La parashà che leggeremo, con l’aiuto di Dio, questo Shabbat è la parashà di Noach, che ci fa attraversare d’un balzo circa milleseicento anni, da Adam ha-Rishon, il primo uomo, fino alla generazione del Diluvio.
La Mishnà, nel trattato Avot, afferma:
עֲשָׂרָה דוֹרוֹת מֵאָדָם וְעַד נֹחַ וכו׳
Dieci generazioni trascorsero da Adamo fino a Noè…
Per chi non ricorda tutti i nomi, li troviamo nel libro delle Cronache, in tre versetti consecutivi:
אָדָם שֵׁת אֱנוֹשׁ: קֵינָן מַהֲלַלְאֵל יָרֶד: חֲנוֹךְ מְתוּשֶׁלַח לָמֶךְ: נֹחַ שֵׁם חָם וָיָפֶת.
Adamo, Set, Enos; Kenan, Mahalalel, Iared; Enoch, Metushelach, Lamech; Noè, Sem, Cam e Iafet. (I Cronache 1,1-4)
Sono le dieci generazioni che abbiamo ricordato la settimana scorsa, nella parashà di Bereshit. Questo Shabbat parleremo di Noè, a proposito del quale la Mishnà di Avot precisa:
עֲשָׂרָה דוֹרוֹת מֵאָדָם וְעַד נֹחַ, לְהוֹדִיעַ כַּמָּה אֶרֶךְ אַפַּיִם לְפָנָיו, שֶׁכָּל הַדּוֹרוֹת הָיוּ מַכְעִיסִין וּבָאִין עַד שֶׁהֵבִיא עֲלֵיהֶם אֶת מֵי הַמַּבּוּל.
Dieci generazioni trascorsero da Adamo fino a Noè, per mostrare quanto sia grande la pazienza di Dio: tutte quelle generazioni continuarono a provocarlo, finché Egli fece scendere su di loro le acque del Diluvio. (Mishnà, Avot 5,2)
1. Il mese di Marḥeshvan e il significato del Diluvio
I nostri Maestri chiamano il mese di Marḥeshvan anche Yerach Bul, il «mese di Bul». Lo leggiamo nel libro dei Re:
בַּשָּׁנָה הָרְבִיעִית יֻסַּד בֵּית ה׳ בְּיֶרַח זִו: וּבַשָּׁנָה הָאַחַת עֶשְׂרֵה בְּיֶרַח בּוּל הוּא הַחֹדֶשׁ הַשְּׁמִינִי כָּלָה הַבַּיִת לְכָל דְּבָרָיו וּלְכָל מִשְׁפָּטָיו וַיִּבְנֵהוּ שֶׁבַע שָׁנִים.
Nel quarto anno, nel mese di Ziv, furono gettate le fondamenta della Casa del Signore; nell’undicesimo anno, nel mese di Bul, cioè nell’ottavo mese, il Tempio fu completato in ogni sua parte e secondo tutte le sue prescrizioni. La sua costruzione era durata sette anni. (I Re 6,37-38)
Rashì spiega:
בְּיֶרַח בּוּל. הוּא מַרְחֶשְׁוָן, שֶׁהָעֵשֶׂב בָּלָה בַּשָּׂדֶה, וּבוֹלְלִין לַבְּהֵמָה מִן הַבַּיִת, מִלְּשׁוֹן ״וַיָּבֵל לַחֲמוֹרִים״.
«Nel mese di Bul»: si tratta di Marḥeshvan, quando l’erba dei campi appassisce e si mescola per gli animali il foraggio conservato in casa. Il termine è collegato all’espressione «diede da mangiare agli asini». (Rashì a I Re 6,38)
Secondo alcuni, il nome Yerach Bul si riferisce all’aratura e alla semina, che cominciano proprio in questo mese. Altri sostengono invece che il nome ricordi il Diluvio, iniziato in quel periodo, come afferma la Torà:
בִּשְׁנַת שֵׁשׁ מֵאוֹת שָׁנָה לְחַיֵּי נֹחַ בַּחֹדֶשׁ הַשֵּׁנִי בְּשִׁבְעָה עָשָׂר יוֹם לַחֹדֶשׁ בַּיּוֹם הַזֶּה נִבְקְעוּ כָּל מַעְיְנוֹת תְּהוֹם רַבָּה וַאֲרֻבֹּת הַשָּׁמַיִם נִפְתָּחוּ.
Nell’anno seicentesimo della vita di Noè, il diciassettesimo giorno del secondo mese, proprio in quel giorno si aprirono tutte le sorgenti del grande abisso e si spalancarono le cateratte del cielo. (Genesi 7,11)
Se il Diluvio cominciò nel secondo mese, secondo una delle interpretazioni si trattava proprio di Marḥeshvan. Ma allora perché il mese si chiama Yerach Bul e non Yerach Mabul, «mese del Diluvio»?
Durante una lezione, un partecipante mi diede una risposta spiritosa: «Si chiama Yerach Bul perché il Diluvio cominciò proprio bul, esattamente in tempo!». La spiegazione autentica, tuttavia, è riportata in un midrash.
Lo Yalkut Shimoni domanda:
מַהוּ בְּיֶרַח בּוּל? בְּיֶרַח מַבּוּל חָסֵר מ׳ כְּנֶגֶד אַרְבָּעִים יוֹם, שֶׁאַף עַל פִּי שֶׁנִּשְׁבַּע הַקָּדוֹשׁ בָּרוּךְ הוּא כִּי מֵי נֹחַ זֹאת לִי, אַף עַל פִּי כֵן מ׳ יוֹם בְּכָל שָׁנָה הָיוּ אוֹתָם הַיָּמִים עוֹשִׂים רֹשֶׁם בָּעוֹלָם, עַד שֶׁעָמַד שְׁלֹמֹה וּבָנָה אֶת בֵּית הַמִּקְדָּשׁ וּפָסְקוּ אוֹתָם מ׳ יוֹם. לְפִיכָךְ כְּתִיב חָסֵר מ׳ כְּנֶגֶד אַרְבָּעִים יוֹם שֶׁפָּסְקוּ.
Che cosa significa «nel mese di Bul»? È come dire «nel mese del Diluvio» (Mabul), ma senza la lettera mem, che corrisponde al numero quaranta. Benché il Santo, benedetto Egli sia, avesse giurato che le acque di Noè non sarebbero più tornate, quei quaranta giorni continuavano ogni anno a lasciare un segno nel mondo. Ciò durò fino a quando Salomone si levò e costruì il Tempio: allora quei quaranta giorni cessarono. Per questo il nome è scritto senza la mem, a ricordo dei quaranta giorni che vennero meno. (Yalkut Shimoni, I Re, allusione 183)
Rimane un’altra domanda: perché al nome del mese è stato aggiunto l’appellativo Mar, che significa anche «amaro»?
Secondo alcuni, si riferisce all’acqua, cioè alla pioggia che il mondo attende con ansia in quel mese. Mar può infatti indicare una goccia d’acqua, come leggiamo in Isaia:
הֵן גּוֹיִם כְּמַר מִדְּלִי.
Ecco, le nazioni sono come una goccia che cade dal secchio. (Isaia 40,15)
Altri spiegano che il mese sia chiamato Mar perché in quel periodo morì Metushelach; altri ancora, perché vi morì la matriarca Raḥel. Secondo un’altra tradizione, il nome ricorda la divisione del regno d’Israele, avvenuta il quindici del mese, quando Geroboamo separò il regno d’Israele da quello di Giuda. Due tribù seguirono Reḥav’am, figlio di Salomone, mentre dieci seguirono Geroboamo figlio di Nevat.
Geroboamo, inoltre, istituì una festa di propria invenzione, come racconta il profeta:
וַיַּעַל עַל הַמִּזְבֵּחַ אֲשֶׁר עָשָׂה בְּבֵית אֵל בַּחֲמִשָּׁה עָשָׂר יוֹם בַּחֹדֶשׁ הַשְּׁמִינִי בַּחֹדֶשׁ אֲשֶׁר בָּדָא מִלִּבּוֹ.
Salì sull’altare che aveva costruito a Betel il quindicesimo giorno dell’ottavo mese, il mese che si era inventato di propria iniziativa. (I Re 12,33)
Geroboamo aveva fatto collocare un vitello d’oro a Betel e un altro a Dan, inventando una nuova festività e dicendo agli Israeliti che non era necessario recarsi in pellegrinaggio a Gerusalemme: si poteva invece sacrificare ai vitelli. Per questo, secondo una delle spiegazioni, il mese prese il nome di Mar, «amaro».
Un’altra interpretazione sostiene che il mese sia chiamato così perché non contiene alcuna festività e risulta quindi «amaro». Un partecipante alla lezione mi suggerì un’ulteriore ragione: «Perché durante tutto il mese recitiamo il Taḥanun!».
Una spiegazione ulteriore, tratta dalla tradizione chassidica, si trova nelle parole dell’Admor di Ruzhin, rabbi Israel di Ruzhin:
מִשּׁוּם שֶׁבְּחֹדֶשׁ תִּשְׁרֵי הֻרְגְּלוּ שְׂפָתוֹתֵינוּ לְהִתְפַּלֵּל וְלִשְׁפֹּךְ שִׂיחַ לִפְנֵי אָבִינוּ שֶׁבַּשָּׁמַיִם, וּבְהַגִּיעַ עָלֵינוּ חֹדֶשׁ מַרְחֶשְׁוָן עֲדַיִן שְׂפָתוֹתֵינוּ מְרַחֲשׁוֹת מֵאֲלֵיהֶן אֶת תְּפִלּוֹת יָמִים הַנּוֹרָאִים שֶׁעָבְרוּ עָלֵינוּ לְטוֹבָה, וְעַל כֵּן נִקְרָא חֹדֶשׁ זֶה מַרְחֶשְׁוָן, מִלְּשׁוֹן ״רַחֲשֵׁי מְרַחֲשָׁן שְׂפָתוֹתֵיהֶם״.
Nel mese di Tishrì le nostre labbra si sono abituate a pregare e a effondere le nostre suppliche davanti al Padre celeste. Quando arriva Marḥeshvan, le nostre labbra continuano ancora spontaneamente a mormorare le preghiere dei Giorni Temibili che abbiamo appena vissuto. Per questo il mese è chiamato Marḥeshvan: il nome richiama l’idea di labbra che continuano a muoversi e a sussurrare.
Fino a quando, però, continuano a muoversi le nostre labbra? Fino a Kislev: appena cominciamo a vedere le sufganiot, le ciambelle di Ḥanukkà, iniziamo a cantare Ma‘oz Tzur!
2. Noè, la ricompensa e la punizione
Nella preghiera di Musaf di Rosh ha-Shanà, nella sezione delle Zikhronot, abbiamo ricordato Noè con queste parole:
וְגַם אֶת נֹחַ בְּאַהֲבָה זָכַרְתָּ וַתִּפְקְדֵהוּ בִּדְבַר יְשׁוּעָה וְרַחֲמִים. בַּהֲבִיאֲךָ אֶת מֵי הַמַּבּוּל לְשַׁחֵת כָּל בָּשָׂר מִפְּנֵי רֹעַ מַעַלְלֵיהֶם. עַל כֵּן זִכְרוֹנוֹ בָּא לְפָנֶיךָ ה׳ אֱלֹהֵינוּ. לְהַרְבּוֹת זַרְעוֹ כְּעַפְרוֹת תֵּבֵל וְצֶאֱצָאָיו כְּחוֹל הַיָּם, כַּכָּתוּב בְּתוֹרָתֶךָ: וַיִּזְכֹּר אֱלֹהִים אֶת נֹחַ וְאֵת כָּל הַחַיָּה וְאֶת כָּל הַבְּהֵמָה אֲשֶׁר אִתּוֹ בַּתֵּבָה, וַיַּעֲבֵר אֱלֹהִים רוּחַ עַל הָאָרֶץ וַיָּשֹׁכּוּ הַמָּיִם.
