Facile liquidare la tempesta sulla circoncisione in Belgio come un’ennesima ondata di antisemitismo moderno, ma chi guarda in profondità scopre un dramma ben più vasto: il diritto liberale intrappolato in un “cortocircuito logico” di sua stessa creazione
Yuval Elbashan – Ynet – 9.5.2026
L’ultima ondata di polemiche in Belgio attorno al divieto di praticare la circoncisione senza la presenza di un medico autorizzato ha riacceso l’annoso dibattito sul primo precetto religioso. Facile liquidare tutto ciò come un’ennesima ondata di antisemitismo moderno, ma chi guarda in profondità scopre un dramma ben più vasto: il diritto liberale intrappolato in un “cortocircuito logico” di sua stessa creazione.
Il cuore della questione non risiede nella sterilizzazione della sala operatoria, bensì nella necessità giuridica di elaborare un linguaggio coerente per la tutela del minore. Negli ultimi decenni il mondo occidentale si è pronunciato in modo netto contro la mutilazione genitale femminile, giustamente definita come una barbarie e una violazione dell’autonomia corporea. Questa scelta ha però creato una seria difficoltà giuridica: se proibiamo ai genitori di circoncidere le proprie figlie in nome del diritto all’integrità del corpo, come possiamo consentire loro di circoncidere i propri figli?
La difficoltà sostanziale sta nel fornire una spiegazione giuridica che distingua tra i due casi senza applicare un doppio standard morale. L’argomento secondo cui un neonato di pochi giorni non vive il trauma con la stessa intensità di una bambina di otto anni è un’arma a doppio taglio. L’assenza di «memoria consapevole» si accompagna a una totale mancanza di difesa. In questo senso, l’età precoce non è un fattore attenuante, ma semmai una fonte di maggiore gravità della lesione. Il tentativo di ridimensionare la gravità dell’esperienza adducendo l’assenza di consapevolezza è fondamentalmente problematico in tutta la materia dei reati contro i soggetti inermi.
Inoltre, quando la libertà religiosa dei genitori entra in conflitto con il diritto del bambino sul proprio corpo, il diritto liberale — a differenza dei sistemi giuridici precedenti — tende oggi a schierarsi con il bambino. In questo senso, la circoncisione maschile in Belgio non riguarda soltanto ebrei e musulmani, ma costituisce un caso di studio sulla questione se una tradizione religiosa come questa abbia ancora spazio in un contesto in cui è tutelata l’«integrità corporea» del minore.
Ma qui la complessità si aggroviglia ulteriormente. Mentre il diritto inasprisce il controllo sulla circoncisione maschile e vieta quella femminile, alcune sue componenti sostengono l’approvazione di interventi chirurgici e trattamenti per il cambiamento di genere nei minori. È qui che il paradosso morale si manifesta in tutta la sua acutezza. Se il sistema liberale sostiene che un bambino di otto anni è sufficientemente maturo da decidere sulla propria identità di genere e da sottoporsi a procedure irreversibili, perché a una bambina di otto anni in Germania viene negato il diritto di scegliere la circoncisione femminile quando afferma in tribunale che è proprio lei a volerlo? E come si concilia tutto ciò con reati come la violenza sessuale consensuale, in cui si rifiuta di riconoscere il consenso libero delle minorenni?
La risposta vera e inquietante è che l’Occidente non si fida davvero della volontà del bambino, bensì dei valori degli adulti che decidono al suo posto. Per questo c’è chi vede un bambino che chiede di cambiare genere come un eroe che realizza la propria libertà, mentre una bambina che chiede di subire la circoncisione appare ai loro occhi come vittima di un lavaggio del cervello — e c’è chi sostiene esattamente l’opinione contraria.
Non si tratta di una battaglia per la salute, ma di questioni ben più gravi: chi detiene la sovranità sull’anima e sul corpo del minore? I suoi genitori? La comunità di appartenenza? Lo Stato? E a partire da quale età egli è sovrano nel disporre del proprio corpo (ammesso che lo sia) quando vi è disaccordo sul valore medico dell’atto in questione?
In definitiva, la battaglia di Anversa non riguarda davvero il bisturi né l’identità di chi lo impugna. Non riguarda nemmeno la domanda se nel mondo moderno vi sia ancora posto per un’alleanza che non si sigilla con un atto scritto ma con la carne. Riguarda questioni di fondo legate all’egemonia e alla cultura: chi stabilirà cosa sono davvero la libertà e la scelta libera «autentica», e cosa deriva invece da un lavaggio del cervello e da un’educazione coercitiva? Quando il diritto dei genitori di educare i propri figli secondo le proprie convinzioni sarà rispettato, e quando no? Una molteplicità di domande tali che qualsiasi risposta renderà impossibile a intere comunità — laiche e religiose, progressiste e conservatrici — di sentirsi a casa, lasciando forse i bambini e i loro genitori senza ferite nel corpo, ma con una profonda lacerazione di identità e appartenenza.
