1. La morte di Ismaele e l’annuncio della redenzione
La parashà che leggeremo, con l’aiuto di Dio, questo Shabbat è Chayè Sarà. La sua prima parte è dedicata alla morte della nostra matriarca Sara e all’acquisto della grotta di Machpelà da parte del nostro patriarca Abramo.
Dopo la morte di Sara, Abramo manda Eliezer alla ricerca di una moglie per suo figlio Isacco. Con l’aiuto del Cielo e attraverso una serie di miracoli, Eliezer incontra la nostra matriarca Rebecca e la conduce da Isacco, il quale la introduce nella tenda di sua madre Sara. La Presenza divina torna allora a dimorare in quella casa e si rinnovano tutti i miracoli che si verificavano quando Sara era ancora in vita: la benedizione nell’impasto, la nube che sovrastava la tenda e la benedizione della lampada. Verso la conclusione della parashà, la Torà racconta che Isacco andò a cercare Hagar e la fece nuovamente sposare ad Abramo. Infine, viene narrata la morte del nostro patriarca Abramo, all’età di 175 anni, e la sua sepoltura per mano dei suoi due figli, Isacco e Ismaele.
Nella parte conclusiva della parashà, la Torà dedica diversi versetti a Ismaele. A partire dalla settima sezione della lettura, il testo si sofferma infatti sul figlio di Abramo e sui nomi dei suoi discendenti.
La Torà afferma:
«Queste sono le generazioni di Ismaele, figlio di Abramo, che Hagar l’egiziana, serva di Sara, partorì ad Abramo. Questi sono i nomi dei figli di Ismaele, secondo i loro nomi e le loro discendenze: il primogenito di Ismaele, Nevayot, poi Kedar, Adbeel e Mivsam; Mishma, Duma e Massa; Chadad, Tema, Yetur, Nafish e Kedma. Questi sono i figli di Ismaele e questi sono i loro nomi, secondo i loro villaggi e i loro accampamenti: dodici principi delle rispettive nazioni. Gli anni della vita di Ismaele furono centotrentasette. Spirò, morì e fu riunito al suo popolo. Essi abitarono da Chavilà fino a Shur, che si trova di fronte all’Egitto, andando verso l’Assiria. Egli cadde di fronte a tutti i suoi fratelli» (Genesi 25,12-18).
Sono questi i versetti nei quali la Torà parla di Ismaele.
La Ghemarà, nel trattato Meghillà, si interroga sul motivo per cui la Torà dedichi alcuni versetti a Ismaele e precisi persino la durata della sua vita.
Domanda la Ghemarà:
«Perché furono enumerati gli anni della vita di Ismaele?» (Meghillà 17a).
Che interesse può avere per noi sapere quanti anni visse?
Risponde la Ghemarà:
«Per poter ricostruire, attraverso di essi, la cronologia della vita di Giacobbe», come è scritto: «Gli anni della vita di Ismaele furono centotrentasette» (Genesi 25,17).
La Ghemarà sviluppa infatti un calcolo cronologico attraverso il quale diversi avvenimenti della vita del nostro patriarca Giacobbe vengono collocati nel tempo proprio a partire dalla data della morte di Ismaele. In particolare, da questo calcolo è possibile stabilire quanti anni avesse Giacobbe quando ricevette le benedizioni di Isacco.
Sorge tuttavia una domanda: se lo scopo della Torà era insegnarci qualcosa sulla vita del nostro patriarca Giacobbe, perché riportare gli anni di Ismaele? Non sarebbe stato più semplice fornire direttamente le indicazioni cronologiche relative a Giacobbe?
Il Midrash spiega che la Torà ha voluto riservare a Ismaele un riconoscimento e un segno di rispetto per essere intervenuto al funerale di suo padre.
Afferma il Midrash:
«“Questi sono gli anni della vita di Ismaele”: perché la Scrittura ha ritenuto opportuno enumerare qui gli anni di un malvagio? Perché egli venne dall’estremità del deserto per compiere un atto di benevolenza nei confronti di suo padre» (Bereshit Rabbà 62,4).
La Torà conclude la parashà descrivendo la caduta di Ismaele:
«Gli anni della vita di Ismaele furono centotrentasette. Spirò, morì e fu riunito al suo popolo. Essi abitarono da Chavilà fino a Shur, che si trova di fronte all’Egitto, andando verso l’Assiria. Egli cadde di fronte a tutti i suoi fratelli» (Genesi 25,17-18).
Subito dopo, nella parashà di Toledot, che leggeremo, con l’aiuto di Dio, lo Shabbat successivo, la Torà afferma:
«Queste sono le generazioni di Isacco, figlio di Abramo: Abramo generò Isacco» (Genesi 25,19).
Scrive il Baal HaTurim:
«“Egli cadde di fronte a tutti i suoi fratelli”. Immediatamente dopo è scritto: “Queste sono le generazioni di Isacco”. Questo insegna che, quando Ismaele cadrà alla fine dei giorni, allora germoglierà il figlio di Davide, che discende da Isacco».
Il significato sembrerebbe dunque essere che quando Ismaele cadrà, sorgerà il Messia!
A prima vista, tuttavia, queste parole appaiono oscure ed enigmatiche. Cercheremo di comprenderne il significato, anche perché il Rambam, nella sua Lettera allo Yemen, scritta circa 850 anni fa, si riferisce proprio a questi versetti della parashà di Chayè Sarà e ci rivela che essi custodiscono alcuni dei segreti relativi alla venuta del Messia. Ci mostra inoltre in quale modo attraverseremo questo esilio così difficile, chiamato «esilio di Ismaele».¹
Per comprendere a che cosa alluda il Baal HaTurim e quale messaggio sia racchiuso nelle sue parole, dobbiamo però addentrarci in altri argomenti, esaminando anzitutto la figura di Ismaele e la sua natura. Soltanto alla fine della lezione potremo chiudere il cerchio e comprendere il significato preciso di questi versetti.
Il Pirkè deRabbi Eliezer si sofferma sul patto fra le parti, quando al nostro patriarca Abramo fu mostrata una visione terrificante, nella quale una grande oscurità e un profondo terrore si abbatterono su di lui.
