La Parashà introduce il Korban Tamid, il sacrificio perpetuo: due agnelli offerti ogni giorno, uno al mattino e uno al crepuscolo. Il Midrash definisce questo versetto come il principio più inclusivo di tutta la Torah, persino superiore a “Ama il tuo prossimo come te stesso”. Dal punto di vista del Musar, l’entusiasmo iniziale è un picco emotivo volatile; è la costanza (Temidut) a forgiare la vera identità. Il parallelismo esistenziale più celebre è l’intuizione di Rabbi Akiva: osservando una goccia d’acqua che perforava la roccia, comprese che se l’acqua fluida poteva scavare la pietra, così lo studio costante della Torah poteva penetrare e trasformare un cuore indurito.
La psicologia moderna conferma che i cambiamenti strutturali della personalità non derivano da sforzi sporadici, ma dalla micro-routine quotidiana. La plasticità neuronale ci dimostra che i circuiti neurali, se stimolati costantemente attraverso atti ma anche pensieri, possono generare percorsi sinaptici diversi. Forse questo ci insegna la parashà quel “Keves-Agnello” ha le stesse lettere di “Kavash” conquistare il proprio istinto (lichbosh et Ytzrò), Essere padroni di Sé (cfr dizionario artom).
Offrire il proprio “sacrificio” significa presentarsi a sé stessi ogni giorno, mantenendo acceso il fuoco interiore cercando di andare oltre la monotonia.
Il Mishkan (Tabernacolo) così come il Bet Hamikdash, delimitava la santità all’interno di uno spazio fisico. Con la distruzione del Tempio, l’energia sacrificale si è trasferita nella dimensione del tempo. La Gemarà stabilisce che “le preghiere quotidiane sono state istituite in corrispondenza dei sacrifici perpetui”. Quando oggi leggiamo o studiamo le leggi dei sacrifici, la tradizione ci assicura che D-o la considera come se avessimo effettivamente offerto quel sacrificio sull’altare, trasformando quindi lo spazio in tempo. Etimologicamente la radice di Korban è Lehitkarev, avvicinarsi. Sull’altare del tempo non bruciamo più animali, ma l’egocentrismo della nostra anima animale (Nefesh HaBehemit). Dedicare momenti fissi alla preghiera e allo studio significa sacrificare il proprio tempo produttivo e il proprio comfort. Il Tempio diventa un santuario interiore costruito nei momenti che decidiamo di santificare durante la giornata.
Non a caso la prima parte della Tefillà si chiama Korbanot: sicuramente un preludio all’avvicinamento verso i mondi superiori che si percorrono attraverso le fasi della tefillà, ma anche il sacrificare, o meglio trasformare quell’anima animalesca che possa trattenerci sul piano materiale ed impedirci di elevarci ad uno più spirituale (vedi i concetti di Itchafia Ve Itapcha). Ma tutto questo perché compare nella parasha di Pinchas? La tradizione rabbinica afferma: “Pinchas è Eliahu”. Cronologicamente, Pinchas viene prima di Eliahu HaNavi; per questo i maestri deducono che l’anima di Eliahu preesisteva a Pinchas, risalendo a prima della creazione del mondo, associata agli angeli che dubitavano della creazione dell’uomo. L’anima eterna di Eliahu si è momentaneamente incarnata in Pinchas per compiere la sua missione.
Il legame mistico si focalizza sulla lancia (Romach, רמח) impugnata da Pinchas per fermare la piaga. Il valore numerico della parola Romach (ר=200, מ=40, ח=8) è 248, equivalente esatto al numero di parole contenute nella recitazione dello Shemà Israel. Lo Shemà rappresenta la massima espressione della Temidut quotidiana, diviso in tre brani che scandiscono la crescita psicologica dell’uomo: Il primo brano esprime l’accettazione del Giogo del Regno dei Cieli; Il secondo esprime l’accettazione dei precetti; Il terzo introduce un segno visivo che, guardato ogni giorno, serve a ricordare “tutte” le Mitzvot.
La lancia di Pinchas non era un semplice strumento di distruzione, ma l’armatura spirituale delle 248 parole dello Shemà. Trasformato il fuoco dello zelo di Pinchas nell’eterna sottile voce del silenzio che ascolta Eliahu, quest’ultimo diventa l’essere immortale che si aggira tra noi per soccorrere chi è in difficoltà. Ed è qui che il cerchio si chiude. Il Korban Tamid, lo Shemà recitato ogni giorno, lo Tzitzit che accompagna ogni passo ed Eliyahu che attraversa tutte le generazioni sono in realtà manifestazioni della stessa idea: la temidut, la continuità. La santità ebraica non vive principalmente nell’eccezionale, ma nel costante. Non nell’evento che abbaglia per un istante, ma nella presenza che non si interrompe. Forse è questo il segreto di Eliyahu HaNavi. Come il fuoco del Tamid non doveva spegnersi mai, così la sua missione non si è mai interrotta. Lo incontriamo nel Brit Milah, lo attendiamo al Seder di Pesach, lo aspettiamo come annunciatore della redenzione finale. A volte visibile, a volte nascosto, ma sempre presente. E chissà: forse continuiamo ad aspettare Eliyahu da qualche luogo lontano, mentre lui si aggira già in mezzo a noi, silenziosamente, forse incarnato in quel passante anonimo che ti ha teso la mano, ricordandoci che le cose più eterne non sono quelle che accadono una volta sola, ma quelle che continuano ad accendersi ogni giorno, finché proprio quello sconosciuto verrà ad annunciarci il tempo costante dell’eternità.
Shabbat Shalom
