וַיִּקְרָ֥א מֹשֶׁ֛ה לְכׇל־זִקְנֵ֥י יִשְׂרָאֵ֖ל וַיֹּ֣אמֶר אֲלֵהֶ֑ם מִֽשְׁכ֗וּ וּקְח֨וּ לָכֶ֥ם צֹ֛אן לְמִשְׁפְּחֹתֵיכֶ֖ם וְשַׁחֲט֥וּ הַפָּֽסַח׃
Shemot 12, 21: Moshe chiamò tutti gli anziani di Israel e disse loro: “Trattenete e prendete per voi un ovino per ciascuna delle vostre famiglie e macellate il Pessach”.
וְכֵן אַתָּה מוֹצֵא לְיִשְׂרָאֵל כְּשֶׁהָיוּ בְּמִצְרַיִם הָיוּ עוֹבְדִין עֲבוֹדַת כּוֹכָבִים וְלֹא הָיוּ עוֹזְבִין אוֹתָהּ, שֶׁנֶּאֱמַר (יחזקאל כ, ח): אִישׁ אֶת שִׁקּוּצֵי עֵינֵיהֶם לֹא הִשְׁלִיכוּ, אָמַר לוֹ הַקָּדוֹשׁ בָּרוּךְ הוּא לְמשֶׁה כָּל זְמַן שֶׁיִּשְׂרָאֵל עוֹבְדִין לֵאלֹהֵי מִצְרַיִם לֹא יִגָּאֵלוּ, לֵךְ וֶאֱמֹר לָהֶן שֶׁיַּנִּיחוּ מַעֲשֵׂיהֶן הָרָעִים וְלִכְפֹּר בַּעֲבוֹדַת כּוֹכָבִים, הֲדָא הוּא דִכְתִיב (שמות יב, כא): מִשְׁכוּ וּקְחוּ לָכֶם, כְּלוֹמַר מִשְׁכוּ יְדֵיכֶם מֵעֲבוֹדַת כּוֹכָבִים, וּקְחוּ לָכֶם צֹאן, וְשַׁחֲטוּ אֱלֹהֵיהֶם שֶׁל מִצְרַיִם וַעֲשׂוּ הַפֶּסַח, שֶׁבְּכָךְ הַקָּדוֹשׁ בָּרוּךְ הוּא פּוֹסֵחַ עֲלֵיכֶם, הֱוֵי (ישעיה ל, טו): בְּשׁוּבָה וָנַחַת תִּוָּשֵׁעוּן
Shemot Rabbà 16, 2: Allorché gli Ebrei si trovavano in Egitto prestavano idolatria senza sosta, come è detto: “nessuno rigettava ciò che era abominevole ai propri occhi” (Yechzqel 20, 8). Il S.B. disse a Moshe: “Fintanto che gli Ebrei adorano il dio degli Egiziani non saranno liberati. Va’ e di’ loro che abbandonino le loro cattive azioni e rinneghino l’idolatria”, come è scritto: “trattenete (le vostre mani dall’idolatria) e prendete per voi un ovino, macellate il dio degli Egiziani e fate il Pessach, perché in tal modo il S.B. vi passerà oltre (possèach, allorché colpirà i primogeniti egiziani)”…
Immaginiamo di aver preso in affitto un appartamento di cui non conosciamo i proprietari. Dopo aver ottenuto la chiave, o il codice di ingresso, ne prendiamo possesso. L’appartamento garantisce tutti i comfort. Entrando, nel soggiorno appare immediatamente alla vista una tavola imbandita con ogni cibo e bevanda, mentre dal soffitto decorato pendono ricchi lampadari accesi che diffondono la loro luce ovunque. Si capisce che i proprietari hanno fatto tutto il possibile affinché i nuovi inquilini si trovassero a loro agio nella locazione. Già, i proprietari… Quelli restano sconosciuti, sebbene dobbiamo corrispondere loro l’affitto per il periodo di utenza!
Noi inquilini abbiamo due possibilità a questo punto. Possiamo scegliere di non curarci dei proprietari, se non per il minimo indispensabile e godere quanto più possibile dei benefici dell’appartamento. Ci sediamo a tavola, mangiamo e beviamo tutto ciò che ci è stato messo a disposizione. Così facciamo con le varie camere, badando solo a ciò che ci fa star bene hic et nunc. Tutto sommato paghiamo un lauto affitto, e in quanto tali ne abbiamo il diritto. Ciò che i proprietari diranno allorché visiteranno l’appartamento al termine del periodo di locazione non è al centro del nostro interesse e della nostra preoccupazione…
Ma c’è un modo tutto diverso di affrontare le cose. L’inquilino più intelligente comincerà a porsi domande sull’identità e la personalità di questi misteriosi proprietari che gli hanno messo a disposizione un appartamento tanto confortevole. È vero, la relazione è puramente economica, ma non ci sono solo i soldi. L’affitto della casa può diventare l’occasione per conoscere qualcosa di nuovo, soddisfare legittime curiosità, confrontarsi con altre esperienze e abitudini. Non semplicemente consumare e godere, ma anche riflettere e meditare. Ciò pur mantenendo la reciproca riservatezza… Quale delle due tipologie è più interessante e, in definitiva, più matura?
Un grande commentatore della Torah, vissuto a Saragozza in Spagna verso la fine del Duecento, R. Bachyè bar Asher, adopera questa metafora nel suo dizionario etico Kad ha-Qèmach (“La brocca della farina”) sotto la voce “Pessach”. L’appartamento che ci è dato in affitto altro non è che questo mondo, il cui Proprietario non ci è dato incontrare e conoscere direttamente: il S.B. Egli ci consente di godere di tutti i beni di questo mondo, fatto di una tavola, la terra, che ci fornisce ogni sorta di nutrimento e di un soffitto, il cielo, che illumina il nostro quotidiano con l’ausilio degli astri come se fossero splendidi lampadari. Egli non appare, ma ci chiede di “pagare l’affitto”: rispettare la natura ed evitare ogni sorta di danni al creato.