I nostri Maestri insegnano:
«Il terrore» allude al quarto regno; «l’oscurità» al secondo regno, quello della Grecia, che oscurò gli occhi di Israele; «grande» allude al regno di Persia; «cadeva» al regno di Babilonia; «su di lui» allude ai figli di Ismaele, sui quali germoglierà il figlio di Davide, come è detto: «Rivestirò di vergogna i suoi nemici, mentre su di lui fiorirà la sua corona» (Salmi 132,18). (Pirkè deRabbi Eliezer, cap. 28).
Ne consegue che Ismaele rappresenta l’ultimo esilio, quello dal quale emergerà il Re Messia.
Ma che cosa significa tutto questo?
Per comprenderlo, dobbiamo anzitutto cercare di capire chi sia Ismaele, quale sia il suo ruolo e per quale motivo il Santo, benedetto Egli sia, lo abbia fatto venire al mondo.
¹ Baruch Sheamar: la Torà nasconde inoltre segreti profondissimi nei nomi dei figli di Ismaele. In essi è contenuto un messaggio che ci insegna come affrontare questo difficile esilio, chiamato «esilio di Ismaele».
2. Hagar, la nascita di Ismaele e il significato del suo nome
Alla fine della parashà di Lech Lechà, la Torà racconta come il nostro patriarca Abramo prese in moglie Hagar. Dopo aver vissuto per dieci anni nella Terra d’Israele senza aver avuto figli, fu la nostra matriarca Sara a chiedergli di sposarla.²
I nostri Maestri insegnano nel Midrash:
«Rabbi Shimon ben Yochai disse: Hagar era figlia del Faraone. Quando il Faraone vide i miracoli che erano stati compiuti per Sara nella sua casa, prese sua figlia e gliela diede, dicendo: “È meglio che mia figlia sia una serva in questa casa piuttosto che una padrona in un’altra casa”. È questo il significato del versetto: “Ella aveva una serva egiziana di nome Hagar”» (Bereshit Rabbà 45,1).
Hagar aveva raggiunto un livello spirituale così elevato che Sara la considerava una sua autentica discepola. Quando si rese conto di non riuscire ad avere figli, fu proprio Sara a suggerire ad Abramo di prenderla in moglie.
Secondo i nostri Maestri, Hagar rimase incinta fin dal primo rapporto. A quel punto, però, «la sua padrona divenne spregevole ai suoi occhi» (Genesi 16,4): Hagar cominciò cioè a disprezzare Sara. Quando la nostra matriarca si accorse di questo atteggiamento, decise di affliggerla e di allontanarla.
I nostri Maestri ci rivelano che, in conseguenza di quelle sofferenze, Hagar perse il bambino che portava in grembo. Il feto morì e, mentre ella piangeva per le umiliazioni subite da Sara, il Santo, benedetto Egli sia, le inviò un angelo, che le annunciò:
«Ecco, sei incinta e partorirai un figlio» (Genesi 16,11).
Sorge spontanea una domanda: che cosa significa «Ecco, sei incinta»? Non era dunque già incinta?
I nostri Maestri spiegano che il bambino che portava in grembo era morto, ma che, se fosse tornata da Abramo, avrebbe concepito nuovamente e dato alla luce un figlio, al quale avrebbe imposto il nome Ismaele.
Per quale ragione proprio questo nome?
«Perché il Signore ha ascoltato la tua afflizione» (Genesi 16,11).
Il Signore aveva ascoltato il suo dolore e, per questo motivo, ella avrebbe dovuto perpetuare, attraverso il nome del bambino, sia il ricordo della propria sofferenza sia il fatto che il Santo, benedetto Egli sia, aveva risposto al suo grido.
Ma a questo punto nasce un’altra domanda. Se il Santo, benedetto Egli sia, voleva perpetuare il ricordo del fatto che aveva ascoltato la sua sofferenza, non avrebbe dovuto chiamarlo Shamael, «Dio ha ascoltato», anziché Yishmael, «Dio ascolterà»?
Il nome Ismaele, infatti, indica un ascolto futuro: Dio ascolterà, ma per il momento non ha ancora ascoltato. Eppure il Santo, benedetto Egli sia, le dice proprio: «Lo chiamerai Ismaele».
L’angelo, inoltre, le annuncia qualcosa che, a prima vista, non sembra affatto una buona notizia:
«Non aspettarti che questo figlio ti dia molte soddisfazioni. Con lui dovrai ingoiare parecchi bocconi amari! Non ti capiterà mai di andare a un colloquio con gli insegnanti e sentirti dire che tuo figlio merita dieci in tutto. Forse prenderà dieci in condotta violenta, ma per il resto niente!»
La Torà afferma infatti:
«Egli sarà un uomo selvaggio: la sua mano sarà contro tutti e la mano di tutti sarà contro di lui» (Genesi 16,12).
Rashì commenta:
«Un uomo selvaggio»: amerà i deserti e vi andrà a caccia di animali, come è scritto: «Divenne un arciere e abitò nel deserto di Paran» (Genesi 21,20-21).
«La sua mano sarà contro tutti»: sarà un brigante.
«E la mano di tutti sarà contro di lui»: tutti lo odieranno e lo provocheranno.
Che splendida notizia!
Lo Sforno spiega:
«Un uomo selvaggio»: il termine «selvaggio» indica l’asino selvatico. Il versetto annuncia che, per temperamento, egli sarà simile a un asino, a causa della madre egiziana, come è detto degli egiziani: «La loro carne è carne d’asino» (Ezechiele 23,20). Sarà simile a un asino selvatico perché abiterà nel deserto, come è scritto: «Crebbe e abitò nel deserto» (Genesi 21,20). Sarà invece un uomo per parte di padre, come insegnano i nostri Maestri, secondo i quali Ismaele fece teshuvà.
Il Targum traduce:
«Egli sarà ribelle fra gli uomini», vale a dire, secondo la spiegazione proposta nella lezione, un assassino.
Che cosa avremmo fatto noi, se ci avessero annunciato che questo sarebbe stato il figlio destinato a nascere nella nostra famiglia? Ci saremmo immediatamente messi a pregare, supplicando:
«Signore del mondo, preferisco rimanere senza figli piuttosto che portarmi in casa una simile bestia selvaggia!»
Hagar, invece, reagisce esattamente al contrario. La Torà racconta che ringraziò il Santo, benedetto Egli sia, per averle inviato un angelo con un simile annuncio:
«Ella chiamò il Signore che le aveva parlato: “Tu sei il Dio che mi vede”, perché disse: “Non ho forse visto anche qui Colui che mi vede?”» (Genesi 16,13).
