(da un articolo di Rav Ari Kahn)
La parashah di Tzaw esordisce con un ordine (tzaw) che Moshè dovrà impartire ad Aharon e ai suoi figli (Lev. 6,2): Rashì, basandosi su una ghemarà in massekhet Qiddushin (29a) sostiene che questo tipo di espressione serva a denotare rapidità o immediatezza, e questo avviene in tutti i casi in cui questo termine compare.
Rashì ha evocato lo stesso concetto in un altro passo, nella parashà di Bò, quando la Torà impone di “custodire le matzot – ushmartem et ha-matzot”: questa custodia è un invito all’attività, si devono preservare le matzot dalla fermentazione affinché non divengano chametz. Rashì poi aggiunge che quanto detto non vale solo per le matzot, ma per qualsiasi mitzwà ci capiti di mettere in pratica.
Quella della matzà è considerata un archetipo per tutte le mitzwot: bisogna agire rapidamente, senza indugi, e cogliere l’opportunità. Prescindendo dall’immediata assonanza linguistica fra matzot e mitzwot, il confronto tuttavia non è chiaro: per le matzot quello della rapidità è un elemento costitutivo, che se non viene assicurato tramuta la matzà in chametz. Non tutte le mitzwot invece sono collegate al fattore tempo, non dipendono dall’orologio, se una mitzwà viene realizzata domani piuttosto che oggi non si è perso niente.
Generalmente le persone agiscono rapidamente per due motivi, vogliono liberarsi per poter fare altro, o sono talmente tanto ansiosi da non poter aspettare di fare qualcosa.
Il primo può essere un approccio saggio alla vita: quando si hanno compiti gravosi, procrastinare è spesso la condotta peggiore. Le cose si accumulano e ciò che era considerato difficile diviene impossibile. Tuttavia, anche se consideriamo questo un atteggiamento positivo, non è di certo quello più indicato per compiere una mitzwà: non compiamo le mitzwot per togliercele di mezzo, ma per creare una relazione con D., sono atti d’amore, e il nostro amore non è qualcosa che vogliamo togliere di mezzo, come se fosse un peso.
Il Maharal per spiegare la centralità della rapidità invoca la natura della nostra relazione con D. Siamo esseri fisici, calati in un universo fisico. Ogni volta che compiamo una mitzwà ci impegniamo in un gesto metafisico, e vogliamo quindi collegare un piano fisico ad uno metafisico. La velocità denota il desiderio di lasciare la nostra dimensione fisica, per irrompere in quella metafisica. Per quanto possibile vogliamo abbandonare il tempo per entrare in relazione con Colui che trascende il tempo.
Significativamente questo concetto arriva da Pesach. Gran parte di Pesach ha a che fare con il tempo. La prima mitzwà che viene data al popolo ebraico riguarda il tempo. L’impadronirsi del tempo apre la strada per la libertà. I rituali propri del Pesach in Egitto sono strettamente collegati al tempo: gli animali da offrire andavano custoditi per un tempo prestabilito e poi offerti in un momento preciso. Venivano arrostiti, il metodo di preparazione più rapido, e mangiati con pane preparato nel tempo più rapido possibile.
Per lo schiavo, che non era padrone del proprio tempo, avviene un passaggio fondamentale. In Pesach emerge la tendenza a trascendere il tempo.
La seconda dimensione è quella di Shavuot, che commemora il dono della Torà sul Sinai. Stranamente, l’esatta collocazione di questo luogo è andata perduta. La nostra coscienza nazionale non ha conservato le coordinate di quello che era il luogo più sacro della terra. Sono molti i parallelismi, anzitutto nella propria struttura fra il monte Sinai, con le sue zone inaccessibili, il Mishkan e il Bet ha-Miqdash. Tuttavia ciò che è rimasto dell’esperienza del Sinai è la voce divina, e era proveniva dallo spazio fra i Keruvim in cima all’Arca. Terminata la teofania, il Sinai tornò ad essere un luogo come un altro. Shavu’ot è il trascendimento della dimensione spaziale, che poi verrà evocata in vari passi talmudici, che ci insegneranno che l’Aron, l’Arca enò min ha-middà, non occupava spazio.
Sukkot è il superamento della terza dimensione, quella della materia: la Torà ci impone di abbandonare le nostre abitazioni per sistemarci in abitazioni temporanee. Per farlo usiamo materiale di scarto, che in condizioni normali considereremmo spazzatura.
Il nostro universo e la nostra esistenza sono definiti da tempo, spazio e materia. Questa è la nostra realtà e la nostra esperienza. Sappiamo tuttavia che esiste una dimensione ulteriore, che si trova al di là di ciò che è confermato dai nostri sensi, oltre i nostri limiti. Ognuno degli shalosh regalim si concentra su un ambito separato dell’esistenza umana per aiutarci a raggiungere la trascendenza. In realtà ogni mitzwà dovrebbe aiutarci a comprendere che stiamo entrando in un regno nuovo e diverso, perché la mitzwà sfonda le barriere che definiscono il nostro universo fisico e ci proiettano in una dimensione differente, che è quella divina.
