Presso la Promotrice delle Belle Arti al Parco del Valentino è in corso un’esposizione assai originale. Intitolata “The Art of the Brick” (L’arte del mattone), mette in mostra le sculture di un avvocato americano quarantacinquenne, Nathan Sawaya. La loro assoluta particolarità consiste nell’essere realizzate con un solo materiale: il LEGO. Vi si trovano lavori originali accanto a riproduzioni di capolavori della storia dell’arte: dal David di Michelangelo al Bacio di Klimt, dalla regina Nefertiti ai rosoni gotici multicolori di Chartres. Tutto rigorosamente ottenuto assemblando minuscoli mattoncini di LEGO! L’opera che accoglie il visitatore nella prima sala mi ha particolarmente colpito. Raffigura una serie di mani che emergono da un mare indistinto… di LEGO. Come per ogni altro lavoro in esposizione, è la didascalia a chiarire il concetto che ne sta alla base. L’Autore afferma di voler qui esprimere il rapporto fra speranza e disperazione, un tema di grande attualità. Osservandola mi è venuto in mente un dipinto dei ragazzi deportati a Terezin: anche quello raffigura due braccia che spuntano da uno stagno nell’atto di domandare aiuto…
Un avverbio di tempo sembra caratterizzare il racconto biblico della schiavitù egiziana che leggiamo queste settimane: machàr, “domani”. Lo troviamo a proposito dell’invio di alcune piaghe (le-machàr yihyeh ha-ot ha-zzeh; wayòmer le-machàr; hinnenì mevì machàr arbeh bigvulekha) e lo ritroviamo a proposito dell’obbligo di rinarrare la Yetziat Mitzrayim ai figli (ki yish’alekhà binkhà machàr lemòr mah zot). Come sappiamo, l’esegesi tradizionale ha due strumenti per svelare il significato nascosto di termini che per la loro insistenza nel testo vanno considerati parole chiave: l’anagramma e la ghematryà. Mutando l’ordine delle consonanti di machàr otteniamo rachèm, che in ebraico significa provare misericordia e in aramaico, semplicemente, amare. Il computo del valore numerico delle medesime ci dà 248. E’ anche il numero complessivo dei precetti positivi nella Torah. Sono tanti ed è virtualmente impossibile che una sola persona li metta in atto tutti, senza il concorso e l’accordo degli altri. Questo soltanto basta a insegnarci che se vogliamo impegnarci per il nostro domani dobbiamo lavorare su noi stessi particolarmente in due direzioni o valori: la solidarietà e la positività. E’ quanto ribadiamo quotidianamente leggendo lo Shemà’ allo spuntare della sera, allorché inizia la nuova giornata secondo il calendario ebraico, e allo spuntar del sole ogni nuovo dì: lo Shemà’ conta appunto 248 parole. Ma 248 è anche il valore numerico del nome Avraham, il nostro primo Patriarca cui tutti ci ispiriamo, che H. nei Profeti chiama ohavì, “colui che Mi ama”.
Anche in Egitto i nostri Padri lavoravano con i mattoni. Mattoni veri, questa volta; lavoro di schiavi, non per libera scelta. Quando domani (intendo dire: la settimana prossima) leggeremo della loro Gheullah (liberazione), apprenderemo quali sono i criteri che la Torah adotta per adeguare la mentalità di ex schiavi al nuovo clima di libertà. Anzitutto, lo schiavo è privo del concetto di tempo. Essendo avvezzo a lavorare a un progetto non suo non gli importa di economizzare: al contrario, tende piuttosto a perdere tempo. Questo è il senso della Mitzwah della Matzah: educarti a risparmiare tempo. Ti dò 18 minuti per fabbricarti il tuo pane. Così imparerai ad affrontare la vita in modo positivo. In secondo luogo, nel pasto annuale di celebrazione della tua liberazione, dovrai condividere con tutti gli altri la carne dello stesso animale, l’Agnello Pasquale, in modo che non ne resti fino al mattino seguente. Se non ce la fai da solo o i tuoi famigliari non sono in numero sufficiente, dovrai unirti a un altro gruppo. Bada bene: puoi anche pensare di cambiare gruppo se il secondo ti aggrada più del primo con cui nel frattempo ti sei legato, ma sappi che questo è lecito solo finché l’animale non è ancora stato macellato. Da quel momento in poi sei indissolubilmente legato al gruppo che ha fatto scannare l’agnello anche a nome tuo. Così si insegna la responsabilità dell’unione con gli altri e la solidarietà fra individui differenti.