Anche Noè ricordasti con amore e lo visitasti con una promessa di salvezza e misericordia, quando facesti scendere le acque del Diluvio per distruggere ogni carne a causa della malvagità delle sue azioni. Per questo il suo ricordo giunge davanti a Te, Signore nostro Dio, affinché la sua discendenza si moltiplichi come la polvere della terra e i suoi discendenti come la sabbia del mare, secondo quanto è scritto nella Tua Torà: «Dio si ricordò di Noè, di tutti gli animali e di tutto il bestiame che erano con lui nell’arca; Dio fece passare un vento sulla terra e le acque si abbassarono».
Chi ricorda le lezioni tenute prima di Rosh ha-Shanà ricorderà che, parlando delle tre sezioni della preghiera — Malkhuyot, Zikhronot e Shofarot — abbiamo citato le parole di uno dei primi grandi commentatori, rabbi Yosef Albo, autore del Sefer ha-Ikkarim.
A differenza di Maimonide, che individua tredici principi fondamentali della fede, rabbi Yosef Albo ne indica tre: l’esistenza di Dio, la provvidenza divina con la ricompensa e la punizione, e la Torà proveniente dal Cielo.
Scrive rabbi Yosef Albo:
הַדֶּרֶךְ הַנָּכוֹן שֶׁיֵּרָאֶה לִי בִּסְפִירַת הָעִקָּרִים שֶׁהֵם שָׁרָשִׁים וִיסוֹדוֹת לַתּוֹרָה הָאֱלֹהִית, הוּא כִּי הָעִקָּרִים הַכּוֹלְלִים וְהַהֶכְרֵחִיִּים לַדָּת הָאֱלֹהִית הֵם שְׁלֹשָׁה, וְהֵם מְצִיאוּת הַשֵּׁם, וְהַהַשְׁגָּחָה לְשָׂכָר וְלָעֹנֶשׁ, וְתוֹרָה מִן הַשָּׁמַיִם. וְאֵלּוּ הַשְּׁלֹשָׁה הֵם אָבוֹת לְכָל הָעִקָּרִים אֲשֶׁר לַתּוֹרוֹת הָאֱלֹהִיּוֹת…
Il modo corretto, a mio giudizio, di enumerare i principi fondamentali che costituiscono le radici e le basi della Torà divina è riconoscere che i principi generali e indispensabili per la religione divina sono tre: l’esistenza di Dio, la provvidenza che comporta ricompensa e punizione, e la Torà proveniente dal Cielo. Questi tre principi sono alla base di tutti gli altri principi delle religioni divine… (Sefer ha-Ikkarim, I, 4)
Rabbi Yosef Albo spiega che i Maestri della Grande Assemblea hanno espresso questi tre principi nelle tre benedizioni del Musaf di Rosh ha-Shanà: Malkhuyot, che proclama la sovranità divina; Zikhronot, che ricorda la provvidenza, la ricompensa e la punizione; e Shofarot, che richiama la rivelazione della Torà dal Cielo.
La benedizione di Malkhuyot, per esempio, proclama:
עַל כֵּן נְקַוֶּה לְךָ ה׳ אֱלֹהֵינוּ לִרְאוֹת מְהֵרָה בְּתִפְאֶרֶת עֻזֶּךָ, לְהַעֲבִיר גִּלּוּלִים מִן הָאָרֶץ וְהָאֱלִילִים כָּרוֹת יִכָּרֵתוּן, לְתַקֵּן עוֹלָם בְּמַלְכוּת שַׁדַּי… וְיֵדְעוּ כָל יוֹשְׁבֵי תֵבֵל כִּי לְךָ תִּכְרַע כָּל בֶּרֶךְ, תִּשָּׁבַע כָּל לָשׁוֹן… וִיקַבְּלוּ כֻלָּם אֶת עֹל מַלְכוּתֶךָ.
Per questo riponiamo in Te la nostra speranza, Signore nostro Dio, di vedere presto lo splendore della Tua potenza, di eliminare gli idoli dalla terra e di vedere annientati gli dèi falsi, affinché il mondo sia rettificato sotto il regno dell’Onnipotente… Tutti gli abitanti della terra riconosceranno che davanti a Te ogni ginocchio si piegherà e ogni lingua presterà giuramento… e tutti accetteranno il giogo della Tua sovranità.
La benedizione di Zikhronot richiama invece la provvidenza divina e il giudizio:
אַתָּה זוֹכֵר מַעֲשֵׂה עוֹלָם וּפוֹקֵד כָּל יְצוּרֵי קֶדֶם, לְפָנֶיךָ נִגְלוּ כָּל תַּעֲלוּמוֹת…
Tu ricordi le opere del mondo e richiami al giudizio tutte le creature dei tempi antichi; davanti a Te sono svelati tutti i segreti…
Infine, Shofarot allude al terzo principio, la Torà proveniente dal Cielo:
אַתָּה נִגְלֵיתָ בַּעֲנַן כְּבוֹדֶךָ עַל עַם קָדְשֶׁךָ לְדַבֵּר עִמָּם; מִן הַשָּׁמַיִם הִשְׁמַעְתָּם קוֹלֶךָ…
Ti manifestasti nella nube della Tua gloria al Tuo popolo santo per parlare con lui; dal Cielo facesti udire la Tua voce…
La rivelazione della Torà fu accompagnata dal suono di uno shofar potentissimo, quale non si era mai udito al mondo. Per questo la benedizione è chiamata Shofarot: i tuoni e i lampi che accompagnarono la rivelazione potevano avere precedenti nella natura, ma un suono di shofar di quella portata non si era mai udito e non si udirà più fino al tempo della redenzione, quando la verità sarà manifesta davanti a tutto il mondo.
Rabbi Yosef Albo riconduce questi tre principi anche a un versetto di Isaia:
כִּי ה׳ שֹׁפְטֵנוּ, ה׳ מְחֹקְקֵנוּ, ה׳ מַלְכֵּנוּ — הוּא יוֹשִׁיעֵנוּ.
Perché il Signore è il nostro giudice, il Signore è il nostro legislatore, il Signore è il nostro re: Egli ci salverà. (Isaia 33,22)
«Il Signore è il nostro giudice» allude alla provvidenza divina; «il Signore è il nostro legislatore» richiama la Torà, che è stata data per mezzo di Mosè; «il Signore è il nostro re» indica l’esistenza di Dio e la Sua sovranità su tutto il mondo. Anche quando, in quanto legislatore, Dio non vuole derogare alla legge, in quanto re ha il potere di salvare il Suo popolo. Per questo il versetto conclude: «Egli ci salverà».
Se le cose stanno così, la parashà di Noach affronta per la prima volta in modo esplicito il tema della ricompensa e della punizione. Uno dei tredici principi della fede insegna che chi osserva la Torà e le mitzvot riceverà la propria ricompensa nel mondo futuro, mentre chi non le osserva sarà chiamato a risponderne. È proprio questo il principio che emerge dalla storia del Diluvio.
Rabbeinu Baḥya spiega che il Diluvio e la punizione che ne seguì servirono a imprimere nel cuore dell’umanità il concetto di ricompensa e punizione.
Scrive Rabbeinu Baḥya:
וְדַע כִּי עִנְיַן הַמַּבּוּל רְאָיָה בְּרוּרָה עַל עִנְיַן חִדּוּשׁ הָעוֹלָם וְעַל הַהַשְׁגָּחָה, בִּרְאוֹתֵנוּ שֶׁהַקָּדוֹשׁ בָּרוּךְ הוּא מַעֲנִישׁ וּמְכַלֶּה הָרְשָׁעִים מִן הָעוֹלָם וּמַשְׁאִיר שְׁאֵרִית מִן הַצַּדִּיקִים כְּגוֹן נֹחַ וּבָנָיו…
Sappi che la vicenda del Diluvio costituisce una prova evidente della creazione del mondo e della provvidenza divina: vediamo infatti che il Santo, benedetto Egli sia, punisce e cancella i malvagi dal mondo, lasciando invece un resto di giusti, come Noè e i suoi figli…
Rabbeinu Baḥya osserva inoltre che, proprio come Adamo fu il capostipite dell’umanità prima del Diluvio, Noè divenne il capostipite dell’umanità successiva. Adamo ebbe tre figli — Caino, Abele e Set — dei quali due ebbero un ruolo fondamentale e uno fu maledetto; analogamente, Noè ebbe Sem, Cam e Iafet, e anche in questo caso due ebbero un ruolo fondamentale mentre uno fu maledetto. Come Set fu il figlio attraverso il quale il mondo si sviluppò, così tra i figli di Noè fu Sem a svolgere il ruolo centrale: dai suoi discendenti proviene il popolo che riceverà la promessa della risurrezione dei morti.
Passiamo ora alla generazione del Diluvio, al suo peccato e alla sua punizione, per arrivare al principio che desideriamo approfondire.
La Torà afferma:
וַתִּשָּׁחֵת הָאָרֶץ לִפְנֵי הָאֱלֹהִים וַתִּמָּלֵא הָאָרֶץ חָמָס.
La terra si era corrotta davanti a Dio e la terra si era riempita di violenza. (Genesi 6,11)
Il mondo intero era diventato corrotto, soprattutto a causa del furto e dell’ingiustizia. Rashì commenta:
וַתִּמָּלֵא הָאָרֶץ חָמָס. גֶּזֶל.
«La terra si era riempita di violenza»: di furto.
Un discendente di Noè è passibile di morte per ciascuna delle sette mitzvot che gli sono imposte: il divieto di idolatria, di rapporti sessuali proibiti, di omicidio, di mangiare una parte di un animale ancora vivo, di bestemmiare, di rubare e l’obbligo di istituire tribunali. Per le trasgressioni di questi divieti, secondo la lezione, la responsabilità è immediata e non è necessaria una previa ammonizione. Quando dunque la Torà afferma che «la terra si era riempita di violenza», significa che gli uomini si derubavano a vicenda e si rendevano così colpevoli.
La Torà prosegue:
וַיַּרְא אֱלֹהִים אֶת הָאָרֶץ וְהִנֵּה נִשְׁחָתָה, כִּי הִשְׁחִית כָּל בָּשָׂר אֶת דַּרְכּוֹ עַל הָאָרֶץ.
Dio vide la terra, ed ecco, era corrotta, perché ogni essere di carne aveva corrotto la propria condotta sulla terra. (Genesi 6,12)
Che cosa significa l’espressione «ogni essere di carne aveva corrotto la propria condotta sulla terra»?
Rashì spiega:
הִשְׁחִית כָּל בָּשָׂר. אֲפִילוּ בְּהֵמָה חַיָּה וְעוֹף נִזְקָקִין לְשֶׁאֵינָן מִינָן.
«Ogni essere di carne aveva corrotto la propria condotta»: persino gli animali domestici, le bestie selvatiche e gli uccelli si accoppiavano con specie diverse dalla propria.
