(in onore del Bar Mitzwah di Ben Even)
Caro Ben,
Anzitutto benvenuto nel club di coloro che hanno festeggiato il proprio Bar Mitzwah nella Parashat Mishpatim: un club di cui… mi sono autoeletto presidente democraticamente molti anni fa!
Ho molto apprezzato il piccolo chiddush che hai introdotto nel Tuo discorso: quando la Torah sembra asseverare l’idea dell’esistenza di un “nemico” si riferisce in realtà non a un antagonista di principio, con cui abbiamo una vera e propria discordia, ma un semplice concorrente. E’ un’interpretazione molto sportiva, come Tu stesso hai rilevato. Che Tu sia uno sportivo e che Ti piaccia gareggiare non mi stupisce affatto. Ricordo bene il giorno del Tuo Berit Milah, esattamente tredici anni fa. Era una domenica mattina e raggiungemmo la Tua abitazione dopo aver attraversato la città avvolta in un clima di pace surreale. Perché? Perché era il primo giorno delle Olimpiadi invernali del 2006! Credo di non aver mai più respirato da nessuna parte un’aria così distesa. Solo le Olimpiadi, evidentemente, hanno un simile potere sul cuore della gente. In quel clima positivo sei nato Tu.
Ma la Tua è soprattutto un’interpretazione di grande attualità. Oggi viviamo in un mondo basato sull’idea di concorrenza, anche al di fuori del puro divertimento e dello sport. Oggi tutto appare relativizzato, persino l’inimicizia. Il nemico eterno non esiste forse più. Può essere un bene. Ma la sfida non è meno impegnativa. Non esiste occasione nella nostra vita in cui non siamo costretti a misurarci con qualcun altro, che sia un esame, un concorso, un progetto, un punteggio, una votazione ecc. La Torah non rigetta a priori questo approccio. Al contrario. La scorsa settimana leggendo l’ultimo dei Dieci Comandamenti abbiamo imparato che è proibito desiderare la proprietà degli altri, con una sola eccezione. I nostri Maestri insegnano che Qin’at Soferim tarbeh Chokhmah. Ho il permesso di invidiare chi è più sapiente di me. Questo infatti mi spingerà ad incrementare il mio studio senza sottrarre niente al suo. La sapienza in generale risulterà aumentata, senza torti per nessuno.
L’idea di competizione, afferma un Midrash (Shabbat 88b, Shemot Rabbà 28,1; 30,5; Midrash Tehillim 68,19), fu messa in atto nel momento in cui Moshe salì sul Monte Sinai per ricevere la Torah. Hitgoshashta, “hai fatto la lotta”, dicono i nostri Maestri rivolgendosi a Moshe. Con chi? Con gli angeli, che avrebbero voluto che la Torah rimanesse in Cielo. Troppo vili gli esseri umani, troppo materiali per meritarsi un dono simile. Moshe con grande umiltà si fece guidare da H. e rispose punto per punto alle loro contestazioni. Gli angeli non hanno patito la schiavitù d’Egitto per meritare la Mitzwah del riposo dello Shabbat. Gli angeli non hanno corpo perché il divieto di uccidere li riguardi. E così via. L’uomo ha vinto, benché gli angeli fossero creature superiori. Questo ci insegna che in una competizione chiunque può vincere, anche chi è dato per perdente. Nulla è acquisito a priori. La prima sfida di ciascuno di noi non è con l’avversario, ma con il pronostico.
Il Midrash si conclude dicendo che alla fine gli angeli riconobbero la grandezza dell’uomo proprio in quanto uomo, Adàm. R. Itzchaq Magrizos nel suo popolare commento Me-‘am Lo’ez (a Tehillim 68,19) spiega il concetto con una metafora. C’era una volta un uomo povero di mezzi, ma distinto nei modi. Aveva bisogno di soldi e si lamentò della sua condizione con un ricco impresario. L”impresario capì la sua nobiltà d’animo e decise di aiutarlo: gli disse di rivolgersi al capo del personale della sua ditta: certamente l’avrebbe aiutato. Quando si presentò all’impiegato, il povero pensava di ricevere una bella somma e invece… Il capo del personale si limitò a consegnargli il distintivo d’oro che tutti i lavoratori di quell’impresa portavano come segno di appartenenza. Il povero non capì il senso di quel dono e si lamentò. Come avrebbe potuto procurarsi da vivere con un distintivo? Il capo del personale gli rispose: Sappi che questo distintivo è un dono assai più prezioso di qualsiasi somma di denaro che avresti potuto ricevere dal padrone. Se infatti ti avesse dato dei soldi, li avresti spesi subito e forse sarebbero andati perduti. Ora che Ti ha dato il distintivo della ditta, puoi accedere a tutti i suoi benefici in qualsiasi momento.
Questa mattina abbiamo letto che il popolo ebraico alla ricerca di un sostegno si è rivolto al S.B. Il S.B. lo ha affidato a Moshe Rabbenu il quale, invece di darci un aiuto materiale una tantum, ci ha consegnato la Torah: il segno distintivo di appartenenza all’impresa celeste, collocandoci sullo stesso piano dei Suoi dipendenti, gli angeli. Caro Ben, Ti auguro ogni successo! Il denaro e il business sono senz’altro importanti, ma più rilevante ancora nella vita è avere un sistema di valori cui riferirsi sempre, che per noi Ebrei è la Torah. E’ la Torah a fare di un essere umano un Adàm, un Uomo con la U maiuscola. Il Tuo nome è significativo: ti chiami Ben Even. Nome e cognome nel Tuo caso coincidono, con la sola aggiunta di una alef all’inizio del cognome, che trasforma Ben in Even. La alef è l’iniziale di Adàm. Ora che sei diventato uomo, sii un Uomo.
Con profondo affetto,Rav Somekh
