(da una derashah di Rav Ari Kahan)
Ascoltate tutte le meraviglie che erano capitate al popolo ebraico, Yitrò, suocero di Moshè, raggiunse l’accampamento del popolo ebraico nel deserto. La trasformazione degli ebrei da schiavi in uomini liberi lo ha reso sinceramente felice.
Yitrò prende parte insieme a Mosheh, Aharon e gli anziani a una festa di ringraziamento. Subito dopo però Yitrò viene colpito dall’enorme carico di lavoro del genero. Yitrò evidentemente, in base alla sua posizione precedente, sapeva qualcosa sulla leadership e i ruoli pubblici. Sapeva che Moshè rischiava di rimanere bruciato dalla responsabilità. Per questo suggerisce di spartire il peso e, quando possibile, delegare. Il consiglio di Yitrò viene accettato.
La situazione era abbastanza paradossale, al pensiero che l’incontro fra Moshè e Yitrò non ci sarebbe mai stato se Moshè non fosse fuggito dall’Egitto per via della domanda pungente rivoltagli in Egitto: Chi ti ha nominato giudice su di noi? Moshè si era intromesso nella discussione, ma era stato subito accusato di non avere l’autorità per farlo. Ora Moshè, da solo, rappresentava l’autorità, l’unico arbitro, il giudice di tutto Israele.
Di fronte a tale nuova situazione Yitrò avanza la sua proposta di organizzazione, con un’eccezione importante: Moshè continuerà a trovarsi fra il popolo e D. Ogni questione difficile sarà sottoposta da Moshè a D.
Moshè ricopre un duplice ruolo: da una parte rappresenta D., dall’altra il popolo, e questo fatto potrebbe spiegare perché la storia di Yitrò sia inserita proprio a questo punto della narrazione biblica.
Secondo la tradizione infatti Yitrò arrivò presso l’accampamento israelita solamente alcuni mesi dopo, dopo Yom Kippur, in autunno, mentre la rivelazione divina sul Sinai e tutti gli eventi narrati nei capitoli successivi si svolsero in primavera.
In apparenza il motivo per cui si parla dell’arrivo di Yitrò proprio adesso è che si tratta in un certo senso della continuazione della storia dell’esodo e dell’apertura del Mar Rosso. Quando Yitrò venne a sapere quanto era avvenuto intraprese il viaggio.
Tuttavia potrebbe esserci una ragione più sostanziale per l’inserimento della storia a questo punto. Avendo ricoperto delle posizioni di comando, Yitrò aveva una chiara percezione della natura del ruolo di Moshè, con il vantaggio di vedere la vita quotidiana all’interno dell’accampamento da una prospettiva più distaccata, come al giorno d’oggi farebbe un analista di sistemi o un consulente organizzativo.
L’analisi di Yitrò si basa sulla sua comprensione del ruolo fondamentale ricoperto dal genero. E quale momento migliore per ribadire questa posizione della vigilia della rivelazione sul Sinai? Effettivamente negli eventi immediatamente successivi (cap. 19) emergono entrambi gli aspetti che caratterizzano la leadership di Moshè: porta la parola divina al popolo, e quando questo, terrorizzato, ha paura di ascoltare la parola divina, Moshè rappresenta l’interlocutore privilegiato, rappresentando fedelmente entrambe le parti. E questo sarà il ruolo che assumerà sino alla fine della sua vita.
Nella storia dell’uscita degli ebrei dall’Egitto il ruolo di Moshè era apparso secondario. D. parlava attraverso di lui, Aharon fungeva da ambasciatore, ed è il suo potenziale “magico” ad emergere nelle piaghe e nei miracoli.
Ma sul Sinai il ruolo di Moshè diviene percepibile con chiarezza. Molto più di un giudice, molto più di un messaggero della parola divina. Da questo punto della storia, Moshè è l”eved H., il servo del Signore, epiteto che diventerà il suo epitaffio, portando la Torà dal cielo, ma al contempo sarà il difensore, il protettore, il rappresentante e il maestro del popolo di Israele. Qui Moshè diventa Moshè Rabbenu. Yitrò, in preparazione degli eventi che si stavano per verificare, lo aveva intuito. E aveva visto giusto.