Il Midrash Rabbà riporta:
רַבִּי עֲזַרְיָה בְּשֵׁם רַבִּי יְהוּדָה בַּר סִימוֹן אָמַר: הַכֹּל קִלְקְלוּ מַעֲשֵׂיהֶן בְּדוֹר הַמַּבּוּל; הַכֶּלֶב הָיָה הוֹלֵךְ אֵצֶל הַזְּאֵב, וְהַתַּרְנְגוֹל הָיָה מְהַלֵּךְ אֵצֶל הַטַּוָּס. הֲדָא הוּא דִכְתִיב: ״כִּי הִשְׁחִית כָּל בָּשָׂר״. ״הִשְׁחִית כָּל אָדָם״ אֵין כְּתִיב, אֶלָּא ״כִּי הִשְׁחִית כָּל בָּשָׂר״.
Rabbi Azaria, a nome di rabbi Yehudà bar Simon, disse: nella generazione del Diluvio tutti avevano corrotto la propria condotta. Il cane si accoppiava con il lupo e il gallo con il pavone. Per questo è scritto: «Ogni essere di carne aveva corrotto la propria condotta». Non è scritto «ogni uomo aveva corrotto la propria condotta», ma «ogni essere di carne». (Bereshit Rabbà 28,8)
Il Tanḥuma presenta una versione leggermente diversa:
וְלֹא כְּדוֹר הַמַּבּוּל, שֶׁהָיוּ שְׁטוּפִין בַּזְּנוּת וְהוֹלְכִין וְנִזְקָקִין לְשֶׁאֵינָן מִינָן… וְאַף הַבְּהֵמָה קִלְקְלוּ לְשֶׁאֵינָן מִינָן: הַסּוּס עַל הַחֲמוֹר וְהַחֲמוֹר עַל הַסּוּס, וְהַנָּחָשׁ עַל הַצִּפּוֹר, שֶׁנֶּאֱמַר ״כִּי הִשְׁחִית כָּל בָּשָׂר״. ״כָּל אָדָם״ לֹא נֶאֱמַר, אֶלָּא ״כָּל בָּשָׂר״; לְפִיכָךְ ״וַיִּמַח אֶת כָּל הַיְקוּם אֲשֶׁר עַל פְּנֵי הָאֲדָמָה, מֵאָדָם עַד בְּהֵמָה״ וגו׳.
La generazione del Diluvio era dedita alla dissolutezza e gli uomini si univano a chi non apparteneva alla loro specie. Guardate che cosa è scritto a loro proposito: «I figli di Dio videro…». Per questo furono cancellati dal mondo. Anche gli animali si accoppiavano con specie diverse: il cavallo con l’asino, l’asino con il cavallo e il serpente con l’uccello. È scritto infatti: «Ogni essere di carne aveva corrotto la propria condotta». Non è detto «ogni uomo», ma «ogni essere di carne». Perciò Dio cancellò ogni essere vivente dalla superficie della terra, dagli uomini agli animali… (Tanḥuma, Noach 12)
Un altro passo del Midrash Rabbà aggiunge che persino la terra aveva deviato dalla propria funzione:
רַבִּי לוּלְיָאנִי בַּר טַבְרִין בְּשֵׁם רַבִּי יִצְחָק אָמַר: אַף הָאָרֶץ זִנְּתָה; הָיוּ זָרְעִין לָהּ חִטִּין וְהִיא מַפְּקָא זוּנִין. אִילֵּין זוּנַיָּא רָבֵה מִן דָּרָא דְּמַבּוּלָא אִינּוּן.
Rabbi Luliani bar Tavrin, a nome di rabbi Yitzḥak, disse: anche la terra si comportò in modo corrotto. Gli seminavano grano e la terra produceva zizzania. Quella zizzania è più abbondante della generazione del Diluvio. (Bereshit Rabbà 28,8)
Non furono dunque soltanto gli animali a corrompere la propria condotta: anche la terra stessa deviò dalla propria natura.
Ma come può essere accaduto che gli animali si comportassero in quel modo? È contrario alla logica: gli animali non possiedono gli stessi impulsi morali degli esseri umani.
Alla fine della parashà di Bereshit, Rashì riporta una discussione talmudica: i Maestri si domandano se gli animali avessero davvero corrotto spontaneamente la propria condotta oppure se Dio avesse deciso di distruggere tutto il mondo, dato che l’uomo era diventato malvagio e tutto il resto della creazione era stato fatto per lui.
La Ghemarà afferma:
״כִּי הִשְׁחִית כָּל בָּשָׂר אֶת דַּרְכּוֹ עַל הָאָרֶץ״. אָמַר רַבִּי יוֹחָנָן: מְלַמֵּד שֶׁהִרְבִּיעוּ בְּהֵמָה עַל חַיָּה וְחַיָּה עַל בְּהֵמָה, וְהַכֹּל עַל אָדָם וְאָדָם עַל הַכֹּל… תָּנָא מִשּׁוּם רַבִּי יְהוֹשֻׁעַ בֶּן קָרְחָה: מָשָׁל לְאָדָם שֶׁעָשָׂה חֻפָּה לִבְנוֹ וְהִתְקִין מִכָּל מִינֵי סְעוּדָה; לְיָמִים מֵת בְּנוֹ, עָמַד וּבִלְבֵּל וּפִזֵּר אֶת חֻפָּתוֹ. אָמַר: כְּלוּם עָשִׂיתִי אֶלָּא בִּשְׁבִיל בְּנִי, עַכְשָׁיו שֶׁמֵּת בְּנִי, חֻפָּה לָמָּה לִי? אַף הַקָּדוֹשׁ בָּרוּךְ הוּא אָמַר: כְּלוּם בָּרָאתִי בְּהֵמָה וְחַיָּה אֶלָּא בִּשְׁבִיל אָדָם? עַכְשָׁיו שֶׁאָדָם חוֹטֵא, בְּהֵמָה וְחַיָּה לָמָּה לִי?
«Ogni essere di carne aveva corrotto la propria condotta sulla terra». Rabbi Yoḥanan disse: questo insegna che gli uomini facevano accoppiare animali domestici con bestie selvatiche, bestie selvatiche con animali domestici, tutti con gli esseri umani e gli esseri umani con tutti gli altri… Rabbi Yehoshua ben Korḥa insegnò una parabola: un uomo aveva preparato le nozze per suo figlio e aveva allestito un banchetto con ogni sorta di vivande. In seguito il figlio morì; allora il padre si alzò, rovinò e disperse tutto ciò che aveva preparato. Disse: «Ho fatto tutto questo soltanto per mio figlio; ora che mio figlio è morto, a che cosa serve il banchetto?». Allo stesso modo, il Santo, benedetto Egli sia, disse: «Ho forse creato gli animali domestici e le bestie selvatiche se non per l’uomo? Ora che l’uomo ha peccato, a che cosa mi servono gli animali domestici e le bestie selvatiche?» (Sanhedrin 108a)
Secondo rabbi Yoḥanan, dunque, furono gli esseri umani a dare inizio alla corruzione degli animali: furono loro a insegnare agli animali a comportarsi in quel modo. E se è così, furono proprio gli uomini a far impazzire il mondo animale.
Il Maharal spiega che gli animali non possedevano di per sé l’intelligenza necessaria per concepire una trasgressione di quel genere; dopo essere stati abituati dagli esseri umani a comportarsi in quel modo, però, finirono per farlo spontaneamente.
Scrive il Maharal nel Gur Aryeh:
אַחַר שֶׁהָיָה מַרְבִּיעַ אוֹתָם הָאָדָם, הָיוּ מַשְׁחִיתִים גַּם כֵּן מֵעַצְמָם אַחַר שֶׁהֻרְגְּלוּ בְּכָךְ.
Dopo che l’uomo aveva fatto accoppiare gli animali in quel modo, anch’essi cominciavano a comportarsi così spontaneamente, una volta che vi si erano abituati.
Il Beit ha-Levi e il Maharshà pongono tuttavia una domanda ulteriore: come si può spiegare che anche la terra abbia peccato? Il Midrash dice che le veniva seminato grano e che essa produceva zizzania. Ma in che senso gli uomini avrebbero potuto indurre la terra a peccare? Come può il terreno stesso essere corrotto?
È questo il problema che i nostri Maestri affrontano, e sul quale vorrei soffermarmi più ampiamente.
Scrive il Mesillat Yesharim:
כִּי הָעוֹלָם נִבְרָא לְשִׁמּוּשׁ הָאָדָם. אָמְנָם הִנֵּה הוּא עוֹמֵד בְּשִׁקּוּל גָּדוֹל: כִּי אִם הָאָדָם נִמְשָׁךְ אַחַר הָעוֹלָם וּמִתְרַחֵק מִבּוֹרְאוֹ, הִנֵּה הוּא מִתְקַלְקֵל וּמְקַלְקֵל הָעוֹלָם עִמּוֹ; וְאִם הוּא שׁוֹלֵט בְּעַצְמוֹ וְנִדְבָּק בְּבוֹרְאוֹ וּמִשְׁתַּמֵּשׁ מִן הָעוֹלָם רַק לִהְיוֹת לוֹ לְסִיּוּעַ לַעֲבוֹדַת בּוֹרְאוֹ, הוּא מִתְעַלֶּה וְהָעוֹלָם עַצְמוֹ מִתְעַלֶּה עִמּוֹ… בְּשָׁעָה שֶׁבָּרָא הַקָּדוֹשׁ בָּרוּךְ הוּא אֶת אָדָם הָרִאשׁוֹן, נְטָלוֹ וְהֶחֱזִירוֹ עַל כָּל אִילָנֵי גַּן עֵדֶן וְאָמַר לוֹ: רְאֵה מַעֲשַׂי כַּמָּה נָאִים וּמְשֻׁבָּחִים הֵן, וְכָל מַה שֶׁבָּרָאתִי בִּשְׁבִילְךָ בָּרָאתִי; תֵּן דַּעְתְּךָ שֶׁלֹּא תְקַלְקֵל וְתַחֲרִיב אֶת עוֹלָמִי.
Il mondo è stato creato per essere utilizzato dall’uomo. Tuttavia, la sua condizione dipende da un equilibrio delicato: se l’uomo si lascia trascinare dal mondo e si allontana dal suo Creatore, si corrompe e corrompe con sé anche il mondo; se invece domina se stesso, si unisce al proprio Creatore e utilizza il mondo soltanto come mezzo per servirLo, allora egli si eleva e il mondo stesso si eleva con lui… Quando il Santo, benedetto Egli sia, creò il primo uomo, lo prese e lo condusse attraverso tutti gli alberi del Giardino dell’Eden, dicendogli: «Guarda quanto sono belle e pregevoli le Mie opere! Tutto ciò che ho creato, l’ho creato per te. Fa’ attenzione a non corrompere e distruggere il Mio mondo». (Mesillat Yesharim, cap. 1)
La frase «fa’ attenzione a non corrompere e distruggere il Mio mondo» non significa soltanto che l’uomo non deve prendere un’ascia e abbattere gli alberi. Significa che, quando commette trasgressioni, può corrompere l’intera creazione, compresi gli alberi stessi.