L’uomo, inquilino di tanto ben di D., ha due possibilità. Ignorare il Proprietario, sulla base del fatto che Questi non si fa vedere e adoperare i benefici a proprio uso e consumo accontentandosi di corrisponderGli il minimo sindacale dell’affitto; o cercare piuttosto di intendere la Sua personalità, capirne i gusti al fine di migliorare la stessa fruizione dei beni che ha ricevuto a disposizione nell’interesse di tutti: la locazione passa così da banale relazione commerciale a esperienza umana, nel senso più completo del termine. La prima è una visione eminentemente edonistica e utilitaristica, laddove la seconda impostazione è invece dotata di ben diverso taglio e profondità.
R. Bachyè risponde così alla domanda perché gli Egiziani avessero fatto degli ovini una divinità. Nel mondo antico, in cui gli animali costituivano la principale forza lavoro, pecore e agnelli sono le specie che rendono il massimo con il minimo sforzo. È vero che bovini ed equini sono non meno utili all’uomo, ma richiedono di essere governati. L’ovino fornisce lana da indossare, latte da bere ed eventualmente carne da mangiare nella massima mansuetudine. Questo animale era dunque il più adatto a rispondere alle aspettative di una società basata sull’edonismo e l’utilitarismo. In una parola sola, esso rappresentava l’idolatria[1].
Secoli più tardi il Profeta Yechezqel (20, 8) testimonia che gli Ebrei in Egitto avevano assorbito a loro volta questa mentalità. Il S.B., memore dell’impegno preso con i Patriarchi, voleva redimerli, ma ne sottopose la liberazione all’impegno da parte loro di macellare il simbolo dell’idolatria utilitaristica: l’ovino appunto. Ciò sarebbe tuttavia stato solo l’inizio. L’epopea dell’intervento Divino nella Storia ebbe lo scopo di diffondere l’idea che esiste un D. assolutamente più Alto, che conformava le Sue scelte non ai capricci degli esseri umani, ma a criteri superiori di etica e di giustizia: un D. incorruttibile che punisce i malvagi e ricompensa i Giusti.
L’idolatria è un tema centrale nella Haggadah accanto alla schiavitù materiale. Commentando la disposizione della Mishnah per cui nel racconto “si comincia dagli aspetti negativi e si termina con quelli positivi” (matchil bi-ghnut u-msayyem be-shevach; Pessachim 10, 4), ne discutono due importanti Maestri vissuti in Babilonia nel III secolo. Secondo Rav si allude al brano “Un tempo i nostri Padri erano idolatri e ora il S.B. ci ha accostati al Suo servizio” (MI-ttechillah ‘ovedè ‘avodah zarah…), ovvero agli aspetti spirituali della liberazione. Secondo Shemuel al brano “Schiavi fummo del Faraone in Egitto e l’Eterno nostro D. ci ha tratti di là” (‘Avadim hayyinu le-Far’oh be-Mitzrayim…; Devarim 6, 21; Pessachim 116a). In pratica li recitiamo entrambi. Chi successivamente ha redatto la Haggadah avrà forse pensato che si tratta propriamente delle due facce della stessa moneta: la schiavitù della materia è essa stessa idolatria! Gli idoli del moderno Occidente non sono più ovini, naturali o stilizzati. Sono bensì tutto ciò che l’ovino rappresentava per il mondo antico: il massimo dei vantaggi procacciato con la minima spesa e il più tenue degli sforzi. La festa di Pessach e l’intera vicenda dell’Uscita dall’Egitto valgono a rammentarci che una società basata essenzialmente sull’Utile ha vita breve, quanto volubili sono gli interessi perseguiti in questo modo. L’essere umano ha bisogno di valori stabili cui ancorarsi. Solo una società fondata sul Giusto e sull’Equo, in pratica sull’etica capace di una distinzione fra bene e male, è in grado di fornire risposte adeguate e ha speranza di mantenersi.
[1]Lo Zohar (II, 18a) spiega a questa stregua il fatto che l’agnello pasquale dovesse essere “arrostito allo spiedo sul fuoco” (Shemot 12, 8), in analogia con il comandamento: “le statue dei loro idoli brucerete con il fuoco” (Devarim 7, 25) e il divieto di romperne le ossa (Shemot 12, 46) con lo scopo di “manifestare il ludibrio delle divinità egiziane”. Si immaginava che in Egitto la notte della liberazione “le ossa sarebbero state gettate ai cani sulla pubblica via ed essi le avrebbero trascinate da una parte e dall’altra” (II, 42b; cfr. Yesha’yah Tishby, Mishnat ha-Zohar, II, p. 528). Anche la scelta di bruciare il Chametz sarebbe legata al fatto che esso simboleggia l’idolatria (cfr. Meirì a Mishnah ‘Avodah Zarah 3, 3; Zohar I, 226b). Molte Halakhot relative al Chametz ricordano il trattamento riservato agli oggetti di culto idolatrico: non si possono tenere e rendono proibita una mescolanza anche in percentuale minima (issur Chametz be-mashehu). Come è proibito trarre vantaggio da un oggetto di idolatria di proprietà di un ebreo anche dopo che questi l’ha squalificato, così il Chametz che abbia trascorso Pessach in proprietà di ebrei (Chametz she-’avar ‘alaw ha-Pessach) non può più essere adoperato, sebbene nel frattempo essi abbiano espresso il proposito di annullarlo.
“Shabbat Shalom” della Scuola Rabbinica Margulies Disegni di Torino
