Chametz nella spazzatura.
È lecito mettere il Chametz avanzato e che non si sia riusciti a bruciare la vigilia di Pessach nel bidone della spazzatura alle seguenti condizioni: 1) lo si faccia prima dell’entrata in vigore del divieto; 2) lo si chiuda in modo che non sia visibile, possibilmente dopo averlo reso non più commestibile versandovi del detersivo; 3) lo si introduca in un cassonetto sulla pubblica via, evitando quello del proprio cortile sul quale sussiste la possibilità che ancora ci appartenga (ciò non è fattibile in assenza di ‘Eruv se la vigilia di Pessach cade di Shabbat). I Decisori partono dal presupposto che a queste condizioni nessuno va poi a recuperarlo per mangiarselo: la ragione per cui i Chakhamim hanno istituito l’obbligo dell’eliminazione fisica del Chametz (Iggherot Moshe, 3, 57; Peninè Halakhah; Dayyan P. Toledano di Londra, Resp. Berit Shalom, O.Ch. n. 54).
Succhi di frutta e spremute.
Secondo la Halakhah il Chametz che si sia mescolato con altro cibo durante Pessach non si annulla neppure nella percentuale di un millesimo. Ma se si fosse mescolato prima di Pessach ci sono due possibilità. Se il Chametz fosse solido non si annulla, perché si teme che non si amalgami per bene e possa ricomparire e “risvegliarsi” durante Pessach. Ma se il Chametz fosse liquido dentro liquido vale la regola generale di tutte le sostanze vietate per cui basta una percentuale inferiore a 1/60 perché si annullino definitivamente (Remà a O.Ch. 447). Il problema si pone per i succhi di frutta che potrebbero contenere acido citrico, la cui provenienza potrebbe essere dal grano (senza obbligo di dichiarazione in etichetta). Secondo illustri Decisori, in assenza di prodotti adeguatamente certificati questi succhi possono essere bevuti durante Pessach a condizione che: a) siano 100% frutta, senza aggiunta di altri ingredienti dichiarati e b) siano stati acquistati prima di Pessach (cfr. Peninè Halakhah, Yalqut Yossef). Ma vi sono importanti pareri contrari (R. Shlomoh Goren, Resp. Terumat ha-Goren, I, n. 101). È pertanto opportuno astenersene, limitando la facilitazione a quei casi in cui il rigore creerebbe gravi disagi, come bambini, ammalati, anziani, ecc.
Chi desiderasse produrre succhi di frutta in casa, spremendo agrumi, deve compiere l’operazione preferibilmente prima della festa, oppure durante il Chol ha-Mo’ed. È proibito infatti spremere frutta di Shabbat e di Yom Tov (O.Ch. 495, 2), nella misura in cui il succo viene versato in un recipiente vuoto o in un’altra bevanda, perché si considera che in questo modo esso subisca un cambio di stato: da elemento di un cibo solido (il frutto) a liquido. È pertanto senz’altro vietato spremere un limone nell’acqua o nel tè, mentre è permesso farlo su un cibo solido (verdura, pesce, ecc.) che assorbe il succo e previene il cambio di stato. Anche lo zucchero è considerato in questo caso alla stregua di un solido. Pertanto chi voglia farsi una limonata di Shabbat o di Yom Tov, per prima cosa introdurrà nel bicchiere lo zucchero, sul quale spremerà il frutto e infine aggiungerà l’acqua. Per ricordare quest’ordine è suggerita una formula mnemonica: le tre lettere della parola sullàm (la “scala” di Ya’aqov!) sono rispettivamente sàmekh, iniziale di sukkàr (“zucchero”); làmed, iniziale di limone e mem, iniziale di mayim (“acqua” – Ben Ish Chay).
Pessach e il pericolo di vita (Piqquach Nefesh).
È noto che se il medico dice che l’ammalato si mette in pericolo di vita qualora digiunasse il giorno di Kippur in linea di massima gli si dà da mangiare. Allo stesso modo se il medico dice che per salvare l’ammalato di Shabbat occorre preparargli un certo cucinato glielo si cucina. Se tuttavia il medico dice che la dieta di Pessach può pregiudicargli la vita ci si limita a non dargli da mangiare la Matzah. Quanto al divieto del Chametz non è credibile che non esistano in natura cibi alternativi kasher le-Pessach che possono scongiurare il pericolo senza dover per forza ricorrere a quelli proibiti. Solo se il medico dice esplicitamente che solo il Chametz può salvargli la vita allora e solo in quel caso glielo si dà (‘Iqqarè ha-Dat).