Il Beit ha-Levi approfondisce questo principio. L’uomo, attraverso l’abitudine alle proprie cattive azioni, sviluppa dentro di sé una seconda natura: finisce per desiderare e ripetere ciò che ha già fatto, anche quando la sua ragione gli dice che è sbagliato. È quanto esprime il versetto:
לֹא יִתְּנוּ מַעַלְלֵיהֶם לָשׁוּב.
Le loro azioni non permettono loro di tornare indietro. (cfr. Osea 5,4)
Anche quando l’uomo desidera razionalmente correggersi, le sue abitudini precedenti possono impedirglielo, perché hanno radicato in lui una seconda natura incline al male.
Lo stesso processo, sostiene il Beit ha-Levi, si verifica nel mondo intero. È evidente che chi pecca pubblicamente induce gli altri, che lo osservano, a imitarlo. Ma anche chi pecca in segreto, da solo, produce un effetto: assecondando una determinata passione, ne rafforza il potere e ne radica l’inclinazione nella natura delle creature e nel mondo, che finiscono per esserne attratti più di prima.
È una legge stabilita dal Creatore: la natura delle creature si modifica in relazione alle azioni e alle abitudini dell’uomo. Quanto più l’uomo ripete un comportamento, tanto più la natura degli altri esseri può esserne influenzata, in misura maggiore o minore. E questo non riguarda soltanto gli esseri viventi: anche la materia inanimata può assumere una nuova natura, favorendo in chi vive in un determinato ambiente un’inclinazione verso quel comportamento.
Il Beit ha-Levi richiama a questo proposito il versetto di Geremia:
וַתָּבֹאוּ וַתְּטַמְּאוּ אֶת אַרְצִי.
Siete venuti e avete contaminato la Mia terra. (Geremia 2,7)
Attraverso le proprie azioni, gli uomini hanno contaminato la terra stessa, perché anche i luoghi possono assumere caratteristiche diverse. La Ghemarà, per esempio, afferma che dieci misure di dissolutezza discesero nel mondo e che una determinata regione ne ricevette nove. Lo stesso principio, secondo questa interpretazione, vale per altre inclinazioni.
Per quanto sia difficile comprenderlo razionalmente, chiunque può avvertire concretamente questo fenomeno: quando arriva in un luogo nuovo, nel quale un certo comportamento è particolarmente diffuso, può accorgersi di sentire a sua volta un’attrazione verso quel comportamento maggiore di quella che provava nel luogo in cui viveva prima.
Fin qui le parole del Beit ha-Levi.
Vorrei ora spingermi a un ulteriore passaggio. È un’affermazione da formulare con grande cautela, ma ho trovato due fonti che sembrano sostenerla: una nel Ḥokhmat ha-Torà di rabbi Shlomo Kluger, nella parashà di Lekh Lekhà, e l’altra negli insegnamenti del Ba‘al Shem Tov.
Nella parashà della settimana successiva leggeremo, con l’aiuto di Dio, la storia di Abramo nostro patriarca. Quando la carestia colpisce la Terra d’Israele, Abramo scende in Egitto. La Torà racconta:
וַיְהִי כַּאֲשֶׁר הִקְרִיב לָבוֹא מִצְרָיְמָה וַיֹּאמֶר אֶל שָׂרַי אִשְׁתּוֹ: הִנֵּה נָא יָדַעְתִּי כִּי אִשָּׁה יְפַת מַרְאֶה אָתְּ.
Quando stava per entrare in Egitto, disse a Sarai, sua moglie: «Ecco, ora so che sei una donna di bell’aspetto». (Genesi 12,11)
Rashì commenta:
הִנֵּה נָא יָדַעְתִּי. מִדְרַשׁ אַגָּדָה: עַד עַכְשָׁו לֹא הִכִּיר בָּהּ, מִתּוֹךְ צְנִיעוּת שֶׁבִּשְׁנֵיהֶם; וְעַכְשָׁו עַל יְדֵי מַעֲשֶׂה הִכִּיר בָּהּ…
«Ecco, ora so»: secondo un midrash, fino a quel momento Abramo non si era reso conto della bellezza di Sarai, a causa del pudore che caratterizzava entrambi; ora, in seguito a un episodio, se ne accorse…
A quale episodio si riferisce Rashì?
Lo Siftè Ḥakhamim spiega che Abramo e Sarai stavano attraversando un fiume e lei dovette sollevare i vestiti; così Abramo si accorse della sua bellezza. Secondo un’altra interpretazione, egli vide il riflesso di Sarai nell’acqua mentre attraversavano il fiume e si rese conto di quanto fosse bella.
Resta però una domanda: quando Abramo dice «Ecco, ora so che sei una donna di bell’aspetto», significa che soltanto in quel momento si accorse della bellezza di sua moglie?
Rabbi Shlomo Kluger osserva che Abramo sembra parlare con una certezza sorprendente: perché era così sicuro che gli Egiziani fossero malvagi? Avrebbe potuto dire soltanto: «Forse diranno… forse mi uccideranno…».
La sua spiegazione è che il luogo in cui una persona vive può corromperla e trascinarla verso il basso. I nostri Maestri, per esempio, insegnano che a Shittim una sorgente favoriva la dissolutezza; in un altro passo si afferma che Rav Huna avrebbe meritato che la Presenza divina si posasse su di lui, ma ne fu impedito dal fatto di trovarsi fuori dalla Terra d’Israele.
Per questo, in tutti i luoghi in cui Abramo aveva vissuto fino ad allora, non aveva mai sentito il bisogno di guardare Sarai per constatare quanto fosse bella: ciò gli aveva fatto capire che gli abitanti di quei luoghi non erano così corrotti da essere completamente dominati dalla lussuria. Quando invece arrivò in Egitto, si accorse improvvisamente della bellezza di Sarai. Da questo comprese che l’ambiente egiziano era impregnato di dissolutezza e che gli Egiziani avrebbero potuto ucciderlo per impossessarsi di lei. Perciò disse:
הִנֵּה נָא יָדַעְתִּי כִּי אִשָּׁה יְפַת מַרְאֶה אָתְּ… אִמְרִי נָא אֲחֹתִי אָתְּ.
«Ecco, ora so che sei una donna di bell’aspetto… Di’ dunque che sei mia sorella». (Genesi 12,11-13)
La sua nuova consapevolezza della bellezza di Sarai gli aveva rivelato qualcosa di inquietante sul luogo in cui si trovava.
Alla luce di questo principio, possiamo comprendere meglio le parole di rabbi Eliyahu Lopian nel suo libro Lev Eliyahu. Egli si domanda: possiamo capire come gli animali siano capaci di corrompersi, ma come può essere corrotta una cosa inanimata?
Per spiegarlo racconta un episodio avvenuto nella sua città, Lomza. Vi era un ospedale che funzionava come un supermercato: entravi con una malattia e ne uscivi con due! Persino grandi specialisti cercarono di capire il motivo di quella situazione. Furono chiamati batteriologi da Varsavia, che esaminarono l’edificio e giunsero a una conclusione: le pareti dell’ospedale erano impregnate di batteri.
Un paziente ricoverato tossiva sulle pareti, che assorbivano i germi. Quando guariva e lasciava il posto a un altro malato, magari ricoverato per una polmonite, quest’ultimo entrava in contatto con i batteri presenti sui muri. Avendo già un sistema immunitario indebolito, era particolarmente esposto alle infezioni. I batteri, per così dire, gli facevano visita, e il nuovo paziente finiva per contrarre altre malattie.
Gli esperti di Varsavia dichiararono che non c’era altra soluzione: bisognava demolire l’ospedale dalle fondamenta e ricostruirlo. Nessun altro intervento sarebbe stato sufficiente.
Rabbi Eliyahu Lopian spiega che proprio questo gli permise di comprendere il versetto della parashà di Noach:
כִּי הִשְׁחִית כָּל בָּשָׂר אֶת דַּרְכּוֹ עַל הָאָרֶץ.
Perché ogni essere di carne aveva corrotto la propria condotta sulla terra. (Genesi 6,12)
Il mondo intero era corrotto. Per risanarlo, Dio dovette sommergerlo con acque bollenti, affinché non rimanesse alcun «germe» della corruzione.
Se Dio avesse semplicemente aperto una voragine e vi avesse fatto cadere tutti gli uomini, non sarebbe bastato. Perché fu necessario il Diluvio? Dio avrebbe potuto fare con loro ciò che aveva fatto con Core e la sua assemblea, facendoli sprofondare nella terra. La risposta è semplice: quando tutto è marcio dalle fondamenta, non esiste altra soluzione. Bisogna sommergere il mondo intero, fino alle sue radici.
Rabbi Eliyahu Lopian mostra così quanto profondamente le azioni degli uomini possano influenzare l’ambiente circostante.
Ogni sommo sacerdote che usciva sano e salvo dal Santo dei Santi nel giorno di Kippur celebrava quell’evento come una festa personale, come ricordiamo nella preghiera di Musaf di Yom Kippur.
La Ghemarà insegna:
אָמַר רַבָּה בַּר בַּר חָנָה אָמַר רַבִּי יוֹחָנָן: מַאי דִּכְתִיב ״יִרְאַת ה׳ תּוֹסִיף יָמִים וּשְׁנוֹת רְשָׁעִים תִּקְצֹרְנָה״? ״יִרְאַת ה׳ תּוֹסִיף יָמִים״ — זֶה מִקְדָּשׁ רִאשׁוֹן, שֶׁעָמַד אַרְבַּע מֵאוֹת וַעֲשָׂרָה שָׁנִים וְלֹא שִׁמְּשׁוּ בּוֹ אֶלָּא שְׁמוֹנָה עָשָׂר כֹּהֲנִים גְּדוֹלִים… ״וּשְׁנוֹת רְשָׁעִים תִּקְצֹרְנָה״ — זֶה מִקְדָּשׁ שֵׁנִי, שֶׁעָמַד אַרְבַּע מֵאוֹת וְעֶשְׂרִים שָׁנָה וְשִׁמְּשׁוּ בּוֹ יוֹתֵר מִשְּׁלֹשׁ מֵאוֹת כֹּהֲנִים גְּדוֹלִים…
Rabbah bar bar Ḥana disse a nome di rabbi Yoḥanan: che cosa significa il versetto «Il timore del Signore aggiunge giorni, mentre gli anni dei malvagi saranno abbreviati»? «Il timore del Signore aggiunge giorni» si riferisce al Primo Tempio, che rimase in piedi per quattrocentodieci anni e nel quale prestarono servizio soltanto diciotto sommi sacerdoti: la loro vita si prolungò perché erano timorosi di Dio. «Gli anni dei malvagi saranno abbreviati» si riferisce invece al Secondo Tempio, che rimase in piedi per quattrocentoventi anni e nel quale prestarono servizio più di trecento sommi sacerdoti… (Yomà 9a)
La Ghemarà calcola quindi le durate del servizio di alcuni sommi sacerdoti: Simeone il Giusto servì per quarant’anni, Yoḥanan per ottant’anni, Ishmael figlio di Fabi per dieci anni e, secondo un’altra opinione, Eleazar figlio di Ḥarsum per undici. Sottraendo questi periodi dai quattrocentoventi anni del Secondo Tempio, rimangono duecentosettantanove anni per tutti gli altri sommi sacerdoti, che erano più di duecentonovantasei. Ne consegue che molti di loro non completarono neppure il primo anno di servizio.
