וְהַמְּלָאכָ֗ה הָיְתָ֥ה דַיָּ֛ם לְכׇל־הַמְּלָאכָ֖ה לַעֲשׂ֣וֹת אֹתָ֑הּ וְהוֹתֵֽר
Shemot 36, 7: E il materiale del lavoro fu sufficiente per eseguire tutto quanto il lavoro e anche di più.
Si osserva una contraddizione presente nel versetto: se il materiale per la costruzione del Mishkan “fu sufficiente” appena, significa che non era “di più” e viceversa, se era più del necessario perché premettere che “fu sufficiente” soltanto? Il Malbim risponde semplicemente che è abitudine di ogni buon artigiano non solo fornire il proprio prodotto in modo esattamente commisurato alle esigenze dell’opera da realizzare, ma aggiungerne una scorta in più per eventuali necessità future. Una dimensione etica troviamo nell’approccio dell’Or ha-Chayim al medesimo quesito. Certamente, egli osserva, la fornitura da parte del popolo si era rivelata superiore alle necessità dell’opera. Ma per non deludere l’entusiasmo di nessuno dei contribuenti si dovette fare uno sforzo ulteriore per accomodare tutto quanto senza respingere alcunché. Ecco perché infine si poté affermare che il risultato apparve nella misura esatta, benché nella realtà ce ne fosse in sovrappiù. Un’altra lettura giunge alla conclusione inversa. La fornitura si rivelò perfettamente commisurata alla costruzione, ma al popolo fu data la percezione che ne avanzasse. A quale scopo? Onde evitare che i singoli offerenti si insuperbissero qualora avessero avuto la consapevolezza che il loro contributo era stato essenziale.
Il Ben Ish Chay di Baghdad (P. Wayaqhel, anno II, Introd.) risponde allo stesso interrogativo in modo diverso. Egli cita un passo del Talmud:
אָמַר רַב יְהוּדָה אָמַר רַב: יוֹדֵעַ הָיָה בְּצַלְאֵל לְצָרֵף אוֹתִיּוֹת שֶׁנִּבְרְאוּ בָּהֶן שָׁמַיִם וָאָרֶץ
Berakhot 55a: Diceva Rav Yehudah a nome di Rav: Betzalel sapeva mettere insieme le lettere con cui sono stati creati il cielo e la terra.
Mediante la sua kawwanah l’artefice del Mishkan non si limitò ad assemblare i pezzi materiali che della costruzione costituiva la componente terrena, ma seppe fornire loro anche una destinazione e un significato spirituali, che avrebbero garantito al Mishkan un posto fra i valori celesti. In che modo? Non limitandosi a eseguire la costruzione, ma accompagnando ogni gesto con una dedica speciale. Questa avrebbe conferito alle singole parti e all’intero edificio una Qedushah imperitura, tale da superare le barriere del tempo e della storia. Il versetto andrebbe dunque interpretato nel modo seguente: il materiale del lavoro eseguito si rivelò sufficiente nel momento in cui gli fu aggiunto il piano spirituale. Già R. Bachyè aveva parlato di un Mishkan celeste riflesso di quello terreno. Il Ben Ish Chay unisce le due prospettive in una sola: il “cielo” è stato portato sulla “terra” e le ha fornito un’ottica di sublimazione e di redenzione.
Spiega Sforno (a Shemot 38, 21) che tanto erano qualificati Betzalel e i suoi collaboratori sotto il profilo spirituale e morale, oltre che esperti della materia, che la Shekhinah si era posata sull’opera delle loro mani (cfr. Rashì a Shemot 39, 43) e il Mishkan non divenne mai preda dei nemici. Una sorte diversa da quella che sarebbe poi occorsa ai due Battè Miqdash di Yerushalaim: benché questi fossero certamente edifici splendidi, ben più appariscenti del Mishkan, furono conquistati dalle nazioni, proprio perché da esse costruiti. Per edificare il primo il re Shelomoh si era infatti avvalso dell’aiuto di operai forniti dal re Chiram di Tiro in Fenicia, mentre il secondo, autorizzato da Ciro re di Persia, sarebbe stato ingrandito da Erode. A dimostrazione del fatto che non conta l’ostentazione esteriore, far vedere agli altri quanto siamo bravi, ma la capacità di infondere alle cose una profonda dimensione interiore. La cosiddetta “arte ebraica” cessa di essere tale nel momento in cui coinvolgiamo estranei nell’impresa.
