La Torah non ha paura delle domande. Tutto il Talmud vive di domande. La stessa parola חכמה, chokhmà, sapienza, viene letta dai Maestri del pensiero come כח מה, koach mah: la forza del “che cosa?”. La vera sapienza nasce quando l’uomo sa chiedere: che cosa vuole Hashem da me? Ma non tutte le domande nascono dallo stesso luogo. La Haggadà di Pesach ci presenta quattro figli, cioè quattro modalità diverse di porre quesiti. Il figlio saggio domanda per entrare più profondamente nella Torah; il semplice domanda perché vuole capire; chi non sa domandare ha bisogno che qualcuno apra per lui il discorso. Il figlio malvagio, invece, chiede: “Che cos’è questo servizio per voi?”. Non è una domanda innocente. Non sta dicendo: “Aiutatemi a capire”. Sta dicendo: “Che cosa state facendo? Perché siete ancora legati a queste cose? Voi siete rimasti indietro; Io sono oltre, Io sono più evoluto”. La sua domanda non cerca una risposta, ma vuole denigrare l’altro, trasformare l’ebraismo e gli ebrei in qualcosa di ridicolo, guardare dall’alto chi serve Hashem, sentendosi intellettualmente superiore. Korach appartiene a questa stessa radice: la domanda che non cerca risposta. Il Midrash racconta che chiese a Moshe: “un tallit tutto azzurro ha bisogno del filo azzurro? Una casa piena di Sifrè Torah ha bisogno della mezuzà? Domande brillanti, quasi geniali.
Ma Korach non chiedeva per capire la halachà; chiedeva per ridicolizzare Moshe. Non cercava verità: cercava destabilizzazione. In questo mi ricorda Esav, che secondo Rashi “cacciava con la bocca” suo padre Yitzchak, chiedendo come si prelevasse la decima sul sale e sulla paglia. Anche lì, una domanda di mitzvà; ma non per servire Hashem, bensì per apparire più religioso di quanto fosse. Esav usa la domanda come maschera. Korach la usa come arma. Mi sembra che secondo la Kabbalah, sia Esav sia Korach sono collegati alla radice spirituale di Caino-Kayin ma cerchiamo di spiegare. Esav ripercorre la dinamica profonda Kayin (Caino)-Hevel (Abele) rispetto a Ya‘akov: quando ritorna dalla caccia, chiede di mangiare poiché…”Ayef Anochi” “Io sono Stanco”. Mi insegnò il mio Maestro Rav Yehudà Kahaloun ZZ”L che il valore numerico di “Ayef-Stanco” come scritto nella Parashà (con una Yud) è il valore numerico della parola “Kayin”; quindi in quel momento Esav disse a Yaakov: “Io sono Caino”, e tu la radice di Abele, dammi questo rosso rosso altrimenti sono pronto a ucciderti di nuovo…così mi fu insegnato.
Mi sembra che anche Korach venga descritto come espressione di una parte di anima di Kayin, contrapposto a Moshe, legato alla radice di Hevel. Questo apre un filo ancora più profondo: la storia della bocca umana.
Con Kayin, la Torah dice che costrinse in qualche modo la terra ad aprire la sua bocca per ricevere il sangue di Hevel, e poi si aprirà cercando di ingannare, manipolare Hashem. Con Esav, la bocca si spalanca per ingurgitare le lenticchie e perdere la primogenitura, e per ingannare, manipolare Ytzchak. Con Korach, la bocca si apre in domande velenose, manipolatrici contro Moshe, e allora, a quel punto la terra apre la sua di bocca e lo inghiotte. È una misura per misura terribile e precisa: la bocca che non cerca verità ma vuole fa cadere, viene ingurgitata dalla bocca della terra. E la Gemarà racconta che da quel luogo si sente ancora una voce che sussurra: “Moshe è verità e la sua Torah è verità”. Dopo tanto rumore resta solo la verità. Eppure la parashà non finisce nella voragine. I figli di Korach non morirono. Dalla bocca ribelle del padre nascerà il canto dei figli: Tehillim, tefillah, teshuvah. Il salmo dei figli di Korach viene ancora letto da alcuni prima del suono dello Shofar per ricordarci che la Teshuvà trasforma la bocca, da distruzione in canto, in suono, quello della “bocca dello Shofar”. Questa è la grande speranza: la bocca può cadere nella polemica, ma può anche risalire nel canto. La domanda può essere veleno, ma può tornare a essere chokhmà: la forza umile del “che cosa vuole Hashem da me, la forza di sostituire l’IO a D.O.
Shabbat Shalom