Il senso del passo è che, nel periodo del Secondo Tempio, nessun sommo sacerdote riusciva a completare il proprio mandato annuale: alcuni morivano prima ancora di poter svolgere pienamente il servizio. Ogni anno entravano nel Santo dei Santi e offrivano l’incenso, ma chi vi entrava con pensieri estranei alla santità moriva sul posto.
La Ghemarà racconta inoltre che Yoḥanan fu sommo sacerdote per ottant’anni, ma alla fine divenne sadduceo. Rabbi Eliyahu Lopian si domanda come sia possibile che un uomo abbia svolto per ottant’anni il servizio del sommo sacerdote e sia poi diventato sadduceo. La risposta è che, quando l’influenza dei sadducei crebbe e l’atmosfera si avvelenò, essa finì per condizionare persino un uomo come Yoḥanan, il sommo sacerdote.
Questo ci insegna quanto l’essere umano sia influenzato dall’ambiente in cui vive. E non è tutto.
La Ghemarà afferma:
בְּשָׁעָה שֶׁבָּא נָחָשׁ עַל חַוָּה הִטִּיל בָּהּ זוּהֲמָה. יִשְׂרָאֵל שֶׁעָמְדוּ עַל הַר סִינַי פָּסְקָה זוּהֲמָתָן; עוֹבְדֵי כּוֹכָבִים שֶׁלֹּא עָמְדוּ עַל הַר סִינַי לֹא פָּסְקָה זוּהֲמָתָן.
Quando il serpente si unì a Eva, introdusse in lei un’impurità. Quando Israele si trovò davanti al monte Sinai, la sua impurità cessò; quella delle nazioni che non si erano trovate al Sinai, invece, non cessò. (Shabbat 146a)
Quando questa impurità venne meno, venne meno anche la morte. Il popolo d’Israele avrebbe potuto vivere in eterno, secondo il versetto dei Salmi:
אֲנִי אָמַרְתִּי אֱלֹהִים אַתֶּם וּבְנֵי עֶלְיוֹן כֻּלְּכֶם.
Io ho detto: «Voi siete divinità, siete tutti figli dell’Altissimo». (Salmi 82,6)
Questa condizione durò fino al dono della Torà sul monte Sinai. Trascorsero quaranta giorni, dal dono della Torà fino al diciassette di Tammuz, quando il popolo costruì il vitello d’oro. In quel momento l’impurità del serpente tornò nel mondo.
Dio disse allora:
אֲנִי אָמַרְתִּי אֱלֹהִים אַתֶּם וּבְנֵי עֶלְיוֹן כֻּלְּכֶם — אָכֵן כְּאָדָם תְּמוּתוּן.
Io avevo detto: «Voi siete divinità, siete tutti figli dell’Altissimo»; ma ora «morirete come gli uomini». (Salmi 82,6-7)
Avreste potuto vivere in eterno; dopo aver costruito il vitello d’oro, invece, siete tornati a essere mortali.
Furono tremila gli uomini che materialmente parteciparono alla costruzione del vitello. Secondo l’Or ha-Ḥayyim ha-Kadosh, altri cinquecentonovantasettemila erano presenti e non protestarono: anche chi non si oppone al male viene punito.
Si potrebbe obiettare che Yehoshua figlio di Nun non era presente, perché si trovava ai piedi del monte e non avrebbe potuto protestare. Perché anche su di lui tornò l’impurità?
Lo Zohar spiega che, dopo il peccato del vitello d’oro, quando l’impurità si diffuse nuovamente nel mondo, chiunque si trovasse in quella zona ne fu investito, compreso Yehoshua. Anche questo episodio mostra quanto una singola trasgressione possa influenzare l’intero ambiente.
Queste sono le parole di rabbi Eliyahu Lopian nel Lev Eliyahu.
Cari amici, alla luce di questo principio vorrei ora considerare la questione dal punto di vista opposto. Il Mesillat Yesharim ci insegna che, così come l’uomo può degradarsi e trascinare con sé il mondo intero, quando si eleva può contribuire a elevare anche il mondo.
Rabbi Tzadok ha-Kohen di Lublino sviluppa un principio straordinario a partire da una frase che recitiamo ogni giorno nello Shema‘:
וְאָהַבְתָּ אֵת ה׳ אֱלֹהֶיךָ בְּכָל לְבָבְךָ וּבְכָל נַפְשְׁךָ וּבְכָל מְאֹדֶךָ.
Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze. (Deuteronomio 6,5)
Rabbi Tzadok, nel Pri Tzadik, sulla parashà di Noach, spiega che se ami Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima, questo amore influenzerà anche il tuo me’od, cioè i tuoi beni e le tue risorse materiali. Quando una persona ama Dio autenticamente ed è disposta a sacrificare la propria vita per Lui, anche il suo rapporto con il denaro ne viene trasformato.
Ma dove si manifesta concretamente questo principio?
Ho trovato un’idea illuminante nel libro Da‘at Saragà del gaon rabbi Saragà Grossberg, che cita una Ghemarà e solleva una domanda molto interessante.
La Ghemarà riguarda la haftarà che leggeremo, con l’aiuto di Dio, tra tre settimane. Vi si racconta che la donna di Shunem offrì al profeta Eliseo una stanza sul tetto della propria casa. La donna disse a suo marito:
הִנֵּה נָא יָדַעְתִּי כִּי אִישׁ אֱלֹהִים קָדוֹשׁ הוּא עֹבֵר עָלֵינוּ תָּמִיד.
Ecco, ora so che colui che passa continuamente da noi è un uomo di Dio, un uomo santo. (II Re 4,9)
La Ghemarà domanda:
אָמַר רַבִּי יוֹסֵי בְּרַבִּי חֲנִינָא: מִכָּאן שֶׁהָאִשָּׁה מַכֶּרֶת בְּאוֹרְחִין יוֹתֵר מִן הָאִישׁ. ״קָדוֹשׁ הוּא״ — מְנָא יָדְעָה?
Rabbi Yosei figlio di rabbi Ḥanina disse: da qui impariamo che una donna sa riconoscere gli ospiti meglio di un uomo. «È un uomo santo»: come faceva a saperlo? (Berakhot 10b)
Oggi qualcuno risponderebbe: «Come faceva a saperlo? Basta guardarlo: indossa una lunga veste religiosa e, per di più, viaggia in Mercedes con le tendine ai finestrini!».
La Ghemarà prosegue riportando due opinioni, attribuite a Rav e Shmuel. Secondo una, la donna capì che Eliseo era santo perché non aveva mai visto una mosca posarsi sulla sua tavola. Secondo l’altra, perché aveva steso un lenzuolo di lino sul suo letto e non vi aveva mai trovato tracce di emissioni seminali.
Rabbi Saragà Grossberg solleva una domanda: va bene, la donna comprese che Eliseo era santo perché le mosche non si posavano sulla sua tavola. Ma come facevano le mosche a sapere che era santo?
La risposta è un principio straordinario: gli animali sono in grado di riconoscere la santità presente in un ambiente.
Rabbi Grossberg cita un’altra Ghemarà:
תָּנוּ רַבָּנַן: כְּלָבִים בּוֹכִים — מַלְאַךְ הַמָּוֶת בָּא לָעִיר; כְּלָבִים מְשַׂחֲקִים — אֵלִיָּהוּ הַנָּבִיא בָּא לָעִיר.
I Maestri insegnarono: quando i cani guaiscono, l’angelo della morte sta arrivando in città; quando i cani giocano, il profeta Elia sta arrivando in città. (Bava Kamma 60b)
Da ciò si vede che gli esseri umani, persino persone di grande sensibilità come la donna di Shunem, possono non riuscire a riconoscere immediatamente la santità di una persona, mentre gli animali — persino le mosche — possono percepirla.
Alla luce di queste parole vorrei soffermarmi su due insegnamenti dei nostri Maestri, tratti da due diverse trattazioni talmudiche: Ḥullin e Ta‘anit.
La Ghemarà racconta che rabbi Pinḥas ben Yair arrivò in un luogo mentre era in groppa al suo asino. Era arrivata l’ora della colazione dell’animale: che cosa gli avrebbero dato da mangiare? Gli misero davanti il foraggio abituale, l’orzo, ma l’asino si rifiutò di mangiarlo.
Pensarono allora che forse fosse un animale particolarmente esigente e non volesse mangiare l’orzo sporco. Lo passarono quindi al setaccio, ma l’asino continuò a rifiutarlo.
Alla fine si rivolsero a rabbi Pinḥas ben Yair: «Ascolta, vorremmo rifocillare il tuo asino, ma non vuole mangiare. Che cosa dobbiamo fare?».
Rabbi Pinḥas chiese loro: «Avete prelevato le decime dall’orzo?».
«No», risposero.
«Allora prelevatele!».
Così fecero, e l’asino accettò di mangiare.
Fin qui il racconto talmudico.
Il Midrash racconta un episodio diverso, sempre a proposito dell’asino di rabbi Pinḥas ben Yair:
חֲמָרְתֵיהּ דְּרַבִּי פִּינְחָס בֶּן יָאִיר נַסְבּוּהָ לִסְטָאֵי. עֲבַדַּת גַּבּוֹן תְּלָתָא יוֹמִין וְלָא טָעֲמַת כְּלוּם. אָמְרִין: סוֹפָהּ מָיְתָה וְתַסְרֵי מְעַרְתָּא עָלֵינוּ. נִמְסָרָהּ לְרִבּוֹנָהּ. שְׁלָחוּהָ וְעָלַת בְּבֵיתָא דְמָרָהּ; כֵּיוָן דְּעָלְתָה נְהַקַת וְחַכִּים קָלָה. אֲמַר: פִּתְחוּ לְאוֹתָהּ הָעֲנִיָּה וִיהֲבוּ לָהּ דְּתֵיכוֹל, דְּאִית לָהּ תְּלָתָא יוֹמִין דְּלָא טָעֲמָה מִידֵי. יַהֲבִין לָהּ שְׂעוֹרִין — לָא טְעַמְתּוֹן. אָמְרִין לֵיהּ: רַבִּי, יַהֲבִינָן לָהּ שְׂעוֹרִין וְלָא טְעַמְתּוֹן. אֲמַר לְהוֹן: תִּקַנְתִּיהוּ? אֲמַרוּן לֵיהּ: אֵין. אַפִּיקְתּוּן דְּמַאי? אָמְרוּ: לָא, כֵּן אַלְּפִין רַבִּי, הַלּוֹקֵחַ זֶרַע לִבְהֵמָה וְקֶמַח לְעוֹרוֹת וְשֶׁמֶן לְנֵר וְשֶׁמֶן לָסוּךְ בּוֹ אֶת הַכֵּלִים פְּטוּרִין מִן הַדְּמַאי. אֲמַר לְהוֹן: מַאי נַעֲבֵיד לָהּ, וְהִיא מַחְמְרָה עַל גַּרְמָהּ.
