Yessod Ha-yessodot We-‘ammud Ha-chokhmot leydà’ she-yesh sham matzuy rishon we-hu mamtzì kol nimtza (“Fondamento dei fondamenti e pilastro delle sapienze è sapere che c’è lì un esistente primo che dà l’esistenza a tutti gli altri esistenti”: Hilkhot Yessodè ha-Torah 1,1). Sono ben note le parole con cui si apre il Mishneh Torah di Maimonide e le sue considerazioni sul fatto che il Santo Benedetto è l’unico Essere indipendente: tutte le creature derivano da Lui la loro esistenza e dunque esistono solo se Egli esiste, mentre Egli continuerebbe ad esistere anche se loro cessassero la loro esistenza.
C’è nel testo ebraico del Maimonide una parolina apparentemente superflua: sham, “lì”. Lì, dove? I commentatori spiegano che Maimonide avrebbe adottato qui una caratteristica della lingua araba. L’arabo non ammette l’uso del verbo esserci senza un minimo di localizzazione: è necessario cioé accompagnarlo con un complimento di stato in luogo. Da qui la necessità del “lì” in mancanza di indicazioni più specifiche.
Azzardo un’ipotesi completamente diversa. Che la parolina in questione vada letta non sham (“lì”), ma shem: “nome”, proprio così. “Fondamento… è sapere che c’è un Nome che esiste…”. Maimonide stesso “nasconde” il Nome Tetragrammato nelle iniziali delle prime quattro parole del suo testo! Il Nome rappresenta l’essenza di colui che lo porta. Nomen = omen, dicevano i latini. E nella Parashah della prossima settimana H. dirà al Faraone: “…al fine di mostrarti la mia forza e al fine di narrare il Mio Nome su tutta la terra” (Shemot 9,16). Se la legge del parallelismo non si contraddice, il messaggio è chiaro: nome = forza. Quale forza?
R. ‘Ovadyah Sforno insiste più volte su questo tema commentando la Parashah odierna, che introduce il Chumash Shemot, il libro dei Nomi. I nostri padri sono schiavi in Egitto e H. comunica a Moshe dal roveto ardente un messaggio di speranza da trasmettere loro. Se essi domanderanno qual è il Nome del D. che ti invia, dirai loro: Ehyeh asher Ehyeh (“Sarò Colui che sarò”: 3,14). “Il D. che esiste sempre per forza propria: ne consegue che Egli ama l’esistenza e detesta tutto ciò che è distruzione, in contrasto con l’esistenza. Ne consegue pure che Egli ama la giustizia e l’equità che sono finalizzate all’esistenza e odia l’ingiustizia e la malvagità che sono al servizio della mancanza e della distruzione. Perciò detesta la malvagità degli Egiziani contro di voi”. Dal canto suo, il Faraone si schermisce: “Non conosco H.” (Shemot 5,2). E Sforno commenta: “non conosco alcuna entità in grado di dare l’esistenza partendo dal nulla assoluto”!
Per questo, chiarisce ulteriormente Sforno, H. si rivela a Moshe dall’interno di un roveto che brucia senza consumarsi. Il roveto simboleggia l’Egitto che viene colpito senza essere distrutto, perché lo scopo delle piaghe non sarà l’annientamento degli Egiziani, ma solo la salvezza degli Ebrei (con l’eccezione dell’ultima). Se infatti H., D. dell’esistenza e dell’eternità, si fosse posto come obbiettivo essenziale di distruggere l’Egitto, commentiamo noi, sarebbe entrato in contraddizione con se stesso. E con il Suo Nome. La distruzione per punizione è pur sempre una distruzione.
Con la parola Shemot (“nomi”) si apre la nostra Parashah. In questo caso non si allude a H., ma a esseri umani: si tratta dei nomi dei figli di Ya’aqov. Sforno commenta il primo versetto dicendo che elleh hayù reuyim lehiwwadà’ be-shem: “essi erano degni di essere conosciuti per nome” per la propria personalità: “tutta la loro vita è stata fonte di luce: quella generazione non si è corrotta”, a differenza delle generazioni successive. Sforno sposta i riflettori dalle colpe degli Egiziani a quelle degli Ebrei. Egli ritiene che il racconto sulla drastica moltiplicazione degli Ebrei in Egitto alluda a intemperanze sessuali e, in definitiva, a una vita corrotta (darkhè sheratzim): del resto, l’Egitto è noto come terra dissoluta e avrebbe influito sui nostri padri! Ciò portò H. a decidere di punirli. Almeno inizialmente il Faraone, strumento del loro castigo, avrebbe fatto pressioni affinché si allontanassero dall’Egitto di loro volontà. Ed essi seguitarono ad aggiungere trasgressione a trasgressione. R. ‘Ovadyah Sforno cita il Profeta: “(I Figli d’Israel) si sono ribellati a me, non hanno voluto ascoltarmi, ciascuno si è ben guardato dal rigettare gli abomini dei suoi occhi, nè hanno abbandonato gli idoli dell’Egitto. Perciò ho deciso di riversare la mia ira su di loro” (Yechezqel 20,8). Ma poi gli Egiziani, dal canto loro, hanno travalicato i limiti. Anì qatzafti me’àt we-hem ‘azerù le-ra’ah “Io mi sono adirato fino a un certo punto, ma essi hanno ecceduto nel male” (Zekharyah 1,15)!
C’è un terzo versetto in cui si parla di nomi nella Parashah ed è a proposito del nome di Moshe. “(La figlia del Faraone) chiamò il suo nome Moshe, dicendo: ‘poiché dalle acque l’ho salvato” (Shemot 2,10). R. ‘Ovadyah Sforno nota un’incongruenza: Moshe è participio attivo del verbo salvare, mentre ci saremmo aspettati il passivo, dal momento che Moshe qui è il salvato e non il salvatore. La risposta al quesito è affascinante: Moshe è stato salvato dalle acque affinché un giorno potesse a sua volta salvare gli altri! Il nostro nome rappresenta il potenziale costituito anche dal bagaglio di esperienze che possediamo e che mettiamo al servizio del prossimo. Abbiamo cominciato citando l’inizio del Mishneh Torah di Maimonide. Maimonide continua (1,4) commentando il versetto di Yirmeyahu (10,10): “E H. Eloqim è verità”, che noi ricordiamo ogni volta alla fine della Qeriat Shemà’. Emet è la parola formata dalle lettere finali di Bereshit barà Eloqim: un modo per richiamare l’inizio del primo libro della Torah all’inizio del secondo! Il Talmud a sua volta dice che emet (“verità”) è il sigillo del S.B. (Shabbat 55a): in un certo senso il suo “cognome” che fa seguito al nome. Maimonide scrive che verità è sinonimo di autenticità: chi come H. non dipende da altri per la sua esistenza è autentico, dunque vero. Noi siamo chiamati, per quanto ci è umanamente possibile, a seguirne l’esempio. Ma ancora più autentico è colui che mette la propria esistenza al servizio del prossimo. Anche in questo caso diremo: per quanto è umanamente possibile!
