La ribellione di Kòrakh e dei suoi alleati Datàn e Aviràm, fu uno degli episodi più gravi di tutti i quaranta anni nel deserto.
R. Eliyahu Barukh Finkel (Gerusalemme, 1947-2008) che fu insegnante di Talmud nella yeshivà di Mir a Gerusalemme, fa notare il comportamento eccessivamente conciliante di Moshè nel versetto dove è scritto: “Moshè si alzò e andò verso Datàn e Aviràm; gli anziani d’Israele lo seguirono” (Bemidbàr, 16:25). Rashì (Troyes, 1040-1105) commenta: “Riteneva che gli avrebbero mostrato rispetto, ma loro non lo fecero”.
R. Finkel afferma che questo versetto va analizzato bene perché il Santo Benedetto aveva già dato un ordine a Moshè nel versetto precedente con queste parole: “Parla alla congregazione e dì loro: allontanatevi dalle abitazioni di Kòrakh, e di Datàn e Aviràm” (ibid., 16:24). Da quest’ultimo versetto impariamo che il Signore aveva già deciso di punire i ribelli. Con tutto ciò Moshè non era andato subito a dire alla congregazione quello che gli era stato comandato dal Signore. Prima di farlo aveva fatto un ultimo tentativo di rappacificazione con Datàn e Aviràm.
C’è da domandarsi: come poteva pensare Moshè che gli avrebbero mostrato rispetto quando già prima si erano comportati con lui con grande faccia tosta. Quando Moshè li aveva mandati a chiamare (versetto 12-14), essi gli risposero con queste parole: “Non verremo. Ti par poco di averci fatto salire da una terra stillante latte e miele (intendendo dire l’Egitto) per farci morire nel deserto? Vorresti anche signoreggiare su di noi? Tu non ci hai portato in un paese stillante latte e miele per darci un possesso di campi e vigne. Vorresti forse accecare gli occhi di questa gente? Noi non verremo”. Dopo una risposta simile cosa credeva Moshè di ottenere andando da loro?
Per rispondere a questa domanda r. Finkel cita suo nonno r. Natan Tzvi Finkel (Lituania,1849-1927, Gerusalemme) il fondatore della yeshivà di Slobodka in Lituania, che veniva chiamato “il santo nonno di Slobodka” che tratta l’argomento nell’opera Or Ha-Tzafùn (parte terza, “Sul profondo obbligo di evitare dispute”). R. Natan Tzvi Finkel cita il Talmud babilonese (Sanhedrin, 110a) dove i Maestri imparano da questo versetto che non bisogna perseverare nelle dispute. E affermano che chi persevera in una disputa commette una trasgressione, come è scritto: “E non sarà come Kòrakh e tutta la sua congregazione” (Ibid., 17:5). Da qui si deduce che se Moshè non fosse andato da Datàn e Aviràm per tentare nuovamente di astenersi dalla disputa, Moshè avrebbe commesso la trasgressione di “Essere come Kòrakh”. Questa affermazione dei Maestri suona incredibile, specialmente dopo il comportamanto sfacciato di Datàn e di Aviràm.
Inoltre Moshè non era stato affatto parte della disputa. Questo lo impariamo dai Pirkè Avòt (Massime dei padri, 5:17) dove è insegnato: “Ogni disputa che avvenga per fini onesti, finisce per mantenersi; non così invece delle dispute che non avvengono per onesti fini. Quale esempio si può citare del primo tipo? Le discussioni di Hillèl e Shammài. E del secondo tipo? Quelle di Kòrakh e di tutto il suo seguito” (trad. di Yoseph Colombo, Carabba Editore, Lanciano, 1931).
Questa mishnà richiede una spiegazione perché la descrizione del secondo tipo di disputa non è parallela al primo tipo. Nel primo tipo vi sono due parti: Hillèl e Shammài; nel secondo tipo è citata solo la parte di Kòrakh! Il fatto che non sia menzionato Moshè come seconda parte della disputa è una dimostrazione che Moshè non era parte della disputa. Si capisce quindi quello che dissero i maestri che se Moshè non fosse andato da Datàn e Aviràm sarebbe stato parte della disputa. Da tutto ciò r. Natan Tzvi Finkel dimostrò la profonda importanza di evitare dispute. E perfino se c’è solo una probabilità su mille di evitare una disputa, bisogna fare un ultimo tentativo. Alla fine, come dissero i Maestri (Yalkùt Shim’onì, 752), l’azione di Moshè ebbe dei risultati importanti: il fatto che andò da Datàn e Aviràm, servì a salvare i tre figli di Kòrakh e On. figlio di Pèlet.