I briganti rubarono l’asina di rabbi Pinḥas ben Yair. La tennero con loro per tre giorni, ma non mangiò nulla. I briganti dissero: «Finirà per morire e ci farà puzzare la caverna. Restituiamola al suo padrone». La lasciarono andare e l’asina tornò a casa. Quando entrò, ragliò e la sua voce fu riconosciuta. Il padrone disse: «Aprite a quella poveretta e datele da mangiare: sono tre giorni che non assaggia nulla». Le diedero dell’orzo, ma non lo toccò. Dissero allora a rabbi Pinḥas: «Rabbi, le abbiamo dato dell’orzo, ma non ha voluto mangiarlo». Egli domandò: «Ne avete prelevato le decime?». Risposero: «Sì». «Avete eliminato anche il prodotto dubbio, quello per cui si deve sospettare che la decima non sia stata prelevata?». Risposero: «No. Ci è stato insegnato, rabbi, che chi acquista sementi per gli animali, farina per le pelli, olio per le lampade o olio per ungere gli utensili è esente dall’obbligo relativo al prodotto dubbio». Rabbi Pinḥas rispose: «Che cosa posso farci? È lei che è rigorosa con se stessa». (Bereshit Rabbà 60,8)
Ma che cosa significa dire che un asino può essere rigoroso nell’osservanza di una mitzvà?
Se rabbi Pinḥas ben Yair era scrupoloso riguardo agli alimenti e amava Dio «con tutto il cuore e con tutta l’anima», come dice lo Shema‘, allora il suo amore influenzava anche il suo me’od, cioè i beni e le risorse materiali. E quell’influenza arrivava persino agli animali che gli stavano accanto.
Se una persona si comporta con rettitudine, dunque, anche ciò che la circonda si eleva insieme a lei: persino gli asini!
Consideriamo ora un’altra Ghemarà, nel trattato Ta‘anit:
הֲוָה לֵיהּ לְרַבִּי יוֹסֵי דְּמִן יוֹקְרַת חֲמָרָא. כַּד הֲווּ אָגְרִי לֵיהּ כָּל יוֹמָא, לְאוֹרְתָּא הֲווּ מְשַׁדְּרִי לֵיהּ אַגְרָה אַגַּבֵּיהּ, וְאָתְיָא לְבֵי מָרֵיהּ. וְאִי טְפוּ לֵיהּ אוֹ בְּצָרוּ לֵיהּ, לָא אָתְיָא. יוֹמָא חַד אִינְשׁוּ זֻגָּא דְסַנְדָּלֵי עֲלֵיהּ, וְלָא אָזְלָה עַד דְּשָׁקְלוּנְהוּ מִינֵּיהּ, וְהָדַר אָזְלָה.
Rabbi Yosei di Yukrat possedeva un asino. Quando qualcuno lo prendeva a noleggio per un’intera giornata, la sera gli rimandava l’animale con il compenso della giornata sul dorso, ed esso tornava a casa del padrone. Se invece gli davano una somma superiore o inferiore a quella dovuta, l’asino non tornava. Un giorno dimenticarono sul suo dorso un paio di sandali: l’animale non si mosse finché non glieli tolsero; soltanto allora riprese la strada di casa. (Ta‘anit 24a)
Una volta sentii rabbi Ovadia Yosef, di benedetta memoria, commentare questo episodio con una battuta: «Non capisco. Se gli davano meno del dovuto, posso capire che l’asino non si muovesse. Ma se gli davano di più, perché non partiva? Non si può lasciare una mancia all’asino?».
E poi concluse: «Da questo impariamo che chi non prende mance è un asino!».
Naturalmente la Ghemarà non racconta questi episodi per caso. Il suo intento è mostrarci che, poiché rabbi Yosei di Yukrat era così scrupoloso da non accettare nemmeno uno shekel che non gli appartenesse, anche gli animali che vivevano con lui erano influenzati da quella stessa rettitudine.
Ho trovato in un libro una parabola particolarmente efficace.
In un certo Paese, purtroppo, i furti erano diventati molto frequenti. Il re convocò il governo per trovare una soluzione definitiva. Il capo del governo gli disse: «Esiste una sola strada possibile: se giustizieremo uno, due o tre ladri, gli altri smetteranno di rubare!».
Il re approvò: «Benissimo. Così gli altri vedranno e avranno paura!».
Una notte le forze di sicurezza si appostarono in tutta la città. All’improvviso un ladro scese da una grondaia con un sacco in mano. Gli agenti gli saltarono addosso e lo arrestarono. Finalmente avevano preso un ladro!
Lo portarono davanti al re.
«Maestà, avete quarantotto ore per salutare vostra moglie e i vostri figli: poi sarete giustiziato».
«Perché? Che cosa ho fatto?».
«Che cosa avete fatto? Avete rubato!».
«E allora? Da quando si viene messi a morte per un furto?».
«Non avete ascoltato le notizie? È quanto è stato deciso dal governo, e voi sarete il primo a pagarne le conseguenze!».
Il ladro capì che non poteva farci nulla. Si mise in carcere a scrivere il proprio testamento, ma intanto cercava anche un modo per salvarsi. A un certo punto si alzò e chiamò le guardie.
«Signori, posso parlare con il re?».
«Sì».
Si presentò al sovrano e disse: «Maestà, sono comunque destinato a morire e non voglio discutere la vostra decisione. Quello che avete stabilito è legge. Vorrei però lasciarvi un dono: nel giardino di casa mia ho un vaso con alcune piantine che, una volta trapiantate nella terra, producono frutti in quarantotto ore. Le chiamo “piantine turbo”!».
«È questo che volete lasciarmi?», domandò il re.
«Sì. Vorrei che mi ricordaste con benevolenza».
Il re gli promise allora che avrebbe provveduto alla moglie e ai figli, affinché non mancasse loro nulla.
Il ladro aggiunse: «Maestà, c’è un’ultima cosa molto importante. Farò portare qui le piantine, ma dovete sapere che chi le mette a dimora deve avere le mani pulite da ogni furto. Se ha rubato anche un solo shekel che non gli apparteneva, la pianta non crescerà!».
«D’accordo», rispose il re. «Vedremo chi sarà degno di piantarle».
Chiamò il ministro dell’Agricoltura e gli spiegò la situazione: «Tu sei l’esperto in materia. Ecco le piantine. Ma ricordati: se hai mai rubato anche un solo shekel, non cresceranno».
Il ministro cominciò a giustificarsi: «Maestà, quando ero bambino… sapete com’è… una gomma da masticare qui, una caramella là. Chi non ha mai preso qualcosa da piccolo?».
Il re chiamò allora il governatore della Banca centrale.
«Venite a piantarle voi. Ma attenzione: non dovete avere rubato nulla!».
«Senza rubare? Come sarebbe possibile? Quando ero studente, chiesi all’autista un biglietto ridotto per ragazzi di dodici anni, anche se ne avevo diciannove!».
Il re convocò tutti i ministri, da quello delle Finanze a quello dell’Istruzione, ma non riuscì a trovare nessuno che fosse adatto al compito.
A quel punto il ladro intervenne: «Maestà, soltanto voi potete farlo. Siete l’unico che potrebbe essere rimasto puro!».
Il re esitò: «Che cosa volete che vi dica… Anche quando ero piccolo, io… insomma…».
Il ladro lo interruppe: «Maestà, se siete tutti ladri, perché volete impiccare soltanto me?».
Torniamo al nostro argomento. Il Mesillat Yesharim insegna che, quando l’uomo si eleva, eleva con sé il mondo intero; quando invece si degrada, trascina con sé anche il mondo.
Alla luce di questo principio possiamo comprendere ciò che accadde nella generazione del Diluvio. In quel tempo:
כִּי הִשְׁחִית כָּל בָּשָׂר אֶת דַּרְכּוֹ עַל הָאָרֶץ.
Ogni essere di carne aveva corrotto la propria condotta sulla terra. (Genesi 6,12)
Quella corruzione influenzò tutti gli animali, gli uccelli e le bestie.
Rimane però una domanda: dove si trovavano gli animali che non avevano peccato? Rashì spiega che nell’arca furono accolti gli animali che non avevano corrotto la propria condotta. Ma se tutti gli animali erano stati influenzati dagli uomini e avevano peccato, come potevano essercene alcuni rimasti puri?
La risposta è semplice. Nella generazione del Diluvio vi erano nove persone che non avevano peccato: Noè e sua moglie, i loro tre figli con le rispettive mogli, e Metushelach. L’influenza di Noè e della sua famiglia si rifletteva anche sugli animali, impedendo loro di corrompersi.
Gli animali che avevano deviato dalla propria condotta erano stati influenzati dagli esseri umani corrotti; quelli che erano rimasti puri erano invece stati influenzati dai giusti di quella generazione. È lo stesso principio che abbiamo visto negli asini di rabbi Pinḥas ben Yair e di rabbi Yosei di Yukrat: gli animali erano influenzati dalla rettitudine dei loro padroni.
3. I pesci e il peccato di Adamo
A questo punto vorrei affrontare un altro argomento. Nella generazione del Diluvio tutti si corromperono e tutti morirono, a eccezione di una categoria di creature: i pesci.
Se abbiamo detto che la corruzione degli esseri umani influenzò gli animali, gli uccelli e le bestie, perché non influenzò anche i pesci?
Il Maharal, nel Gur Aryeh, spiega che furono gli uomini a indurre gli animali ad accoppiarsi con specie diverse, insegnando loro così a peccare.
Il Pardes Yosef aggiunge che, mentre gli altri animali si accoppiarono con specie differenti dalla propria, ciò non poteva avvenire con i pesci. Come spiega Tosafot, citando il Talmud gerosolimitano nel trattato Kilayim, non è possibile far accoppiare i pesci in quel modo. Non potendo essere indotti a quella trasgressione, essi non peccarono.
Ma allora sorge un’altra domanda: se le acque del Diluvio erano bollenti, come fecero i pesci a non morire?
Il Ramban prende in esame diverse spiegazioni:
אִם כֵּן יִהְיוּ הַדָּגִים מֵתִים, וְאוּלַי הָיָה כְּמוֹ שֶׁאָמְרוּ בְּבְרֵאשִׁית רַבָּה: ״מִכֹּל אֲשֶׁר בֶּחָרָבָה״ — וְלֹא דָּגִים שֶׁבַּיָּם; וְיֵשׁ אוֹמְרִים: אַף הֵן בִּכְלַל נֶאֱסָפִין, אֶלָּא שֶׁבָּרְחוּ לְאוֹקְיָנוֹס…
Se così fosse, i pesci sarebbero morti. Forse le cose andarono come dice Bereshit Rabbà: «Tutto ciò che si trovava sulla terra asciutta» fu distrutto, ma non i pesci del mare. Altri sostengono invece che anche i pesci fossero compresi nella distruzione, ma che riuscirono a fuggire nell’oceano…
Il Ramban continua spiegando che entrambe le possibilità sono plausibili. Le acque bollenti del Diluvio potrebbero essersi mescolate al mare riscaldandone soltanto gli strati superiori, mentre i pesci si rifugiarono nelle profondità. Oppure, i pesci che vivevano nei mari interni, avvertendo il calore dell’acqua, potrebbero essere fuggiti verso l’oceano.
Anche se tutti i pesci dei mari interni fossero morti, la maggior parte dei pesci viveva nell’oceano, dove il Diluvio non arrivò nello stesso modo. La Torà dice infatti che la pioggia cadde sulla terra; dopo il Diluvio, i pesci sarebbero quindi tornati nei mari da cui provenivano.
In ogni caso, osserva il Ramban, i pesci furono salvati: non entrarono nell’arca, come invece fecero gli animali terrestri per conservare le proprie specie. Anche nella descrizione dell’alleanza dopo il Diluvio vengono ricordati gli esseri viventi provenienti dall’arca, ma non i pesci del mare.