Non è ancora sufficiente. C’è un terzo valore da tener presente se vogliamo costruire il nostro futuro: agiamo in modo disinteressato! Commentando in una sua Derashah (Ya’arot Devàsh n. 1) le Berakhot dello Shemoneh ‘Esreh, R. Yonatan Eibeschuetz scrive quale kawwanah dobbiamo mettere nel recitarle. A proposito della settima Berakhah in cui chiediamo la Gheullah (Reeh na be-‘onyenu… Barukh Attah H. Goèl Israel), egli ci avverte che dobbiamo aspirare alla Redenzione senza pensare ai nostri comodi, per due motivi: 1) siamo trasgressori e potremmo non arrivare a meritarla se facciamo riferimento esclusivamente a motivazioni soggettive; 2) siamo mortali e in quanto tali destinati a non “goderla” a lungo, se facciamo riferimento soltanto a motivazioni materiali. L’unico motivo valido per richiedere la Redenzione è riferito non a noi stessi, bensì a D. La preoccupazione del Chllùl H. qualora gli altri popoli dovessero lamentare che il nostro D. non ha la forza di soccorrerci (Lammah yomerù ha-‘ammim ayyeh na Eloqeyhem). Questo è il livello più alto delle nostre aspirazioni. Esso è stato raggiunto nella nostra storia finora solo con la Yetziat Mitzrayim, il cui principale proposito, nella mente e nell’azione Divina e nelle parole dei nostri Maestri, era lefarsèm Eloqutò, “divulgare la conoscenza e l’apprezzamento della Sua Divinità”. E’ questo lo spirito di molti avvertimenti lanciati al Faraone nella Parashah odierna: lema’an tedà’ ki eyn kamoni be-khol ha-aretz, ti mando le piaghe “affinché tu ti renda conto che non c’è altri come Me in tutta la terra” . Da allora un simile disinteresse da parte umana non si è mai più verificato. La stessa rinascita dello Stato d’Israele ai nostri tempi è stata merito di ebrei non religiosi che agivano perlopiù per interessi storici contingenti. Anche questo ha la sua importanza, naturalmente. Ma la Gheullah definitiva deve ancora venire. Per questo parliamo per il momento solo di Reshit Tzemichat Gheullatenu, di “inizio della fioritura della nostra Redenzione”. Rav Eibeschuetz non ci lascia così. Egli osserva che la Birkat ha-Gheullah nella ‘Amidah si conclude con una lode a D. Goèl Israel al presente e non Gaàl Israel al passato. La Redenzione -scrive- non è solo un tema da relegarsi al passato remoto e al futuro ultimo. E’ un tema strettamente connaturato al nostro presente. Chadashim la-beqarim, rabbah emunatekha, dice un versetto delle Lamentazioni di Geremia: “verso coloro che si rinnovano ogni mattina, grande è la Tua fedeltà”. Dandoci la forza ogni mattino di alzarci e di affrontare situazioni talvolta molto spinose Egli ci mostra che la Sua forza redentrice è in realtà attiva già oggi giorno per giorno e questa è la migliore assicurazione che ci spinge a essere inguaribilmente ottimisti (cfr. Bereshit Rabbà 78,1). Siamo certi che H. manterrà per intero le Sue promesse: un giorno si realizzerà la Redenzione completa, presto, ai nostri tempi!