Rashì commenta:
«Tu sei il Dio che mi vede»: l’espressione indica il Dio della visione, Colui che vede l’umiliazione di chi viene umiliato.
È come se Hagar dicesse: «Signore del mondo, hai visto quanto sono stata umiliata e quanto Sara mi ha fatto soffrire, e per questo mi hai annunciato una notizia così meravigliosa. Signore del mondo, voglio perpetuare il ricordo di questo luogo e chiamarlo “Dio che mi vede”».
Con l’aiuto del Cielo, Hagar accetta l’autorità che le è stata imposta, torna da Abramo, concepisce nuovamente e, benedetto Dio, partorisce un figlio. Abramo, senza sapere che il Santo, benedetto Egli sia, aveva già ordinato a Hagar di chiamare il bambino Ismaele, gli impone spontaneamente proprio quel nome.
² Baruch Sheamar: secondo i nostri Maestri, Hagar, la madre di Ismaele, era spiritualmente paragonabile a Eliezer. Come Eliezer attingeva agli insegnamenti del suo maestro e li trasmetteva agli altri, così Hagar attingeva alla Torà della nostra matriarca Sara e trasmetteva tutto ciò che aveva appreso da lei.
3. L’allontanamento di Ismaele e la sua missione nella storia
La Torà racconta:
«Sara vide il figlio di Hagar l’egiziana, che questa aveva partorito ad Abramo, mentre scherzava» (Genesi 21,9).
Rashì commenta:
«Mentre scherzava»: è un’espressione che allude all’idolatria, come è scritto: «Si alzarono per divertirsi» (Esodo 32,6). Secondo un’altra interpretazione, allude all’immoralità sessuale, come è detto: «Per scherzare con me» (Genesi 39,17). Secondo una terza interpretazione, allude all’omicidio, come è scritto: «Si alzino dunque i giovani e combattano davanti a noi» (2 Samuele 2,14).
Nel Pirkè deRabbi Eliezer (cap. 30) si racconta che Ismaele era un arciere. Un giorno decise di trovare un bersaglio sul quale esercitarsi e, nientemeno, scelse proprio il nostro patriarca Isacco. Cominciò a scagliargli contro le frecce, con l’intenzione di ucciderlo, ma senza riuscirvi.
La nostra matriarca Sara vide ciò che stava facendo e si recò immediatamente da Abramo, raccontandogli l’accaduto e dicendogli:
«Scaccia questa serva e suo figlio, perché il figlio di questa serva non erediterà insieme a mio figlio, insieme a Isacco» (Genesi 21,10).
La Torà aggiunge:
«La cosa dispiacque molto ad Abramo, a causa di suo figlio» (Genesi 21,11).
Che cosa lo addolorava?
Rashì spiega:
«A causa di suo figlio»: perché aveva saputo che si era dato a una cattiva condotta. Secondo il significato letterale, invece, perché Sara gli aveva chiesto di mandarlo via.
Il Santo, benedetto Egli sia, si rivela allora ad Abramo e gli dice:
«Non ti dispiaccia per il ragazzo e per la tua serva. Ascolta la voce di Sara in tutto ciò che ti dirà, perché attraverso Isacco sarà chiamata la tua discendenza» (Genesi 21,12).
In altre parole, Dio gli dice di non addolorarsi per quel figlio.
Ma perché non dovrebbe addolorarsi? Gli stanno comunicando che suo figlio non appartiene certo ai trentasei giusti della generazione, ma è molto più vicino alle quarantanove porte dell’impurità. Per quale ragione un padre non dovrebbe soffrirne?
Suo figlio è diventato un delinquente! È vero che il Santo, benedetto Egli sia, gli ha detto: «Attraverso Isacco sarà chiamata la tua discendenza». Ma che razza di consolazione sarebbe questa? Se un padre ha un figlio che ha preso una cattiva strada, non dovrebbe forse soffrirne soltanto perché ne ha un altro che si comporta bene?
Abramo aveva chiamato suo figlio Ismaele. I nostri Maestri ci insegnano che il nome di una persona esprime la sua essenza. I nomi non sono affatto una questione secondaria.
Nel Pirkè deRabbi Eliezer leggiamo:
«Sei persone ricevettero il loro nome prima ancora di nascere: Isacco, Ismaele, Mosè nostro maestro, Salomone, Giosia e il Messia, che il Santo, benedetto Egli sia, faccia venire presto, ai nostri giorni. Perché fu chiamato Ismaele? Perché in futuro il Santo, benedetto Egli sia, ascolterà il grido di sofferenza del popolo per ciò che i figli di Ismaele faranno nella Terra d’Israele alla fine dei giorni. Per questo fu chiamato Ismaele» (Pirkè deRabbi Eliezer, cap. 32).
Dunque il Santo, benedetto Egli sia, gli ha affidato una missione: farci gridare verso Dio!
Ma sorge una domanda fondamentale: che genere di missione è mai questa? Dio avrebbe affidato a Ismaele il compito di infliggerci sofferenze fino a costringerci a gridare?
I nostri Maestri, nel Pirkè deRabbi Eliezer, ci presentano a questo proposito un insegnamento impressionante.
Come tutti sappiamo, il Santo, benedetto Egli sia, non permise a Bilam di maledire i figli d’Israele, come è scritto:
«Non andrai con loro, non maledirai quel popolo, perché è benedetto» (Numeri 22,12).
Bilam non poteva né benedire né maledire secondo la propria volontà: dipendeva interamente dalla volontà del Creatore, benedetto Egli sia. Le parole che pronunciò furono perciò tutte profezie riguardanti la fine dei giorni.
Il Pirkè deRabbi Eliezer afferma:
«Bilam disse: fra le settanta lingue che il Santo, benedetto Egli sia, ha creato nel Suo mondo, Egli ha posto il proprio Nome soltanto in quello d’Israele».
Il Santo, benedetto Egli sia, ha cioè impresso il sigillo del proprio Nome su un solo popolo: Israele.
«Poiché però il Santo, benedetto Egli sia, ha reso il nome di Ismaele simile al nome d’Israele», in quanto entrambi terminano con il Nome divino, il malvagio Bilam pronunciò queste parole:
«Ahimè, chi potrà vivere quando Dio farà accadere tutto questo?» (Numeri 24,23).
Infelice, dunque, l’uomo che vivrà in quell’epoca, quando Ismaele raggiungerà il culmine della propria potenza!
