Rav Eliezer Shai Di Martino
Il Talmud babilonese chiamò “difterite” ciò che era ferro e sangue. Dietro il lutto silenzioso della Sefirà si nasconde una verità scomoda: gli allievi di Rabbi Akiva erano soldati, non ammalati. La storia va riscritta.
Ogni anno, tra Pèsach e Shavuot, osserviamo riti di lutto che ci sembrano immutabili. Non ci tagliamo i capelli, non organizziamo matrimoni, evitiamo la musica. E quando ci si chiede l’origine di questa tristezza, recitiamo tutti la stessa risposta imparata fin dall’infanzia: ventiquattromila allievi di Rabbi Akiva morirono di un’epidemia di difterite, l’Askara, perché non si rispettavano gli uni con gli altri.
Ma oggi vi invito a strappare questo velo. Guardiamo la realtà in faccia: le leggi della Sefirà sono probabilmente l’esempio più radicale di come l’esilio abbia trasformato, per non dire deformato, le usanze ebraiche. Siamo passati da una memoria nazionale vibrante a una forma di lutto religioso il cui significato originario è stato quasi completamente occultato.
Come può uno spirito razionale accettare l’idea che il Cielo invierebbe un batterio a colpire esclusivamente gli studenti di un solo maestro, risparmiando il resto della popolazione? Come spiegare che il Talmud di Gerusalemme, redatto nei luoghi stessi dell’evento, non menzioni mai questa famosa “epidemia”? Per comprendere, bisogna uscire da una lettura semplicistica e immergersi nei non detti della nostra tradizione.
La verità storica, quella che i Geonim dell’epoca medievale lasciavano trasparire — in particolare Rav Sherira Gaon nella sua celebre lettera — è ben diversa: gli allievi di Rabbi Akiva non morirono nei letti d’ospedale, ma caddero per lo “Shemad”, per lo sterminio e il massacro. Questi ventiquattromila uomini costituivano l’élite intellettuale, spirituale e militare della rivolta di Bar Kokhba contro l’Impero romano. Erano gli ufficiali della libertà. Rabbi Akiva stesso, ricordiamolo, non vedeva in Bar Kokhba un semplice capo militare, ma il potenziale Messia capace di restaurare la sovranità d’Israele.
Allora perché il Talmud babilonese ha travestito questo racconto in una epidemia miracolosa? Per necessità vitale. In esilio, sotto dominio straniero, commemorare una rivolta armata contro un impero era un suicidio politico. I Saggi dovettero procedere a una “conversione” dei concetti. Presero una tragedia nazionale e militare per trasformarla in una lezione di morale religiosa.
Utilizzarono un codice: la parola “Askara”. Per il lettore superficiale è la difterite. Ma per chi conosce le lingue semitiche (per esempio in arabo:عسكري con permutazione tra Aleph et Ayin) e il linguaggio dei Saggi, la radice A-S-K-R designa anche il soldato, il mercenario, l’“askar”. Dire che morirono di Askara significava alludere al fatto che caddero in combattimento, nascondendo però questa verità ai censori romani e alle autorità babilonesi.
Quanto a questo “mancato rispetto” reciproco, smettiamo di vederci una semplice scortesia. Nel contesto di una guerra d’indipendenza, il mancato rispetto significa divisione, incapacità di unirsi attorno a una strategia comune, rivalità di ego all’interno del comando. È questa falla interna ad aver causato la loro caduta, molto più delle spade dell’imperatore Adriano.
L’esilio ha fatto di noi un popolo che conosce ormai solo il volto oscuro di questo periodo. In origine, come sottolinea il Ramban, queste sette settimane non sono un tempo di lutto, ma un “Hol HaMoed” prolungato: un ponte di santità che collega la libertà fisica dell’uscita dall’Egitto alla rivelazione spirituale del Sinai. È un periodo di costruzione, di ascesa, di preparazione a ricevere la Torah. I riti di lutto sono solo aggiunte tardive, nate dal dolore accumulato delle persecuzioni medievali.
Oggi, mentre abbiamo il privilegio di vedere il popolo d’Israele ritrovare la sua terra e la sua forza, non possiamo più accontentarci di una Torah “dell’esilio”, di una Torah che teme il proprio eroismo. Dobbiamo restituire agli allievi di Rabbi Akiva la loro vera identità: erano studiosi che sapevano che la Torah non vive in una bolla, ma è l’anima di una nazione in piedi, capace di difendersi.
Riscoprire questa storia non significa soltanto ristabilire una verità storica. Significa restituire al periodo dell’Omer la sua dimensione di grandezza. Significa comprendere che la nostra Torah deve essere una Torah di vita, di responsabilità e di coraggio. Onoriamo queste migliaia di combattenti dello spirito e della terra, e facciamo in modo che il loro sacrificio ci insegni finalmente il vero rispetto reciproco: quello che ci permette di essere una nazione unita e sovrana.