Debito di Chametz.
Un giorno poco prima di Pessach sono arrivato a scuola avendo dimenticato a casa la merenda e un mio compagno mi ha fatto la cortesia di darmi il suo panino. In linea di principio ho l’obbligo di restituirglielo prima di Pessach in modo da evitare qualsiasi possibile discussione sulla proprietà di questo Chametz. Ma se non avessi fatto in tempo e sono costretto a rinviarne la restituzione dopo Pessach non incorro in nessuna trasgressione. Il panino che mi aveva prestato, infatti, non è evidentemente lo stesso che sarà oggetto di restituzione in ogni caso: l’ho mangiato da tempo e sarà sostituito da un altro che mi procurerò a suo tempo. Ora non ho in mano un panino, ma soltanto il debito di un panino. Appena trascorre Pessach, peraltro, lo dovrò saldare senz’altro per non incorrere in un’altra trasgressione: quella di furto (Ben Ish Chay)!
Analogamente chi detiene azioni di un’industria alimentare che produce Chametz non è tenuto a disfarsene prima di Pessach, a meno che non si tratti di un azionista talmente importante da aver la facoltà di influire sulla politica aziendale in fatto di compravendite. Solo in quest’ultimo caso viene considerato come possessore materiale del Chametz (Peninè Halakhah).
Quale Shemirah è preferibile?
È noto che le Matzot con cui si esce d’obbligo dalla Mitzwah durante il Seder (Shemurot) devono essere state prodotte tenendo conto di due rigori: 1) una Shemirah più attenta riguardo al rischio di fermentazione (Chimmutz), volta a sincerarsi che il grano non sia venuto a contatto con acqua fin dal momento della mietitura (mi-she’at qetzirah) e non solo dalla macinazione (mi-she’at techinah); 2) una Shemirah affinché la Matzah sia prodotta con l’intenzione della Mitzwah, da una persona affidabile e in grado di esprimere questa intenzione. In genere i due rigori vanno di pari passo. Ma cosa succede se dispongo solo o di Matzot fatte con la dovuta intenzione ma controllate solo a partire dalla macinazione, o di Matzot controllate fin dalla mietitura ma non prodotte con la dovuta intenzione? Quali devo preferire? Senz’altro le prime: quelle fatte con la dovuta intenzione anche se controllate solo dalla macinazione. Il rigore essenziale richiesto è infatti quello legato all’intenzione, che di norma porta la persona incaricata a estendere la propria presenza accanto alla produzione fin dal momento della mietitura del grano. Se tuttavia la presenza fosse cominciata più tardi ciò non pregiudica la kashrut della Matzah nella misura in cui egli abbia assistito all’infornata e abbia pronunciato le parole: “leshem matzat mitzwah” in quell’istante. Se questa attenzione viene meno, il rigore del controllo dalla mietitura anziché dalla macinazione perde qualsiasi significato (‘Iqqarè ha-Dat).
Godimento e beneficio.
Se una persona viene costretta con la forza ad assumere un certo cibo o bevanda non recita alcuna Berakhah, sebbene finisca per assaporarne il gusto (Remà a O.Ch. 204, 8). Ma se viene costretta a mangiare Matzah la sera di Pessach contro la sua volontà esce comunque d’obbligo dalla Mitzwah ed è dunque tenuta a recitare le Berakhot prescritte (O.Ch. 475, 4). La differenza sta nel fatto che la costrizione annulla il godimento, ma non il beneficio, di cui dobbiamo essere grati al S.B. L’ultimo caso è paragonabile a chi deve assumere un farmaco perché costretto dalla malattia: la regola è che se il medicinale ha sapore dolce recita la Berakhah, perché il beneficio di riguadagnare la salute è superiore a ogni altra considerazione. Tanto meglio se il beneficio prodotto è di ordine non materiale ma spirituale, come nel caso del compimento di una Mitzwah. Di più: non esiste un’anima ebraica refrattaria all’esecuzione dei precetti (Gan ha-Melekh, n. 97).
“Shabbat Shalom” della Scuola Rabbinica Margulies Disegni di Torino