Sono parole certamente spaventose. Eppure Ismaele non è semplicemente un brigante armato: il Santo, benedetto Egli sia, gli ha conferito determinate forze e gli ha assegnato un compito.
Quando Hagar viene a sapere che suo figlio diventerà un brigante armato, una creatura selvaggia, e sa che il suo nome sarà Ismaele, ringrazia il Santo, benedetto Egli sia. Non si lamenta dicendo: «Che razza di bestia selvaggia mi hai mandato!». Al contrario, Gli esprime la propria gratitudine.
Ismaele svolge dunque una funzione centrale nel nostro servizio divino. La domanda è: quale significato si nasconde dietro tutto questo?
Nel libro di Daniele è scritto:
«In quel tempo sorgerà Michele, il grande principe che sta a protezione dei figli del tuo popolo. Sarà un tempo di angoscia quale non vi fu mai da quando esistono le nazioni fino a quel tempo; ma in quel tempo il tuo popolo sarà salvato, chiunque si troverà scritto nel libro» (Daniele 12,1).
Il Metzudot commenta:
«Sarà»: allora Israele attraverserà un periodo di sofferenza quale non ha mai conosciuto da quando è diventato un popolo, poiché il piccolo corno, appartenente al regno di Ismaele, lo opprimerà duramente.
Lo Zohar, nella parashà di Shemot, scrive:
«Non vi sarà per Israele un esilio più duro dell’esilio di Ismaele».
L’Or HaChayim, nella parashà di Tzav (Levitico 6,2), afferma:
«Quanto all’esilio di Ismaele, felice colui che non vedrà i suoi discendenti assoggettare e amareggiare la vita d’Israele».
Rabbi Chayim Vital³ dedica due intere pagine all’interpretazione di un Salmo, rivelandoci che esso si riferisce interamente all’esilio di Ismaele. Ne decifra il significato nascosto e il messaggio che contiene.
³ Baruch Sheamar: Rabbi Chayim Vital, Etz HaDaat Tov, parte II, Commento ai Salmi, Salmo 124.
4. Il quinto esilio: la profezia di Daniele e l’interpretazione di Rabbi Chayim Vital
Il re Davide afferma nei Salmi:
«Canto delle ascensioni. Di Davide. Se il Signore non fosse stato con noi, lo dica Israele; se il Signore non fosse stato con noi quando gli uomini insorsero contro di noi, allora ci avrebbero inghiottiti vivi, quando la loro ira divampò contro di noi. Allora le acque ci avrebbero travolti, un torrente sarebbe passato sopra la nostra anima; allora sarebbero passate sopra la nostra anima le acque impetuose. Benedetto il Signore, che non ci ha consegnati in preda ai loro denti. La nostra anima è sfuggita come un uccello dal laccio dei cacciatori; il laccio si è spezzato e noi siamo scampati. Il nostro aiuto è nel Nome del Signore, che ha fatto il cielo e la terra» (Salmi 124,1-8).
Rabbi Chayim Vital osserva che nel libro di Daniele compaiono due sogni: il primo è quello di Nabucodonosor, re di Babilonia, mentre il secondo è il sogno dello stesso Daniele.
Quando Nabucodonosor sogna gli esili, li vede rappresentati attraverso diversi metalli. Gli appare infatti una figura umana la cui testa è d’oro, il petto e le braccia sono d’argento, le cosce di bronzo e le gambe di ferro.
Nabucodonosor si risveglia profondamente turbato e spaventato. Che cosa significa quella creatura mostruosa, composta da tanti metalli differenti?
Daniele lo rassicura e gli spiega: «Non aver paura. Quelli che hai visto sono i quattro regni. L’oro rappresenta Babilonia, l’argento la Media, il bronzo la Grecia e il ferro il regno di Edom».
Nel settimo capitolo del libro di Daniele compare invece il sogno dello stesso profeta, una visione assai più terrificante di quella di Nabucodonosor. Daniele vede quattro venti soffiare dalle quattro direzioni del mondo, agitare il grande mare e sollevarne le acque. Dal mare emergono quattro creature mostruose.
L’intero capitolo è scritto in aramaico. Ne riporteremo il contenuto in italiano, perché il testo originale è piuttosto difficile da comprendere.
La prima creatura ha l’aspetto di un leone con ali d’aquila. Essa rappresenta il regno di Babilonia. Chi desidera approfondire potrà consultare direttamente il testo, nel quale ogni particolare possiede un significato.
La seconda creatura assomiglia a un orso e tiene tre costole fra i denti. Essa rappresenta il regno di Persia, nel quale si succedettero tre monarchie.
La terza creatura è un leopardo, dotato di ali simili a quelle di un uccello e di quattro teste. Essa rappresenta il regno di Grecia, le cui persecuzioni assunsero forme molteplici e differenti.
Il quarto regno è quello di Edom.
Daniele lo descrive così: una creatura terribile e spaventosa, con grandi denti di ferro, che divora, stritola e calpesta con le zampe tutto ciò che incontra. È diversa da tutte le creature precedenti e possiede dieci corna.
Il profeta continua:
«Mentre osservavo quelle corna, ecco spuntare fra esse un altro piccolo corno, davanti al quale tre delle prime corna furono divelte. Ed ecco, quel corno aveva occhi simili a occhi umani e una bocca che pronunciava parole arroganti» (Daniele 7,8).
Secondo l’interpretazione riportata nella lezione, quest’ultima creatura rappresenta il regno di Edom.
Ne consegue che anche il sogno di Daniele riguarda i quattro regni che hanno assoggettato il popolo d’Israele.
Rabbi Chayim Vital pone allora una domanda fondamentale: fra tutti questi regni — Babilonia, Persia, Grecia ed Edom — dove si trova il regno di Ismaele?
Tutti affermano che alla fine dei giorni vi sarà il dominio di Ismaele. Ma dove compare esattamente nelle visioni profetiche?
Anche nel patto fra le parti, quando il Santo, benedetto Egli sia, si rivela al nostro patriarca Abramo e gli dice:
«Prendimi una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un montone di tre anni, una tortora e un giovane piccione» (Genesi 15,9),
non compare esplicitamente alcun regno chiamato Ismaele.
I nostri Maestri insegnano:
«Prendimi una giovenca di tre anni»: allude a Babilonia, che ebbe tre re: Nabucodonosor, Evil-Merodach e Belshatzar.
«Una capra di tre anni»: allude alla Media, che ebbe tre re: Ciro, Dario e Assuero.
