La tokhachà (ammonimento) contenuta nella parashà di Ki Tavò (Devarìm, 28:15–68) è una lunga sezione della Torà che descrive nel dettaglio le gravi conseguenze e le sofferenze, tra cui carestia, malattie ed esilio, che colpiranno il popolo ebraico qualora dovesse allontanarsi dai comandamenti di Dio. L’esilio viene descritto con queste parole: “Il Signore ti disperderà fra tutti i popoli, da un’estremità fino all’altra; là servirai altri dei, che né tu, né i tuoi padri avete conosciuti, dei di legno e di pietra” (ibid., 64).
Rashì (Troyes, 1040-1105) nel suo commento cita Onkelos (c. 35–120 E.V.), il traduttore della Torà in aramaico che traduce: “Servirai gente che adora gli idoli”, e aggiunge: “Non si tratta di vera idolatria, ma di tributi e tasse pro capite per i preti idolatri”. Sullo scopo dell’esilio ebbe a scrivere Alfonso Pacifici (Firenze, 1889-1983, Bene Berak) nella sua opera “La nostra sintesi-programma (p.373-4):
“Terra e galùth (esilio) si integrano, non è possibile capir l’una senza l’altro e viceversa: sono tutti due elementi indispensabili alla vitalità d’Israele. A volerlo riassumere in una frase molto succinta, si potrebbe dire che perché Israele possa vivere e continuare a vivere la sua vita specifica di Israele, è necessario che: nella Terra sia sempre presente la coscienza del galùth, ossia la coscienza che nulla basta a garantirci la sicurezza di permanenza sulla Terra – non la forza delle armi, non la forza economica, non le intese diplomatiche – ma solo la costante, cosciente fedeltà al Patto del Signore, senza di che sarà il galùth – e nel galùth sia sempre presente il ricordo della Terra – il desiderio di lei, l’aspirazione al ritorno, il quale sarà realizzabile, ancora una volta e sempre, soltanto attraverso la costante e cosciente fedeltà al Patto del Signore, in mancanza del quale nulla ci varrà, nè ricchezza, ne posizione sociale, nè alta cultura, nè leggi liberali dei popoli.
Fra queste due coscienze, questi due ricordi, queste due passioni – una di timore, l’altra di speranza – tutta la vita d’Israele nei millenni, nelle sue molte forme, nelle sue tante espressioni, nelle sue diverse esperienze, in realtà sempre una e la stessa, eterno ritorno su uno stesso motivo.
Dunque non diremo più che il galùth è anti-fisiologico. Anti-fisiologia è la negazione di Dio, anti-fisiologia è la negazione della Torà, che ci portano, come conseguenza, al galùth. Il galùth, facendoci espiare quelle, purtroppo ricorrenti, aberrazioni, ci permetterà di restare in vita nonostante i nostri trascorsi, e continuare ad aspirare a quel giorno, a prepararci a quel giorno, che noi sappiamo che verrà, nel quale noi raggiungeremo quella che solo merita di essere chiamata situazione di nostra normalità nel vero e pieno senso della parola: il giorno quando noi sapremo finalmente vivere sulla Terra che il Signore destinò a questo, in quella pienezza della Torà che mai fino ad oggi fummo capaci di attuare – e allora sarà pace, shalom (che vuol dire plenitudine), gioia, armonia a noi e al mondo tutto, che il Signore vuole buono, bello, gioioso, e solo i peccati di noi uomini e specialmente di noi Casa d’Israele (che ce ne prendemmo la responsabilità più piena e centrale e diretta, di fronte a Dio e agli uomini) hanno impedito fin oggi che fosse.
Dunque, Terra con la permanente coscienza del Galùth; Galùth con la permanente coscienza della Terra. Quando alla Terra, cioè al suo possesso da parte nostra, viene a mancare la coscienza che niente potrà salvarci da un nuovo galùth se noi pretenderemo di vivere secondo la nostra pretesa volontà o capriccio e non secondo la statuita volontà del Signore, davvero nulla potrà più salvarci da un nuovo galùth e tutte le fallaci sicurezze nelle quali avremo voluto aver fiducia, si dimostreranno elilìm, dei niente, quali sono. Per contro quando al Galùth, cioè alla nostra vita nel galùth, viene a mancare la coscienza della Terra, il suo ricordo, l’aspirazione a lei, la necessità di lei (perché nel galuth anche volendolo, la maggior parte delle attuazioni della Torà ci sono state proibite dalla Torà stessa, come sappiamo); quando il galùth da provvisorio, quale è per definizione, si trasforma in definitivo, quando le terre del nostro esilio cominciano ad essere chiamate patrie, quando la Torà, da insegnamento e guida totale della nostra vita, viene retrocessa al grado di una delle tante «religioni» che uno, se la vuole la tiene e se no la lascia, e non importa, perché, tanto, è affar suo privato, nel quale agli altri è proibito mettere il naso, in regime di «libertà di coscienza» e di «democrazia», allora il galùth è falsato nella sua essenza e smette di svolgere la funzione salutare alla quale era stato destinato, il galùth non è più galùth…”.
