(da un articolo di Rav Ari Kahn)
Molti di noi hanno studiato per la prima volta le sezioni narrative della prima parte della Torah quando ancora erano bambini. Queste storie sono talmente radicate nella nostra formazione elementare, da entrare a far parte della nostra memoria collettiva e della nostra coscienza, ed è bene che sia così. D’altra parte, proprio perché abbiamo imparato queste storie da bambini, spesso ci è familiare una versione edulcorata del testo. Quello che ricordiamo sono gli elementi della storia adatti ai minori, ma ciò che è troppo duro è andato perso. Un tipico esempio di questa dinamica è la storia del diluvio. Ogni bambino ricorda una storia molto graziosa, nella quale Noach accudisce gli animali nell’arca e si prende cura di loro. Questa narrazione è molto differente dalla storia di peccato e di distruzione che la Torah presenta. La parashah di Bereshit si chiude con la descrizione del quadro che precede il diluvio. Una società segnata dalla corruzione, dalla violenza, dalle libertà sessuali dei potenti, membri delle famiglie più importanti che approfittavano delle donne delle classi inferiori e più deboli. Questi potenti sono chiamati Benè eloqim, termine che in questo contesto, come altre volte nel Tanakh, significa probabilmente giudici. Questi membri privilegiati della società, i più istruiti, quelli che ci aspetteremo essere i più affini agli ideali di giustizia, furono proprio quelli che abusarono del proprio ruolo dominante. Gli stessi giudici non hanno intrapreso alcuna azione per fermare questa ondata di immoralità. Quantomeno si sono mostrati impotenti di fronte a questa situazione. Questa descrizione richiama un parallelo inaspettato.
All’inizio del secondo libro della Torah troviamo un’altra tevah, oltre a quella di Noach. Questa volta un bambino, vittima di una politica chiaramente razzista in Egitto, è posto in una cesta, unica fragile speranza di sopravvivenza per un maschio ebreo in quella società. Sappiamo bene come la storia proceda. Cresciuto, Moshè esce per vedere il mondo reale ed il destino dei suoi fratelli, e trova di fronte a sé un abuso: un egiziano che picchia uno schiavo ebreo indifeso. La tradizione rabbinica ci dà una versione più dettagliata del litigio. L’egiziano aveva approfittato della moglie dello schiavo, sfruttando la propria posizione, introducendosi di notte nella sua casa. Quando lo schiavo scoprì quanto era avvenuto, coraggiosamente affrontò il padrone, ma venne ridicolizzato e picchiato quasi a morte. Vedendo tutto questo Moshè, cresciuto nel palazzo dei più potenti della terra, ma biologicamente fratello degli schiavi deboli e indifesi, si oppone. Non è un caso che anche Moshè si trovi in una tevah. Questa viene perché c’era un’intera cultura basata sulla violenza. Il mondo era contaminato. Come un gigantesco miqveh le acque del diluvio purificarono un mondo ormai irreparabilmente corrotto. E così è per Moshè. In Shemot troviamo una storia in miniatura rispetto a quella di Bereshit, perché il Signore aveva promesso di non distruggere più il mondo con l’acqua. Solo i colpevoli, gli egiziani, questa volta vengono puniti affogando nel Mar Rosso. Dopo questa seconda purificazione, Moshè guida il popolo ebraico sul monte Sinai, dove compare un nuovo elemento purificatore, la Torah, che sovente viene descritta come acqua di vita. Questa educherà gli uomini a prendersi cura dei deboli, a proteggere i vulnerabili, e soprattutto a non soddisfare i nostri desideri a discapito degli altri, come era avvenuto in precedenza.