«Un montone di tre anni»: allude alla Grecia. (Bereshit Rabbà 44,15).
E ancora una volta dobbiamo domandarci: dove si trova il regno di Ismaele?
Rabbi Chayim Vital scrive:
«Sai già che gli esili sono soltanto quattro: Babilonia, Media, Grecia ed Edom. Tuttavia, alla fine dei giorni, Israele dovrà ancora attraversare l’esilio di Ismaele. E poiché Ismaele è figlio di un uomo ed è circonciso, viene chiamato “uomo selvaggio”, ma non uomo completo, perché ha praticato la circoncisione senza la perià. Gli altri esili, invece, sono paragonati ad animali, come viene ricordato nel libro di Daniele. […] Il regno di Ismaele costituisce dunque il quinto esilio, l’ultimo di tutti e il più duro di tutti».
E prosegue:
«Questo è l’esilio di Ismaele, chiamato “uomo selvaggio”, che non viene paragonato agli animali. Allora Israele pronuncerà in un significato diverso le parole: “Se il Signore non fosse stato con noi quando un uomo insorse contro di noi”. Poiché egli è figlio di un uomo, possiede il merito dei patriarchi, come troviamo nel versetto: “Oh, possa Ismaele vivere davanti a Te!” (Genesi 17,18). Possiede inoltre il merito della circoncisione e, anche per questa ragione, viene chiamato uomo. Perciò il suo esilio è più potente di quello dei quattro regni. I nostri Maestri hanno detto che proprio per questo fu chiamato Ismaele: perché durante il suo dominio Israele lancerà grandi grida, e allora Dio ascolterà e risponderà».
Il Metzudot David, commentando il libro di Daniele, spiega che dalla quarta creatura mostruosa emerge un piccolo corno, davanti al quale cadono tre corna. Di questo piccolo corno viene detto che possiede occhi simili a quelli di un uomo.
Per quale motivo?
Rabbi Chayim Vital spiega che esso rappresenta il regno di Ismaele, i cui appartenenti vengono chiamati uomini e possiedono una grande bocca.
Ma che cosa significano precisamente le espressioni «occhi umani» e «grande bocca»?
I nostri Maestri cercano di chiarire quale sia la particolare forza concessa a Ismaele e quale funzione essa debba svolgere nella storia.
5. La natura di Ismaele: il significato di «uomo selvaggio»
Il Maharil Diskin, nel suo commento alla Torà, osserva che esiste un solo passo nel quale la Scrittura antepone l’aggettivo al sostantivo: quello che riguarda Ismaele, del quale è detto:
«Egli sarà un uomo selvaggio» (Genesi 16,12).
In nessun altro luogo troviamo espressioni come «ricco uomo», «avaro uomo» oppure «malvagio uomo». Normalmente, infatti, il sostantivo precede l’aggettivo: diciamo «uomo malvagio», «uomo saggio», «uomo avaro». Nel caso di Ismaele, invece, la Torà inverte quest’ordine.
Il Chafetz Chayim spiega nel suo libro che questa particolare costruzione grammaticale rivela l’essenza stessa di Ismaele. Anche se incontrassi un ismaelita che è professore universitario, giudice o avvocato, non dovresti pensare, secondo questa interpretazione, che si tratti semplicemente di un professore, di un giudice o di un avvocato: sarebbe piuttosto un «selvaggio professore», un «selvaggio avvocato», un «selvaggio giudice». Nel momento della prova, egli tornerebbe a manifestare la propria natura selvaggia.
Non bisogna sbagliarsi, afferma il Chafetz Chayim: la Torà è eterna. Il Santo, benedetto Egli sia, non ha detto che Ismaele sarebbe stato un po’ selvaggio per un certo periodo, per poi migliorare. Ismaele viene definito per sempre «uomo selvaggio». Secondo questa lettura, tale caratteristica costituisce la sua stessa essenza.
Naturalmente, si può addomesticare un serpente, come si può addomesticare una tigre. Allo stesso modo, sostiene il predicatore, si può addomesticare anche un arabo. Ma persino una gatta addomesticata si comporta bene soltanto fino al momento in cui vede un topo: appena lo scorge, dimentica tutto il resto. Così, secondo questa interpretazione, accadrebbe anche a Ismaele, che nel momento della prova tornerebbe alla propria natura selvaggia.
Rabbi Chayim Vital afferma che le altre nazioni sono capaci di accettare un governo e di sottomettersi a un’autorità. Qualunque popolo si consideri, esso è in grado di darsi un ordinamento politico. L’unica nazione che, secondo la sua interpretazione, non sarebbe capace di accettare un’autorità sarebbe quella ismaelita, paragonata a una banda di briganti armati che escono, attaccano e poi si ritirano.
Questa sarebbe la natura di Ismaele: l’incapacità di accettare una disciplina e di organizzare uno Stato, perché la sua essenza sarebbe quella dell’«uomo selvaggio», come spiega Rashì. Proprio come un brigante armato, privo di una dimora stabile, che dorme sotto una tenda.
Il pane che non viene mai a noia
Il libro Darkhè HaShelimut propone a questo riguardo un’interpretazione interessante.
Il re Davide afferma nei Salmi:
«Non comprendono forse tutti gli operatori d’iniquità, che divorano il mio popolo come si mangia il pane e non invocano il Signore?» (Salmi 14,4).
Che cosa significa questa espressione?
Il Darkhè HaShelimut spiega che ogni persona possiede un alimento preferito. Quando glielo si presenta, il solo vederlo stimola immediatamente il suo appetito. Tuttavia, se gli venisse servito quello stesso alimento ogni giorno per un anno intero, finirebbe per esserne disgustato.
«Che cosa ti succede? Non ti piaceva tanto?»
«Certo che mi piace, ma due volte alla settimana! Non tutti i giorni! Ormai non ne posso più!»
Qual è invece l’unico alimento che il Santo, benedetto Egli sia, ha creato in modo tale che possiamo mangiarlo per novant’anni senza stancarcene?
Il pane!
Un uomo può mangiare pane per novant’anni senza mai dire che gli è venuto a noia. Per quale ragione? Perché il Santo, benedetto Egli sia, ha impresso questa caratteristica nella Creazione. Il pane e l’acqua sono beni dei quali l’uomo ha continuamente bisogno e dei quali non si stanca mai.
