(da una derashah di Rav Lichtenstein)
Nonostante la gioia incredibile per la notizia che Yosef era ancora in vita, Ya’aqov era spaventato all’idea di scendere in Egitto. In effetti, D. in persona deve mettere a tacere le paure di Ya’aqov. Perché Ya’aqov aveva questi timori? Una possibilità riguarda il fatto che le mitzwot non possono essere praticate allo stesso modo quando si è fuori dalla terra di Israele. L’adempimento delle mitzwot in terra di Israele è di un livello superiore. Secondo il midrash le 613 mitzwot, al tempo dei patriarchi, trovavano applicazione solo in terra di Israele. Per questo, il timore di Ya’aqov appare comprensibile.
Le azioni di Ya’aqov tuttavia sembrano suggerire che ci sono altri motivi di preoccupazione. Infatti, quando si accingeva a scendere in Egitto, mandò avanti Yehudà per preparare il terreno. Cosa stava cercando? Si intende che doveva allestire un campo per garantire loro una residenza fisica. Questa è la prima spiegazione di Rashì, basata sul targum Onqelos. Tuttavia questa spiegazione non è soddisfacente. Perché preoccuparsi, se Yosef aveva garantito che si sarebbe occupato di soddisfare i loro bisogni? Per questo motivo è probabile che Ya’aqov avesse in mente dell’altro. Un’altra spiegazione di Rashì richiama la seconda spiefazione del midrash. Secondo questa lettura, Yehudà doveva creare un bet va’ad, una casa di studio. Ya’aqov voleva che le basi spirituali fossero già gettate prima del suo arrivo. Non voleva iniziare ad organizzare lo studio con il suo arrivo. Voleva che tutto fosse già pronto. In questa prospettiva, Ya’aqov era preoccupato per la spiritualità dei suoi discendenti in Egitto. Sapeva che i suoi nipoti sarebbero cresciuti in una società straniera, con una cultura forte e attraente. Per questo voleva essere certo che avrebbero mantenuto la loro identità separata. Yosef forse non era sensibile a questa preoccupazione. Era stato in Egitto ventidue anni, completamente immerso nella società egiziana, e forse non si rendeva conto della difficoltà di viverci. Ma lui era cresciuto nella casa di Ya’aqov, aveva un bagaglio che i suoi nipoti, nati e cresciuti in Egitto, rischiavano di non avere e di essere pertanto sopraffatti dalla società maggioritaria.
Allo stesso modo possiamo chiederci perché Ya’aqov volesse tanto insistentemente stabilirsi a Goshen. Il suo desiderio di vivere separato era dettato dal solo desiderio di evitare di offendere gli egiziani, per i quali la pastorizia era un abominio? O quella delle pecore era solo una scusa, e c’era dell’altro? Sembra che Ya’aqov, a differenza di Yosef volesse deliberatamente rimanere ai margini della società. Ya’aqov era seriamente preoccupato, perché temeva che i suoi discendenti non avrebbero mantenuto la connessione con D. Per questo li pone a una certa distanza dalla società e istituisce il proprio sistema educativo. Serviva un modello educativo forte. Voleva impartire tutti gli insegnamenti che i suoi figli avevano ricevuto nella sua casa. Voleva continuità. D’altra parte però l’esperienza religiosa dei suoi discendenti doveva essere imperfetta. Trovandosi fuori da Israele doveva necessariamente mancare qualcosa. Dovevano aspirare ad una condizione ideale, per aprire la strada al loro ritorno in Israele. Ya’aqov aveva ormai accettato l’idea dell’esilio e voleva costruire una forte comunità di esiliati. Ma era importante altresì che percepissero di essere in esilio. Anche la comunità della diaspora più meravigliosa deve sentirsi una comunità in esilio, non una comunità che si sente a proprio agio e si compiace, come se avesse centrato il proprio ideale religioso.
Questa idea in duemila anni di esilio ha avuto una sua evoluzione. Per la maggior parte del tempo, le nazioni ospitanti non hanno consentito agli ebrei di vivere una esperienza piacevole. Quando gli ebrei dicevano leshanà habaà birushalaim dicevano sul serio. Credevano che il ritorno in Israele sarebbe stato qualitativamente migliore della loro esperienza in esilio.
Oggi la situazione è notevolmente cambiata. Nelle società occidentali gli ebrei sono evidentemente più accettati e quel sentimento, che aveva caratterizzato la storia precedente, si è affievolito. Anche quando non siamo costretti a sfuggire alla persecuzione, dobbiamo percepire che la nostra vita religiosa non è ideale. Ad esempio, molti ebrei ortodossi negli Stati Uniti non hanno la sensazione di trovarsi in esilio. Hanno raggiunto un tale livello di comfort da sentirsi perfettamente a proprio agio.
Nel programma di Ya’aqov sono presenti quindi due elementi, che dovrebbero valere per ciascuna comunità della diaspora: a) la centralità assoluto dello studio e di una identità ebraica forte; b) riconoscere il fatto che una comunità ideale fondata sulla Torà non può sorgere altro che in terra di Israele.