Resta una difficoltà: come possiamo comprendere l’opinione secondo cui anche i pesci erano condannati, ma riuscirono comunque a fuggire nell’oceano? Nei Salmi leggiamo:
אָנָה אֵלֵךְ מֵרוּחֶךָ וְאָנָה מִפָּנֶיךָ אֶבְרָח.
Dove potrei andare lontano dal Tuo spirito? Dove potrei fuggire dalla Tua presenza? (Salmi 139,7)
Come si può fuggire da Dio?
Lo Yedei Moshe propone un’interpretazione originale. L’espressione secondo cui anche i pesci erano stati raccolti può significare che erano compresi nell’ordine di raccogliere gli animali nell’arca: Dio avrebbe voluto che fossero salvati due esemplari di ogni specie, come per gli altri animali, mentre tutti gli altri sarebbero stati distrutti.
Secondo questa interpretazione, le coppie di pesci destinate a garantire la sopravvivenza delle specie fuggirono nell’oceano, dove poterono riprodursi. Non avevano bisogno dell’arca, perché vivevano nell’acqua, mentre gli animali terrestri non avevano alcun luogo in cui rifugiarsi, dato che l’acqua ricopriva tutto il mondo.
In questo modo si risolve anche la difficoltà posta dal versetto dei Salmi: non tutti i pesci riuscirono a salvarsi, ma soltanto gli esemplari necessari alla conservazione delle specie; gli altri furono effettivamente distrutti.
Passiamo ora al tema dei pesci.
Quando arriva la vigilia dello Shabbat, Dio ci conceda di mangiare pesce! Credo che non esista famiglia in Israele che non mangi pesce, ciascuna secondo le proprie abitudini.
Ma perché mangiamo pesce?
La Ghemarà afferma:
בַּמֶּה מְעַנְּגוֹ? רַב יְהוּדָה בְּרֵיהּ דְּרַב שְׁמוּאֵל בַּר שִׁילַת מִשְּׁמֵיהּ דְּרַב אָמַר: בִּתְבַשִּׁיל שֶׁל תַּרְדִּין וְדָגִים גְּדוֹלִים וְרָאשֵׁי שׁוּמִין.
Con che cosa si onora lo Shabbat? Rav Yehudà, figlio di Rav Shemuel bar Shilat, a nome di Rav, disse: con una pietanza di bietole, pesci grandi e teste d’aglio. (Shabbat 118b)
E chi non ha abbastanza denaro?
La Ghemarà risponde:
אָמַר רַב פָּפָּא: כָּסָא דְהַרְסְנָא — יֹאכַל סַרְדִּין.
Rav Pappa disse: se non può permettersi altro, mangi sardine fritte nell’olio. (Shabbat 118b)
Ognuno può onorare lo Shabbat come preferisce: l’importante è celebrarlo con piacere e dignità.
Ho trovato questi insegnamenti nel libro di rabbi Tzadok ha-Kohen di Lublino. Per capire che cosa vi si nasconde, dobbiamo esaminare un’altra domanda.
La Ghemarà, nel trattato Ḥullin, afferma:
דָּרַשׁ עוֹבֵר גַּלִּילָאָה: בְּהֵמָה שֶׁנִּבְרֵאת מִן הַיַּבָּשָׁה — הֶכְשֵׁרָהּ בִּשְׁנֵי סִימָנִים; דָּגִים שֶׁנִּבְרְאוּ מִן הַמַּיִם — הֶכְשֵׁרָן בְּלֹא כְלוּם; עוֹף שֶׁנִּבְרָא מִן הָרֶקֶק — הֶכְשֵׁרוֹ בְּסִימָן אֶחָד.
Un insegnamento di un maestro galileo: per rendere lecita una bestia, creata dalla terraferma, occorre recidere entrambi i segni rituali; per i pesci, creati dall’acqua, non occorre alcun segno; per gli uccelli, creati dal fango, basta recidere un solo segno. (Ḥullin 27b)
Riassumiamo: per la macellazione rituale di un animale terrestre devono essere recisi entrambi i segni, cioè la trachea e l’esofago. Se ne viene reciso uno solo, l’animale non è kasher. Per gli uccelli, che furono creati da una mescolanza di terra e acqua, è sufficiente un segno solo, in corrispondenza della componente terrestre. Per i pesci non è necessaria alcuna macellazione rituale: catturarli è sufficiente. Una volta tolti dall’acqua, si possono mettere direttamente in padella!
Che cosa significa tutto questo?
Ibn Ezra, nel commento alla parashà di Bereshit, osserva che Dio stesso diede il nome a cinque cose. La Torà afferma:
וַיִּקְרָא אֱלֹהִים לָרָקִיעַ שָׁמָיִם, וַיְהִי עֶרֶב וַיְהִי בֹקֶר יוֹם שֵׁנִי.
Dio chiamò il firmamento «Cielo». Fu sera e fu mattina: secondo giorno. (Genesi 1,8)
Ibn Ezra commenta:
וַיִּקְרָא. חֲמִשָּׁה דְּבָרִים קְרָאָן הַשֵּׁם, כִּי אֵין אָדָם, וְהֵם אוֹר וְחֹשֶׁךְ וְשָׁמַיִם וְאָרֶץ וְיַמִּים, וְאָדָם כֵּן.
«Chiamò»: cinque cose furono nominate da Dio, perché allora non esisteva ancora l’uomo: la luce, le tenebre, il cielo, la terra e i mari. Anche l’uomo ricevette un nome.
Dare un nome non è un atto banale. Ne abbiamo parlato nella parashà della settimana scorsa, quando abbiamo letto il racconto della creazione dell’uomo.
Il Midrash racconta:
אָמַר רַבִּי אַחָא: בְּשָׁעָה שֶׁבָּא הַקָּדוֹשׁ בָּרוּךְ הוּא לִבְרֹאת אֶת הָאָדָם, נִמְלַךְ בְּמַלְאֲכֵי הַשָּׁרֵת. אָמַר לָהֶן: ״נַעֲשֶׂה אָדָם״. אָמְרוּ לוֹ: אָדָם זֶה מַה טִּיבוֹ? אָמַר לָהֶן: חָכְמָתוֹ מְרֻבָּה מִשֶּׁלָּכֶם. הֵבִיא לִפְנֵיהֶם אֶת הַבְּהֵמָה וְאֶת הַחַיָּה וְאֶת הָעוֹף, אָמַר לָהֶם: זֶה מַה שְּׁמוֹ? וְלֹא הָיוּ יוֹדְעִין. הֶעֱבִירָן לִפְנֵי אָדָם, אָמַר לוֹ: זֶה מַה שְּׁמוֹ? אָמַר: זֶה שׁוֹר, זֶה חֲמוֹר, זֶה סוּס וְזֶה גַּמָּל. וְאַתָּה מַה שְּׁמֶךָ? אָמַר לוֹ: אֲנִי נָאֶה לְהִקָּרֵא אָדָם, שֶׁנִּבְרֵאתִי מִן הָאֲדָמָה. וַאֲנִי מַה שְּׁמִי? אָמַר לוֹ: לְךָ נָאֶה לְהִקָּרְאוֹת אֲדֹנָי, שֶׁאַתָּה אָדוֹן לְכָל בְּרִיּוֹתֶיךָ.
Rabbi Aḥa disse: quando il Santo, benedetto Egli sia, stava per creare l’uomo, si consultò con gli angeli del servizio e disse loro: «Facciamo l’uomo». Essi gli domandarono: «Che cosa avrà di speciale quest’uomo?». Dio rispose: «La sua sapienza sarà superiore alla vostra». Portò davanti a loro gli animali domestici, le bestie selvatiche e gli uccelli, e domandò: «Come si chiama questo?». Gli angeli non lo sapevano. Allora Dio li fece passare davanti all’uomo e gli chiese: «Come si chiama questo?». L’uomo rispose: «Questo è un bue, questo un asino, questo un cavallo e questo un cammello». Dio gli domandò: «E tu, come ti chiami?». L’uomo rispose: «È giusto chiamarmi Adam, perché sono stato creato dalla terra (adamà)». E Dio gli chiese: «E come devo chiamarmi Io?». L’uomo rispose: «È giusto chiamarti Adonai, perché sei il Signore di tutte le Tue creature». (Bereshit Rabbà 17,4)
Dunque, Adam ha-Rishon diede un nome a ogni cosa, tranne a una categoria: i pesci.
I pesci sono gli unici animali ai quali non furono attribuiti nomi. Lo osserva il Ba‘al ha-Turim nel commento alla parashà di Shemini.
Perché l’uomo non diede loro un nome? Il Midrash Talpiyot, citando il Minḥah Belulah, spiega che Dio fece passare davanti ad Adam tutti gli animali terrestri e gli uccelli, affinché potesse dare loro un nome. I pesci, però, non potevano essere tirati fuori dall’acqua senza morire; per questo non furono portati davanti a lui.
Fin qui gli insegnamenti dei nostri Maestri. Possiamo ora aggiungere un altro tassello.
Esiste una raccolta molto nota, chiamata Pirkè Shirà, che alcuni recitano e altri si limitano a leggere nelle sue belle illustrazioni. Quando cercavo di capire perché i pesci non avessero nomi, pensai che forse avrei trovato una risposta proprio lì. E, con l’aiuto di Dio, trovai qualcosa di molto interessante.
Che cosa dicono i pesci?
דָּגִים אוֹמְרִים: קוֹל ה׳ עַל הַמָּיִם, אֵל הַכָּבוֹד הִרְעִים, ה׳ עַל מַיִם רַבִּים.
I pesci dicono: «La voce del Signore è sulle acque; il Dio della gloria tuona, il Signore sulle grandi acque». (Salmi 29,3; Pirkè Shirà)
Il libro Siaḥ Yitzḥak pone una domanda: perché la formula dice «i pesci dicono», al plurale, mentre per gli altri animali si usa il singolare — «l’asino dice», «il cammello dice» e così via?
La risposta è che i pesci non hanno nomi distinti: tutti pronunciano la stessa frase. Gli altri animali, invece, hanno ricevuto nomi diversi e ciascuno esprime qualcosa di proprio.
Ma perché i pesci dicono precisamente «La voce del Signore è sulle acque»?
Il libro Shirat Yitzḥak propone un principio meraviglioso. I pesci rendono omaggio a Dio come se dicessero: «Signore del mondo, guarda: nella generazione del Diluvio tutti corrompevano la propria condotta. Gli unici ad ascoltare la Tua voce siamo stati noi, i pesci!». Per questo cantano: «La voce del Signore è sulle acque»: soltanto coloro che vivevano nell’acqua hanno ascoltato la Sua voce.
Il gaon rabbi Ḥayyim Kanievsky, nel Perek be-Shir, aggiunge:
דָּגִים אוֹמְרִים ״קוֹל ה׳ עַל הַמָּיִם״ וכו׳. בִּבְכוֹרוֹת ח׳ ע״א מְבֹאָר דְּדָג מְשַׁמֵּשׁ פָּנִים כְּנֶגֶד פָּנִים כְּאָדָם, הוֹאִיל וְדִבְּרָה עִמּוֹ שְׁכִינָה, שֶׁנֶּאֱמַר ״וַיֹּאמֶר ה׳ לַדָּג״. וְזֶהוּ ״קוֹל ה׳ עַל הַמָּיִם״, שֶׁדִּבְּרָה עִמּוֹ שְׁכִינָה, וְזֶה נִכָּר מִטִּבְעוֹ שֶׁמְּשַׁמֵּשׁ כְּאָדָם, וְזֶהוּ הַשִּׁירָה שֶׁלּוֹ.