Il re Davide, secondo l’interpretazione proposta nella lezione, dice dunque: guardate questi ismaeliti, «divorano il mio popolo come si mangia il pane». Non si stancano mai! Un altro razzo Qassam, poi un altro, poi un altro attentato. Basta! Fino a quando? Non ne hanno ancora abbastanza?
La risposta del predicatore è che questa sarebbe la loro natura: non se ne stancherebbero mai.
Il re Davide e la Lettera allo Yemen
Il re Davide afferma:
«Ahimè, perché ho soggiornato in Meshech e ho abitato presso le tende di Kedar! Troppo a lungo la mia anima ha dimorato con chi odia la pace. Io sono per la pace, ma quando parlo, essi sono per la guerra» (Salmi 120,5-7).
È come se Davide dicesse: «Non fatevi illusioni. Io ho vissuto accanto a loro, li conosco e posso raccontarvi chi sono. Ho abitato nelle loro vicinanze e so che con loro non esiste alcuna possibilità di raggiungere la pace».
Il Rambam, nella sua Lettera allo Yemen, scritta circa 850 anni fa, afferma:
«Intendo parlare della nazione di Ismaele, che moltiplica le nostre sofferenze, inventa norme tratte dalla propria religione per farci del male e ci disprezza, come ci ha annunciato l’Altissimo: “E i nostri nemici saranno i nostri giudici”. Gli ismaeliti sono considerati nemici, mentre Esaù è considerato un avversario. Non vi è mai stata una nazione che abbia fatto a Israele tanto male quanto questa, né che abbia cercato con tanta insistenza di umiliarci, abbassarci e rafforzare l’odio nei nostri confronti.
Al punto che Davide, re d’Israele, quando gli furono mostrate per ispirazione divina le sofferenze che avrebbero colpito Israele, non gridò, non pianse e non invocò la salvezza da nessun’altra nazione se non dal regno di Ismaele, dicendo: “Ahimè, perché ho soggiornato in Meshech e ho abitato presso le tende di Kedar!”.
Osservate come abbia menzionato specificamente Kedar fra i figli di Ismaele. Questo perché quel folle, Maometto, discendeva da Kedar, come è noto dalla sua genealogia.
E noi, pur sopportando la loro oppressione, le loro menzogne e la loro sconsideratezza, in misura tale che un essere umano difficilmente potrebbe resistervi, siamo diventati come dice il profeta: “Io sono come un sordo che non ode e come un muto che non apre bocca”.
I nostri Maestri ci hanno insegnato a sopportare le menzogne e le falsità degli ismaeliti, ad ascoltare e a tacere. E hanno formulato questo insegnamento, con un gioco di parole, a partire dai nomi dei figli di Ismaele: “Mishma, Duma e Massa” (Genesi 25,14).
Vi è qui un’indicazione su come comportarsi quando il regno di Ismaele acquista forza. Che cosa dobbiamo fare? Ascoltare, tacere e sopportare! Rimanere in silenzio e resistere.
Ci siamo ormai abituati, grandi e piccoli, a sopportare la loro oppressione, come ci ha ordinato Isaia dicendo: “Ho offerto il dorso a chi mi percuoteva e le guance a chi mi strappava la barba; non ho nascosto il volto agli insulti e agli sputi” (Isaia 50,6).
E tuttavia, nonostante tutto questo, non riusciamo a sfuggire alla violenza della loro malvagità e alle loro continue aggressioni. Quanto più sopportiamo per poter vivere in pace con loro, tanto più essi suscitano contro di noi guerre e violenze».
6. Perché Dio ha concesso potere a Ismaele?
Il re Davide afferma:
«Io sono per la pace, ma quando parlo, essi sono per la guerra» (Salmi 120,7).
Sorge dunque una domanda: per quale ragione il Santo, benedetto Egli sia, ha concesso potere al regno di Ismaele? Quale forza gli ha attribuito ancor prima che Ismaele venisse al mondo?
Il Ramban, commentando il versetto «Sarai la maltrattò ed ella fuggì dalla sua presenza» (Genesi 16,6), spiega che, attraverso quel comportamento, Sara conferì a Ismaele il potere di opprimere il popolo d’Israele.
Scrive il Ramban:
«Sarai la maltrattò ed ella fuggì dalla sua presenza. La nostra matriarca peccò con questa oppressione, e peccò anche Abramo, permettendole di comportarsi in quel modo. Il Signore ascoltò la sua afflizione e le diede un figlio che sarebbe stato un uomo selvaggio, destinato a opprimere la discendenza di Abramo e Sara con ogni genere di sofferenza».
Il Maharal, nel suo libro Ner Mitzvà, chiarisce quale sia la natura della forza concessa al regno di Ismaele e che cosa esso voglia realmente da noi. Attraverso questa spiegazione potremo comprendere il significato dell’intera questione.
Scrive il Maharal:
«Vi sono persone che domandano: dove viene alluso il regno di Ismaele, che pure è un regno grande e potente? La risposta è che la Scrittura non menziona il regno di Ismaele perché enumera soltanto i regni che ricevettero il dominio appartenuto al santo regno d’Israele, ereditandone il potere. Questi sono i quattro regni, i quali non avrebbero ottenuto il dominio se prima non fosse stato annullato il regno d’Israele.
Il regno di Ismaele, invece, non ha ereditato il proprio potere dal regno d’Israele, perché la sua forza e la sua potenza gli furono concesse direttamente dal Signore, benedetto Egli sia, in quanto discendente di Abramo. Il Signore, benedetto Egli sia, disse infatti: “Quanto a Ismaele, ti ho ascoltato” (Genesi 17,20). Il Signore gli conferì dunque una forza e un potere autonomi».
Queste parole richiedono certamente una spiegazione.
Il libro MiMaamakim le chiarisce con un ragionamento particolarmente significativo.
I quattro regni di Babilonia, Edom, Grecia e Media, secondo questa interpretazione, perseguivano un unico obiettivo: cancellare dal mondo il Nome del Signore. Essi volevano abolire il regno di Dio, perché non riconoscevano la sovranità celeste e anzi vi si opponevano. Il loro scopo era sradicare dal mondo il riconoscimento della regalità divina.
Ma come si può sradicare il regno del Cielo?
Il Santo, benedetto Egli sia, possiede in questo mondo una nazione che Lo rappresenta: il popolo d’Israele. Egli ha impresso il proprio Nome su questa nazione. Perciò, quando quei regni vogliono combattere contro Dio, non potendo combattere direttamente contro il Creatore, rivolgono la propria ostilità contro il popolo d’Israele, che Lo rappresenta nel mondo.
