Skip to content Skip to sidebar Skip to footer

Cultura ebraica a tutto campo

0 items - €0,00 0

Maamàr

מאמר Articoli scientifici su argomenti specializzati

Un’antica parodia  del pregiudizio

Il Targum Shenì aramaico di Ester 3, 8 - Versione aggiornata 2025

Introduzione

Il witz ebraico non è un’invenzione di Woody Allen. L’ironia, in quanto contiene una contrarietà che suscita ilarità e per questo si presta a esprimere una critica, assolve a una fondamentale funzione etica: consente di esprimere liberamente un giudizio senza offendere, mascherandolo dietro parole di apprezzamento[1]. “Non significa che se uno riceve un’offesa debba rimanere fermo come una pietra per non controbattere, come se in questo modo avvalorasse le accuse rivoltegli… Piuttosto è opportuno che il saggio risponda dolcemente con ironia senza tuttavia adirarsi, perché ‘l’ira alberga in grembo agli stolti’” (Qohelet 7, 9; Sefer ha-Chinnukh, Prec. 338, “Non offendere”). L’ironia nei confronti dei potenti trova forse la sua massima espressione ebraica nella Meghillat Ester: il re Achashverosh pretende di dominare su tutto il suo vasto regno “in modo che ognuno sia padrone in casa sua” ma in definitiva non riesce a farsi obbedire neppure dalla moglie: in quell’occasione si fece suggestionare a prendere sotto l’effetto del vino una decisione di cui, appena risvegliatosi la mattina dopo, ebbe a pentirsi. E così Haman adorava se medesimo come un dio al punto di far approvare dal re, contro i suoi stessi interessi economici, la decisione di sterminare un intero popolo per un’offesa personale. Ma l’ironia diventa acuta allorché è diretta verso il soggetto e sa trasformarsi in autoironia. Allora possiamo ironizzare sui nostri difetti accertati, ma anche su quelli presunti, anziché adirarci contro chi ce li attribuisce. La forma più alta, infine, è manifestata da chi riesce a ridere persino delle proprie sventure.

Read More