“E mi faranno un Santuario e Io abiterò in essi” (Esodo 25:8). Dopo la consegna della Torah, Dio istruisce il popolo ebraico a costruire il Mishkan, il Tabernacolo, una casa portatile per il Signore, che accompagnerà il popolo ebraico nel suo viaggio verso la Terra d’Israele. È sconcertante, tuttavia, che nel descrivere dettagliatamente le istruzioni per la costruzione del Mishkan, Dio dica a Mosè: “E mi faranno un Santuario e Io abiterò in essi”.
A prima vista, sembrerebbe esserci un errore: certamente, la Torah intendeva dire che Dio risiederà in “esso”, cioè nel Tabernacolo. Ma i commentatori classici concordano tutti sul fatto che il versetto voglia in realtà trasmettere un messaggio molto più profondo: Dio non dimora solo nel Tabernacolo, Dio desidera dimorare “in loro” – in noi, nel popolo ebraico.
Mentre affrontiamo il trauma della storia ebraica di questi ultimi tempi, dopo la guerra più lunga nella storia dello Stato di Israele dai tempi della Guerra d’Indipendenza e il conseguente rigurgito di un antisemitismo mai sopito ma ben dissimulato, abbiamo bisogno di ricordare che la proprietà suprema di Dio non sta in una casa sacra o in un tempio, ma dentro ognuno di noi. Nella nostra stessa essenza c’è la santità, una scintilla del Divino.
Come scrive Rav Yehudah Aryeh Leib Alter (1845-1905; Sfat Emet, Terumah 5631): “perché attraverso la comprensione che ogni parola e azione porta in sé una scintilla divina, si merita la manifestazione di “weshakhanti betokham/e Io dimorerò in loro”. Rav Yehudah vuole intende insegnare che Dio, costantemente, ci mette nelle condizioni di ricercare nelle nostre azioni quotidiane, e nelle nostre personalità uniche, un’espressione di divinità.
E per quale ragione? Perché ci desidera, ci apprezza e, persino, perchè ha bisogno di noi. Tutti abbiamo un qualcosa di unico da offrire al mondo e Dio conta su di noi affinché facciamo la nostra parte.
Soprattutto nei momenti più bui e difficili, dobbiamo ricordare che in ognuno di noi c’è Dio.
In Orot ha-Kodesh (2:5, 15 e 17), Rav Kook (1865-1935) scrive che, nell’espressione di collaborazione con l’umanità, Dio si trova in uno stato di crescita divinamente imposto! Dio diventa ancora più “grande”, man mano che le nostre anime, la parte di Dio dentro di noi, brillano sempre più intensamente nel mondo. Ma poteva non essere così, perché il Signore Dio avrebbe certamente potuto fare a meno della nostra adorazione e delle nostre attività, nel Suo essere seduto sul Trono della Gloria, nella perfetta e impeccabile dimora divina celeste.
Il Midrash Tanchuma (Naso 19) descrive la conversazione tra Dio e Mosè, introducendo le istruzioni riguardanti la costruzione del Mishkan. “Non pensate”, dice Dio, “che vi stia istruendo a costruire il Tabernacolo perché non abbia un posto dove abitare perché, nei cieli, ho un Tempio costruito da prima della creazione del mondo. Piuttosto, per amore vostro, lascio il Tempio superno e senza tempo, per discendere e dimorare tra voi”. Per ragioni che vanno ben oltre la nostra comprensione, Dio desidera essere in questo mondo con l’umanità e desidera che noi siamo Suoi compagni. Non lassù nei cieli, dove non c’è trauma, conflitto o sofferenza, ma quaggiù con noi, in questo mondo con tutte le sue lotte, le sue fratture e le sue paure. Dio ha a cuore ciò che noi, come individui e come comunità, abbiamo da offrire e vuole che sappiamo di non essere soli. Ecco dunque la risposta alla domanda divina “Dov’è la casa che Mi potreste edificare e dov’è il luogo del Mio riposo?” (Isaia 66:1): la dimora di Dio è “extra e intra”, oltre e dentro di noi, per ricordarci l’impegno costante di rendere il mondo una posto migliore, per il Divino e per tutta l’umanità, Shabbat Shalom.