Il loro vero obiettivo, dunque, non è Israele in quanto tale, ma il Santo, benedetto Egli sia. Tutta la loro azione mira ad abolire il Suo regno.
Il Maharal, invece, ci insegna che Ismaele è diverso dalle altre nazioni. Egli agisce in virtù di una forza completamente differente. Ismaele, al contrario, vuole accrescere la gloria del Signore nel mondo. La sua forza proviene dal Santo, benedetto Egli sia, e il suo desiderio è moltiplicarne la gloria.
La prova, secondo il predicatore, è che il Nome di Dio ricorre continuamente sulle labbra dei figli di Ismaele, qualunque cosa si accingano a compiere. Quando vanno a uccidere, gridano «Allah Akbar»; quando costituiscono un esercito, ricorrono ancora al Nome divino. Il loro esercito non viene chiamato Esercito di difesa d’Israele, ma Hezbollah, «Partito di Dio».
Per quale ragione?
Perché, secondo questa interpretazione, le loro azioni attingono la propria forza dal Nome del Signore.
Il Rasag, Rabbi Saadyà Gaon, commentando il libro di Daniele, spiega il significato del corno dotato di occhi umani e di una grande bocca. La sua bocca è grande perché essi menzionano il Nome del Cielo in tutto ciò che fanno e in tutto ciò che dicono. Non pronunciano praticamente una frase senza richiamarsi al Nome divino.
Consideriamo allora, prosegue la lezione, quanto sia forte la loro fede nel Creatore.
La polvere dei piedi e la fede nella Provvidenza
Nella parashà della settimana precedente abbiamo letto che il nostro patriarca Abramo, nel terzo giorno successivo alla circoncisione, si accorse che non arrivavano ospiti. Sedeva all’ingresso della propria tenda, in attesa di qualcuno da accogliere, quando improvvisamente vide tre angeli che avevano assunto le sembianze di arabi.
Abramo li vide e disse loro:
«Si prenda un po’ d’acqua, lavatevi i piedi e riposatevi sotto l’albero» (Genesi 18,4).
La Ghemarà domanda:
«Perché disse loro di lavarsi i piedi?»
Rabbi Yannai, figlio di Rabbi Yishmael, spiega che gli angeli gli dissero:
«Ci hai forse sospettati di essere arabi che si prosternano davanti alla polvere dei propri piedi?»
Abramo, infatti, pensava che fossero arabi che adoravano la polvere dei piedi e si preoccupò di non introdurre l’idolatria nella propria casa (Bavà Metzià 86b).
Il libro MiMaamakim pone una domanda: che genere di follia sarebbe mai questa, prosternarsi davanti alla polvere? Ogni persona possiede una divinità alla quale rivolge la propria adorazione, ma adorare la polvere che si deposita sui piedi? Che senso può avere?
I nostri Maestri, secondo la spiegazione proposta, insegnano che non si tratterebbe affatto di una follia, ma dell’espressione di una fede assoluta nel Creatore.
Essi crederebbero che persino la polvere depositata sui loro piedi vi sia arrivata per volontà divina, perché non compiono un solo passo senza che il Creatore lo abbia guidato. La loro adesione alla Provvidenza sarebbe così totale da portarli a prosternarsi davanti alla polvere, dicendo: «Anche questa polvere proviene dal Santo, benedetto Egli sia. Prosterniamoci dunque davanti a essa».
Mosè istituì per Israele tre preghiere quotidiane. Per quale ragione? Secondo l’insegnamento qui riportato, perché vide che era venuta meno la prosternazione legata all’offerta delle primizie e stabilì quindi tre preghiere al giorno, come è detto:
«Venite, prostriamoci e inchiniamoci, inginocchiamoci davanti al Signore che ci ha creati» (Salmi 95,6).
Tre volte al giorno noi ci inchiniamo durante la preghiera dell’Amidà: all’inizio e alla fine della benedizione degli Avot e nella benedizione di Modim.
Il regno di Ismaele, invece, non si accontenta di tre prosternazioni quotidiane. Per loro, osserva il predicatore, ogni giorno è come Kippur!
Noi a Kippur recitiamo cinque preghiere. Essi sembrano dire: «Per noi ogni giorno è Kippur», perché pregano cinque volte al giorno.
E non provano alcuna vergogna nel pregare. Possono trovarsi nel mezzo di via Dizengoff o di via Allenby: all’improvviso stendono un tappeto, si inginocchiano e cominciano a pregare, senza preoccuparsi di ciò che pensano gli altri.
L’ebreo, invece, quando arriva l’ora del tramonto, si guarda intorno e si domanda: «Dove posso mettermi? Dove posso pregare? Qui, in mezzo alla strada? Mi prenderanno in giro! Meglio andare dietro quel chiosco, così nessuno mi vede».
L’arabo, secondo il confronto proposto dal predicatore, non si pone simili problemi. Si toglie le scarpe, si inginocchia direttamente per terra e prega. L’ismaelita manifesta così il proprio attaccamento alla fede, perché questa sarebbe la sua essenza.
Il malvagio Bilam afferma:
«Ahimè, chi potrà vivere quando Dio farà accadere tutto questo?» (Numeri 24,23).
La forza di Ismaele, secondo questa interpretazione, consiste dunque nella capacità di introdurre e rafforzare la fede nel Santo, benedetto Egli sia.
I nostri Maestri ci invitano a osservare che cosa fece Hagar quando si trovò in difficoltà: pregò. Un angelo venne da lei e le disse:
«Perché il Signore ha ascoltato la tua afflizione» (Genesi 16,11).
Il Santo, benedetto Egli sia, aveva ascoltato la sua preghiera.
Da dove impariamo che la preghiera di un malato per se stesso è più efficace di quella che altri rivolgono a Dio per lui?
Proprio da Ismaele, come è scritto:
«Perché Dio ha ascoltato la voce del ragazzo» (Genesi 21,17).
La forza di Ismaele sarebbe dunque la forza della continua menzione del Nome del Signore. Egli possiede una grande bocca per pronunciare il Nome divino e radicarne il ricordo nel mondo.
Quando aumenta questa forza?
Quando diminuisce la forza spirituale d’Israele. Quando si indebolisce la fede nel Santo, benedetto Egli sia, cresce la potenza di Ismaele.