Ma c’è un’altra differenza evidente fra la costruzione del Mishkan nel deserto ai tempi di Moshe e l’erezione dei successivi Battè Miqdash: non si è mai più riproposto lo stesso entusiasmo popolare nel donare per l’impresa. Quando Shelomoh intraprese la costruzione del primo Bet ha-Miqdash è scritto semplicemente:
וַיַּ֨עַל הַמֶּ֧לֶךְ שְׁלֹמֹ֛ה מַ֖ס מִכׇּל־יִשְׂרָאֵ֑ל
1Melakhim 5, 27: Il re Shelomoh pretese una tassa da tutto Israel,
per acquistare i materiali provenienti dalla Fenicia. La partecipazione ci fu, ma non dettata dallo stesso sentimento. Forse fu questa un’altra ragione che portò in definitiva alla consegna del Bet ha-Miqdash nelle mani dei nemici di Israele? L’entusiasmo è a sua volta un importante strumento di redenzione?
Fra le 39 categorie di melakhot proibite di Shabbat figurano le azioni di “costruire” e “demolire”. Si tratta di attività per loro natura più legate agli immobili. Nel Talmud (Shabbat 122b) i Maestri si interrogano se le relative restrizioni si applichino anche al montaggio e smontaggio degli utensili (kelim). L’argomento è complesso e va approfondito con un esperto delle regole. La Halakhah accoglie il principio facilitante per cui “non c’è (divieto di) costruzione o demolizione per quanto concerne gli utensili (eyn binyan u-stirah be-kelim: Shulchan ‘Arukh, Orach Chayim 314, 1)”, ma con importanti limitazioni che non possono essere illustrate qui nei dettagli.
Il Ben Ish Chay commenta la facilitazione conferendole un importante valore metaforico. A differenza delle strutture immobili gli utensili (kelim) rappresentano le cose di questo mondo, prive di qualsiasi stabilità. Dal momento che non sono eterni, non si prestano a una costruzione, né a una demolizione. Il riflesso di questa condizione è nel nome stesso che portano: kelim è connesso con la radice k.l.h. che significa “aver termine, esaurirsi” (cfr. Bereshit Rabbà 10, 1). In altre parole, non è pensabile costruire su ciò che è passeggero. I beni materiali durano nel tempo non per sé stessi, ma solo se siamo capaci di legare a essi un valore superiore.
Il Kli Yeqar così commenta il divieto della Torah:
לֹֽא־תִקֹּ֤ם וְלֹֽא־תִטֹּר֙ אֶת־בְּנֵ֣י עַמֶּ֔ךָ
Wayqrà 19, 18: Non ti vendicare e non serbare rancore verso i figli del tuo popolo:
“Per quanto riguarda i beni materiali H. non ha voluto che ci vendicassimo in caso di sopruso. La cosa può essere paragonata a un bambino che gioca con il “Lego” e “costruisce” una casa o simili. Arriva una persona e gli distrugge la costruzione. Il bambino va dal padre e strilla amaramente. Se il padre lo accontentasse, per certo ucciderebbe quell’individuo, ma il padre non bada affatto all’accaduto. Per quanto il bimbo, con la sua intelligenza limitata, pensi davvero di aver subito un grosso torto, il padre ha senno sufficiente da rendersi conto che così non è: le proteste di suo figlio non sono che bambinate e non vale certamente la pena di crearsi un nemico per questo. Di fatto, non è successo nulla. Altrettanto dicasi della nostra relazione con D. A nostra volta ci comportiamo come il bambino del Mashal: siamo convinti che i beni di questo mondo siano dotati della perfezione e chi ce li tocca (che si tratti del nostro onore, del corpo o dei soldi) commetta un crimine gravissimo: strilliamo al Padreterno affinché ci aiuti a ottenere una riparazione dal “colpevole”. Ma il più delle volte Egli non ci ascolta, a meno che non sia coinvolta la nostra anima. Agli occhi del S.B., infatti, i beni di questo mondo sono degni di una risata al massimo e non gliene cale: come il “Lego” del bambino. Tranne quei casi in cui il danno o l’offesa materiale comporta un danno spirituale: se porta a trascurare una Mitzwah o addirittura lo studio della Torah. Questo può giustificare un interesse e una reazione”. Un’ultima annotazione: è permesso ai bambini “costruire” con il “Lego” di Shabbat (Resp. Yechawweh Da’at 2, 55) perché è soltanto un gioco!
“Shabbat Shalom” della Scuola Rabbinica Margulies Disegni di Torino
