Parashat Terumà, Shabbat Shekalim, Rosh Hodesh
Nella tradizione ebraica non esiste il concetto di casualità: ogni volta che capitano incontri o eventi particolari si dovrebbe riflettere sul significato profondo di quella tessitura di avvenimenti. Questo Shabbat si leggerà la Parashà di Terumà, ma anche la Parashat Shekalim e, per non farci mancare nulla, sarà anche Rosh Hodesh. La domanda che ci si può porre è: cosa potrebbe legare queste tre Parashot? Credo sia interessante cercare di delineare una linea comune, partendo da un concetto straordinario: L’anticipazione del bene all’eventuale presentazione di un male; ovvero predisporre già in precedenza tutte le risorse che permetteranno di affrontare una probabile situazione di crisi.
Uno dei principi fondamentali della Hashgachà (Provvidenza) Divina è che Hashem anticipa sempre la guarigione alla malattia (Megillah 13b). Nella Parashà di Terumà, Hashem comanda al popolo di raccogliere doni per costruire il Mishkan. Alcuni commentatori tra i quali Ramban e Ibn Ezra affermano che la costruzione del Mishkan precedette il peccato del vitello d’oro e fu addirittura considerata una riparazione per quel peccato. Ma come poteva essere così se il peccato non era ancora avvenuto? Rispondono i Chachamim che Hashem aveva già predisposto i mezzi per la teshuvà prima che il popolo peccasse. E non solo, ci dice il Midrash che i legni per la costruzione del Mishkan erano stati piantati e predisposti a tale uso già da Yaakov Avinu in Egitto, affinché i suoi discendenti potessero usarli al momento opportuno.
Per quel che riguarda la parashà di Shekalim, troviamo lo stesso principio di anticipazione del bene per contrastare un eventuale male futuro: Il Midrash racconta che, quando Haman decise di sterminare gli ebrei, offrì al re Achashverosh 10.000 kikar d’argento per decretare la distruzione del popolo. Ma Hashem aveva già previsto una soluzione prima che il problema sorgesse: I sicli che furono donati dal popolo di Israele precedettero quelli di Haman. Cosa significa? La mitzvà di dare il Mezzo Siclo per il Bet HaMikdash serviva come kapparà (espiazione) per il popolo ebraico, ed ebbe quindi la conseguenza di neutralizzare l’effetto della corruzione di Haman. È risaputo che la giustizia divina opera secondo il principio “Midà keneged Midà” (misura per misura). La mitzvà del Mezzo Siclo non era solo un atto di tzedakà, ma un’anticipazione della protezione di Am Israel nel futuro. Secondo lo Zohar, la luna rappresenta la Neshamà (anima), che si oscura ma poi torna a brillare. Anche prima che l’anima discenda in questo mondo e affronti le prove della vita, Hashem le dà le forze spirituali necessarie per superarle (vedi l’inizio del Sefer HaTanya). Hashem concede un’illuminazione spirituale all’anima prima che essa affronti le sfide che dovranno avvenire per il proprio Tikun. Anche se l’uomo cade, il bene è già stato preparato affinché possa rialzarsi, non solo, ma nella tefillà di Rosh Hodesh si prega e ci si augura che il mese che sta iniziando sia la fine di ogni nostra sofferenza, sia passata ma anche futura.
Non a caso, nella Kabbalah, la sefirà di Chesed (benevolenza, Bontà), precede la sefirà di Ghevurà (Rigore). Hashem, quindi, anticipa sempre la guarigione alla malattia, sia nel senso fisico che spirituale. Il Mishkan fu predisposto prima del peccato, il Machatzit HaShekel prima della minaccia di Haman, e persino l’anima riceve la sua luce prima della sua discesa nel mondo. Quando affrontiamo le sfide della vita, dobbiamo ricordare che la soluzione esiste già, dobbiamo solo scoprirla e attivarla, Hashem ha già preparato il bene prima ancora che possa manifestarsi la difficoltà, e nemmeno è detto che si manifesterà, mantenendosi, in ogni caso, il patrimonio del bene predisposto. Come dice Rabbì Nachman: Non ti viene dato un ostacolo che tu non sia in grado di superare. Come recita anche un detto popolare Giudaico Romanesco: Il Signore manda il freddo a seconda dei panni (vestiti)!
Shabbat Shalom, Chodesh Tov e che il merito del Machatzit HaShekel ci protegga sempre!