetti più misteriosi e simbolici di tutto il Mishkan. Un blocco unico, un insieme seppur composto da sette luci: sei bracci che si sviluppano ai lati e convergono verso un unico braccio centrale. Non è semplicemente il numero sette a ripetersi nella Torah, ma una precisa architettura spirituale: sei elementi che trovano unità e significato in un centro.
Questa struttura attraversa tutta la creazione. Il primo esempio è la settimana stessa, l’inizio della strutturazione dello spazio-tempo-materia. Il mondo viene creato in sei giorni e culmina nel settimo, lo Shabbat. Non si tratta semplicemente di un giorno aggiunto agli altri, ma del punto centrale che dona significato all’intera settimana. I sei giorni rappresentano l’attività, il lavoro, il movimento; il settimo rappresenta la direzione, lo scopo, l’incontro con il Creatore: è la “non creazione” che crea il riposo. La stessa struttura appare nel Magen David: sei estremità dello spazio, nord, sud, est, ovest, alto e basso, definite dai movimenti del Lulav. Sei direzioni con un centro che le unifica tutte, l’essere umano. La rappresentazione di questo schema cosmico si trova in un simbolo mistico potente, Il Magen David: sei punte rivolte verso le estremità e un nucleo centrale che le tiene unite. L’universo non è un insieme casuale di direzioni che si allontanano l’una dall’altra; possiede un centro, una sorgente comune, una Presenza che tiene insieme tutto ciò che esiste. Il mio maestro Rav Yehudà Kahaloun ZZ”L insieme al grande maestro Rav David Menashè ZZ”L ci insegnarono molti significati di queste due strutture cosmico-spirituali. Addirittura, sei colori, corrispondenti a sei sefirot, dipinti sulle sei punte del Maghen David, se fatti girare dinamicamente come il disco di Newton davano un colore centrale: il Bianco, proprio il colore dello Shabbat.
Anche la Torah stessa sembra costruita secondo questo modello. I maestri insegnano che il brano di “Vayehi binsoa haAron”, costituisce un libro autonomo di due parti. In questo modo la Torah non risulta più composta da cinque libri ma da sette. Al centro di questa struttura l’Arca che custodisce la Torah. Come se volesse insegnarci che al centro della storia, delle prove, delle peregrinazioni e persino delle crisi, vi è sempre la presenza della Torah che tiene unito tutto il resto. Ma il luogo più sorprendente in cui ritroviamo questo schema è l’uomo stesso. Il volto umano possiede sette aperture: due occhi, due orecchie, due narici e una bocca. Ancora una volta sei e uno. I Maestri insegnano che l’uomo è un microcosmo, un piccolo universo. La stessa struttura che Hashem ha impresso nella creazione è stata impressa anche nel volto dell’essere umano. Gli occhi osservano il mondo, le orecchie lo ascoltano, le narici lo percepiscono, ma tutto converge verso la bocca, il luogo della parola, della Torah, della Tefillà e della benedizione. Negli stati spirituali del mondo secondo la kabbalà l’uomo è il medaber, l’essere parlante. Ciò che vediamo, ascoltiamo e percepiamo non deve disperdersi nelle infinite direzioni del mondo, ma essere elevato verso uno scopo superiore: l’espressione della Torà. La Torah ci insegna così che il sette non è soltanto un numero. È il progetto stesso dell’universo. Sei forze che tendono verso l’esterno e un centro che le raccoglie. Sei giorni e Shabbat. Sei direzioni e il loro centro. Sei bracci e il ner ma’aravi della Menorah. Sei aperture del volto e la bocca. Sei parti attorno al cuore del Magen David. Persino la Torah, secondo i Chachamim, è costruita secondo questo modello, non a caso ci insegnano i maestri che Hashem guardò la Torà e creò il mondo.
La Kabbala ci dice che Israel, Torà ed Hashem sono “uno” (cfr Divrè Yaakov): Hashem rivolge il suo “volto” (kiviachol) verso la Torà, ci si specchia e ne crea un universo che a sua volta si disegna sul volto dell’uomo: il volto di Hashem nel mondo e nell’uomo, come ci illustra la stessa Birchat Cohanim. Beha’alotecha et haNerot” non significa solo accendere le luci, ma elevarle. Perché il lume più importante della Menorah non era nel Mishkan, ma dentro ogni essere umano: Il “lume di Hashem è l’anima dell’uomo”, il “respiro di D.o” che vive nell’essere umano. Se il sette è il progetto della creazione, presente nella Menorah, nello Shabbat, nel Magen David, nella Torah e persino nel volto umano, allora l’anima-Ner ne rappresenta il punto più elevato. E forse tutta la Torah, dalla prima all’ultima pagina, non è altro che l’invito di Hashem a prendere quella fiamma che Egli ha acceso, respirando dentro di noi e aiutarla a salire sempre più in alto, perché il compito di un ebreo non è soltanto custodire la propria luce, ma trasformarla in una fiamma che sale incessantemente verso il Cielo.
Shabbat Shalom
