Tratto da alcuni Shiurim di Rav Y. Metzgher
La Parashat Ki Tavò si apre con il solenne precetto delle primizie: «Prenderai delle primizie di ogni frutto della terra… le porrai in una cesta e andrai al luogo che HaShem tuo D-o avrà scelto» (Devarim 26:2). La Mishnà (Bikkurim 3:8) descrive però una scena visivamente contrastante: «I ricchi portavano i loro Bikkurim in recipienti d’argento e d’oro, mentre i poveri li portavano in ceste di rami di salice scortecciato; le ceste e i Bikkurim venivano donati ai Kohanim». Sorge subito un paradosso, commentato da Rabbenu Ovadia da Bartenura con l’adagio talmudico: « La povertà corre dietro al povero » (Bava Kammà 92a). Al ricco veniva restituito il suo prezioso vaso d’oro, mentre all’indigente veniva trattenuta persino l’umile cesta.
In una precedente riflessione avevamo già illustrato alcune spiegazioni di questa apparente disparità:
La tutela della dignità: Il ricco disponeva di frutti perfetti in abbondanza; il povero, avendo pochi alberi, poneva i frutti migliori in cima e quelli modesti sotto. Per non svergognarlo svuotando il cesto, il Kohen lo ritirava interamente.
L’umiltà gradita ad HaShem: I metalli preziosi rischiano di destare superbia («Ogni cuore altero è abominio per HaShem», Mishlè 16:5), mentre l’umiltà del povero («Uno spirito contrito è gradito a D-o», Tehillim 51:19) veniva accolta ed elevata.
Il segno di benedizione (Siman Berachà): Il Kohen ritirava il cesto augurando: “L’anno prossimo non verrai con questa cesta, ma con recipienti d’oro”.
Rimane però una domanda ancora più profonda, sollevata dal Tosefot Yom Tov (Bikkurim 3:8). La Torà e i Saggi hanno sempre istituito standard uniformi per non creare disuguaglianze umilianti:
A Tù BeAv, le figlie d’Israele danzavano nei vigneti indossando abiti bianchi presi in prestito, «per non umiliare chi non possedeva» (Mishnà, Taanit 4:8; Talmud Bavli, Taanit 26b).
Per i Tachrichim (sudari funebri), Rabban Gamliel dispose l’uso di semplici teli di lino affinché l’onere economico non spingesse i poveri ad abbandonare i propri defunti per vergogna (Talmud Bavli, Moed Katan 27b).
Persino nella Mishnà precedente (Bikkurim 3:7), i Chachamim stabilirono che la dichiarazione fosse letta parola per parola a tutti — sia a chi sapeva recitarla sia a chi era analfabeta — proprio per non far sentire inadeguato chi non sapeva leggere. Perché allora, nella Mishnà 8, i Maestri permettono al ricco di arrivare con l’oro e al povero con il vimini?
Il commento del Malbim rivoluziona completamente la prospettiva psicologica ed esistenziale: il povero non aveva affatto di che vergognarsi. Il ricco poteva comprare un cesto sontuoso delegando la spesa al proprio denaro; il povero, invece, andava personalmente lungo i fiumi, raccoglieva i rami di salice, li scortecciava e intrecciava la cesta con le proprie dieci dita. In quelle fibre non c’era solo un recipiente, ma la sua dedizione, il suo tempo e la sua fatica interiore.
In Cielo, il valore non è misurato dall’apparenza esteriore, ma dallo sforzo impresso nell’atto («Mangiando della fatica delle tue mani, sarai felice e avrai del bene», Tehillim 128). Quella cesta intrecciata a mano saliva direttamente sull’altare perché era impregnata dell’anima di chi l’aveva creata.
È una lezione straordinaria per la nostra Avodat HaShem. Noi siamo abituati a confrontare i risultati: quanto uno studia, quante mitzvot compie, quanto riesce a pregare con kavanà. Ma non conosciamo quasi mai la fatica nascosta dietro quei risultati. Per qualcuno studiare un’ora è naturale; per un altro conquistare venti minuti significa combattere contro stanchezza e distrazioni. Per qualcuno alzarsi per Shachrit è un’abitudine; per un altro ogni mattina è una piccola battaglia. Esteriormente vediamo soltanto i frutti. HaShem vede anche la cesta. È il principio insegnato da Ben He He: “secondo lo sforzo è la ricompensa” (Pirkei Avot 5:23). Forse per questo Chazal non hanno reso uguali quelle ceste: perché davanti ad HaShem uguaglianza non significa essere identici. Ognuno arriva con il proprio recipiente, costruito attraverso la propria storia, possibilità e difficoltà. Il recipiente d’oro acquisito senza sforzo viene restituito. La semplice cesta intrecciata con grande kavvanà e fatica rimane nel Bet HaMikdash.
Perché gli uomini vedono quanto vale ciò che hai portato; HaShem vede quanto di te hai messo per portarlo.
Shabbat Shalom