I pesci dicono: «La voce del Signore è sulle acque». Nel trattato Bekhorot 8a si spiega che il pesce si accoppia faccia a faccia, come l’uomo, poiché la Presenza divina gli parlò, come è scritto: «Il Signore parlò al pesce». Questo è il significato di «La voce del Signore è sulle acque»: la Presenza divina parlò al pesce, e ciò si riflette nella sua natura, perché si accoppia come l’essere umano. Questa è la sua poesia.
Vorrei ora passare a un altro punto, che ci aiuterà a comprendere meglio la natura dei pesci.
Nella parashà della settimana scorsa abbiamo letto che il serpente sedusse Eva e la indusse a mangiare dall’albero della conoscenza del bene e del male. La Torà racconta:
וַתֹּאכַל וַתִּתֵּן גַּם לְאִישָׁהּ עִמָּהּ וַיֹּאכַל.
Ella ne mangiò, poi ne diede anche a suo marito, che era con lei, ed egli ne mangiò. (Genesi 3,6)
Rashì commenta la parola «anche»:
גַּם — לְרַבּוֹת כָּל בְּהֵמָה וְחַיָּה.
«Anche»: per includere tutti gli animali domestici e le bestie selvatiche.
In altre parole, Eva prese il frutto dell’albero della conoscenza e invitò tutti gli animali a mangiarne: «Dai, assaggia anche tu! E tu, prendine un boccone!». E tutti mangiarono.
Ma come potevano gli animali sapere che non dovevano mangiare quel frutto?
I nostri Maestri raccontano che una creatura, chiamata ‘of ha-ḥol, l’uccello ḥol, rifiutò di mangiare e per questo ottenne una vita senza fine.
Il Midrash racconta:
וַתִּקַּח מִפִּרְיוֹ וַתֹּאכַל. אָמַר רַבִּי אַיְבוּ: סָחֲטָה עֲנָבִים וְנָתְנָה לוֹ. רַבִּי שִׂמְלַאי אָמַר: בְּיִשּׁוּב הַדַּעַת בָּאת עָלָיו… רַבָּנָן אָמְרֵי: הִתְחִילָה מְיַלֶּלֶת עָלָיו בְּקוֹלָהּ. ״גַּם״ — רִבּוּי: הֶאֱכִילָה אֶת הַבְּהֵמָה וְאֶת הַחַיָּה וְאֶת הָעוֹפוֹת; הַכֹּל שָׁמְעוּ לָהּ חוּץ מֵעוֹף אֶחָד, וּשְׁמוֹ חוֹל. הֲדָא הוּא דִכְתִיב: ״וְכַחוֹל אַרְבֶּה יָמִים״. דְּבֵי רַבִּי יַנַּאי אָמְרֵי: אֶלֶף שָׁנָה הוּא חַי, וּבְסוֹף אֶלֶף שָׁנָה אֵשׁ יוֹצְאָה מִקִּנּוֹ וְשׂוֹרַפְתּוֹ, וּמִשְׁתַּיֵּר בּוֹ כְּבֵיצָה וְחוֹזֵר וּמְגַדֵּל אֵבָרִים וָחָי. רַבִּי יוּדָן בְּרַבִּי שִׁמְעוֹן אוֹמֵר: אֶלֶף שָׁנִים חַי, וּלְבַסּוֹף אֶלֶף שָׁנִים גּוּפוֹ כָּלֶה וּכְנָפָיו מִתְמָרְטִין, וּמִשְׁתַּיֵּיר בּוֹ כְּבֵיצָה וְחוֹזֵר וּמְגַדֵּל אֵבָרִים.
«Ella prese dal suo frutto e mangiò». Rabbi Aivo disse: spremette dell’uva e gliela diede. Rabbi Simlai disse: lo persuase con ragionamenti. I Maestri dissero: cominciò a piangere davanti a lui, lamentandosi ad alta voce. La parola «anche» è inclusiva: Eva diede da mangiare agli animali domestici, alle bestie selvatiche e agli uccelli; tutti le diedero ascolto, tranne un solo uccello, chiamato ḥol. A questo si riferisce il versetto: «E come il ḥol moltiplicherò i miei giorni» (Giobbe 29,18). I discepoli di rabbi Yannai insegnano che vive mille anni e, alla fine dei mille anni, un fuoco esce dal suo nido e lo brucia; ne rimane soltanto qualcosa della grandezza di un uovo, dal quale ricrescono gli arti ed esso torna a vivere. Rabbi Yudan figlio di rabbi Shimon dice che vive mille anni; al termine di quel periodo il corpo si consuma, le ali cadono e rimane soltanto qualcosa della grandezza di un uovo, dal quale ricrescono gli arti. (Bereshit Rabbà 19,5)
Perché questo uccello si rinnova proprio ogni mille anni?
Adamo aveva peccato e Dio gli aveva detto:
בְּיוֹם אֲכָלְךָ מִמֶּנּוּ מוֹת תָּמוּת.
Nel giorno in cui ne mangerai, morirai. (Genesi 2,17)
Ora, secondo un insegnamento dei nostri Maestri, un giorno di Dio equivale a mille anni, come recita il Salmo:
כִּי אֶלֶף שָׁנִים בְּעֵינֶיךָ כְּיוֹם אֶתְמוֹל כִּי יַעֲבֹר.
Perché mille anni ai Tuoi occhi sono come il giorno di ieri, quando è passato. (Salmi 90,4)
Poiché l’uccello ḥol non aveva peccato, ogni mille anni riceve una nuova vita.
Il Midrash non sviluppa ulteriormente questo punto, ma rabbi Tzadok, nel commento alla parashà di Vayakhel, lo affronta.
La Torà racconta ancora:
וַתֹּאכַל וַתִּתֵּן גַּם לְאִישָׁהּ עִמָּהּ וַיֹּאכַל.
Ella ne mangiò, poi ne diede anche a suo marito, che era con lei, ed egli ne mangiò. (Genesi 3,6)
Chi, invece, non mangiò? I pesci!
Secondo rabbi Tzadok ha-Kohen, da questo si deduce che i pesci furono gli unici a non trasgredire il comandamento di Dio.
Se i pesci non mangiarono dall’albero della conoscenza, possiamo comprendere meglio perché siano associati al piacere dello Shabbat. La Ghemarà insegna che lo Shabbat è un assaggio del mondo futuro e che, durante questo giorno, l’uomo dovrebbe correggere ciò che Adamo fece quando mangiò dall’albero della conoscenza il sesto giorno della creazione. Che cosa dovrebbe mangiare, allora, durante lo Shabbat?
La Ghemarà risponde:
בִּתְבַשִּׁיל שֶׁל תַּרְדִּין וְדָגִים גְּדוֹלִים.
Una pietanza di bietole e pesci grandi. (Shabbat 118b)
E se non si possono avere pesci grandi, si possono mangiare quelli piccoli: sono comunque creature che, secondo questa interpretazione, non parteciparono al peccato originario.
Ci resta un ultimo passaggio.
Torniamo al terzo giorno della creazione. Che cosa accadde quel giorno? Dio comandò alla terra di produrre alberi nei quali il sapore del frutto fosse uguale a quello dell’albero stesso. Ma la terra non ascoltò e non eseguì il comando divino.
Il Ḥizkuni commenta:
״עֵץ פְּרִי״ — וְהִיא לֹא עָשְׂתָה כֵּן, וּבַדְּשָׁאִים הוֹצִיאָה לְמִינֵיהֶם יוֹתֵר מִשֶּׁנִּצְטַוְּתָה. מִכָּאן יֵשׁ לִלְמֹד שֶׁלְּטוֹבָה נִתְכַּוְּנָה, לְפִי שֶׁכַּמָּה אִילָנוֹת יֶחְסְרוּ אִם הָעֵץ עַצְמוֹ כְּפִרְיוֹ; וְאַף עַל פִּי כֵן, כְּשֶׁנִּתְקַלֵּל אָדָם עַל עֲוֹנוֹ, נִפְקְדָה גַּם הִיא וְנִתְקַלְּלָה, דְּבְּהֶדְיָא כִּבְשֵׁי דְּרַחֲמָנָא לָמָּה לָהּ.
«Alberi da frutto»: la terra non fece quanto le era stato comandato e produsse le piante erbacee secondo le loro specie in misura maggiore di quanto le fosse stato ordinato. Da ciò si può dedurre che agì con buone intenzioni: quanti alberi sarebbero andati perduti se il tronco avesse avuto lo stesso sapore del frutto! Eppure, quando l’uomo fu maledetto a causa del suo peccato, anche la terra fu chiamata in causa e maledetta, perché non avrebbe dovuto interferire nei disegni nascosti del Misericordioso.
In altre parole, la terra ragionò così: se il sapore del tronco fosse stato uguale a quello del frutto, gli animali non avrebbero avuto bisogno di arrampicarsi sugli alberi per raggiungere i frutti. Avrebbero potuto mangiare direttamente il tronco. Nel giro di poco tempo, tutti gli alberi sarebbero stati distrutti. Per questo la terra decise di modificare il comando del Creatore.
I libri chassidici aggiungono che la terra agì in quel modo perché voleva proteggere Adamo.
Sapeva che Dio avrebbe creato l’uomo proprio dalla terra. Perciò pensò: «Se io pecco e Dio crea da me il primo uomo, che poi a sua volta pecca, Dio gli domanderà: “Perché hai mangiato dall’albero della conoscenza?”. L’uomo potrà rispondere: “Signore del mondo, mi hai creato dalla terra, e anche la terra ha peccato! Perché ti sorprendi che anch’io abbia peccato?”».
Alla luce di questo ragionamento, torniamo alle parole della Ghemarà in Ḥullin.
Il maestro galileo insegna che la bestia, creata dalla terraferma, deve essere macellata recidendo due segni rituali. Perché proprio due? Perché proviene dalla terra, che ha peccato, e deve quindi essere sottoposta a una correzione più completa.
L’uccello, invece, fu creato dal fango, una mescolanza di terra e acqua. Poiché soltanto una delle sue componenti è la terra, è sufficiente un solo segno rituale. I pesci, creati dall’acqua, non hanno bisogno di alcun segno.
Questo ci permette di comprendere un altro insegnamento dei nostri Maestri: perché i pesci non hanno nomi?
I nomi furono attribuiti agli animali e agli esseri umani in relazione alla correzione del peccato di Adamo. I nostri Maestri insegnano che dal Cielo viene guidata anche la scelta dei nomi che i genitori danno ai propri figli: un nome esprime una funzione, un compito.
Ma perché ognuno dovrebbe avere un compito specifico?
Perché tutti discendiamo, sul piano dell’anima, dal primo uomo. Ciascuno porta in sé una parte delle conseguenze del suo peccato e ha quindi un ruolo particolare nella sua correzione. I pesci, invece, non avendo partecipato al peccato di Adamo, non devono correggerlo e, secondo questa interpretazione, non hanno bisogno di nomi.
Se le cose stanno così, accostiamoci allo Shabbat con timore reverenziale e mangiamo pesce. Attraverso questo gesto possiamo contribuire alla correzione del peccato di Adamo. Ma la correzione completa non consiste soltanto nel mangiare pesce: consiste soprattutto nell’obbedire a Dio. Così potremo meritare presto la redenzione definitiva, ai nostri giorni. Amen e amen!