7. La fede d’Israele come risposta al potere di Ismaele
Prima di morire, Mosè nostro maestro rivolge al popolo d’Israele una profezia contenuta nel Cantico di Haazinu. Il Ramban scrive che questo cantico costituisce un messaggio valido per tutte le generazioni, perché indica il percorso attraverso il quale Israele giungerà alla redenzione messianica.
Scrive il Ramban:
«Questo cantico, che costituisce per noi una testimonianza autentica e fedele, annuncia tutte le vicende che ci accadranno».
Il Santo, benedetto Egli sia, ci dice dunque: «Non esiste nulla di cui Io non sia responsabile. Non pensate neppure per un istante che sia stata la vostra forza a procurarvi ciò che possedete».
La Torà afferma:
«Essi Mi hanno provocato a gelosia con ciò che non è Dio; Mi hanno irritato con le loro vanità. E Io li provocherò a gelosia con ciò che non è un popolo; li irriterò con una nazione stolta» (Deuteronomio 32,21).
È come se il Santo, benedetto Egli sia, dicesse: «Non confidate in Me? Confidate soltanto in voi stessi? Aspettate, aspettate! Non vi manderò contro una grande nazione, ma piccoli gruppi di criminali che si prenderanno gioco di voi.
Voi siete un grande popolo. Avete satelliti nello spazio, un esercito potente, una tecnologia avanzata. Ma essi arriveranno con piccoli missili, con i Qassam, con i palloni incendiari, e vi metteranno in difficoltà. Non riuscirete a prevalere su di loro!»
Per quale ragione?
Perché confidate esclusivamente nella vostra forza e non attribuite importanza al Santo, benedetto Egli sia.
«Essi Mi hanno provocato a gelosia con ciò che non è Dio»: voi non mantenete il Nome del Signore sulle vostre labbra.
Quale sarà allora la conseguenza?
«E Io li provocherò a gelosia con ciò che non è un popolo»: vi manderò contro gruppi di criminali che non possiedono quasi nulla, eppure vi attaccheranno senza che riusciate a sconfiggerli.
I nostri Maestri scrivono che il regno di Ismaele costituisce una sorta di contrappeso spirituale al popolo d’Israele. Quanto più Israele rafforzerà la propria fede nel Creatore e quanto più il Nome del Cielo sarà abitualmente sulle sue labbra, tanto più la forza di Ismaele diminuirà.
Rabbi Chayim Vital, concludendo il suo commento al Salmo 124, scrive:
«Se il Signore non fosse stato con noi quando un uomo insorse contro di noi»: durante l’esilio di Ismaele, essi sono destinati a infliggere a Israele sofferenze terribili e straordinarie, mai viste prima. Non sapremo che cosa fare e non avremo altra speranza se non quella di confidare nel Suo grande Nome, benedetto Egli sia, affinché ci salvi dalle loro mani.
E conclude con il versetto:
«Il nostro aiuto è nel Nome del Signore, che ha fatto il cielo e la terra» (Salmi 124,8).
Se il popolo d’Israele rafforzerà la propria fede nel Santo, benedetto Egli sia, ciò porterà il regno d’Israele a prevalere sul regno di Ismaele e allora verrà il nostro giusto Messia.
Il re Davide ci dice: guardate il popolo d’Israele, che vive in una terra piccola, circondata da nemici. Intorno vi sono la Siria, la Giordania, l’Egitto e il Libano. Nessuno Stato amico!
Voglio insegnarvi che cosa vi attende.
«Tutte le nazioni mi hanno circondato» (Salmi 118,10).
Attorno alla Terra Santa vi sono popoli che vi circondano. Come potrete prevalere su di loro?
«Nel Nome del Signore le annienterò» (Salmi 118,10).
Menzionando il Nome del Cielo, potrete sconfiggerle.
«Mi hanno circondato, mi hanno completamente accerchiato» (Salmi 118,11).
Non soltanto siete circondati da altri popoli, ma, prosegue il predicatore, vi sono arabi anche all’interno della vostra terra: a Giaffa, Tel Aviv, Peki’in, Lod e in altre località.
La polizia organizza un’imboscata notturna, ma, secondo la rappresentazione polemica del predicatore, non si rende conto che ormai metà dei poliziotti sono arabi. Si preparano camion pieni di blocchi di cemento, che vengono trasportati sui tetti. Appena arriva la polizia, cominciano a lanciare pietre e tutti sono costretti a ritirarsi umiliati.
Che cosa pensavate? Che fossero arabi pacifici? Sparano soltanto per festeggiare!
Il re Davide vi dice:
«Mi hanno circondato, mi hanno completamente accerchiato».
Sono già all’interno della vostra terra!
Come potrete dunque prevalere su di loro dall’interno?
Esiste una sola strada:
«Nel Nome del Signore le annienterò».
Quando menzionerete il Nome del Cielo, allora potrete sconfiggerli.
Le api, il sacrificio della vita e la forza della fede
Il re Davide prosegue:
«Mi hanno circondato come api» (Salmi 118,12).
Che cosa rappresenta l’ape?
All’inizio del libro del Deuteronomio, la Torà afferma:
«Gli amorrei che abitavano su quella montagna uscirono contro di voi, vi inseguirono come fanno le api e vi colpirono a Seir fino a Chormà» (Deuteronomio 1,44).
Rashì commenta:
«Come fanno le api»: proprio come un’ape muore immediatamente dopo aver punto un uomo, così anche essi morivano non appena vi colpivano.
L’ape sa che, pungendoti, morirà. Eppure ti punge. Perché?
Perché questa è la sua natura: non può fare a meno di pungere.
«Mi hanno circondato come api».
Il predicatore applica questa immagine agli attentatori suicidi. L’attentatore sa che sta per morire, ma non può rinunciare a ciò che si accinge a fare. Per lui è diventata una ragione di vita.
«Nel Nome del Signore le annienterò».
Prima di collegare i contatti di un ordigno esplosivo, egli grida: «Allah Akbar!».
E noi, quando mai abbiamo gridato «Il Signore è Dio!» in un supermercato?
Chiamerebbero immediatamente la polizia, accusandoci di coercizione religiosa!
Perché? Guardate quanto è forte la loro fede. Non si vergognano di nulla. E voi, perché vi vergognate? Perché il Nome del Cielo non è continuamente sulle vostre labbra?
Il Gaon di Vilna richiama il versetto:
«Alcuni confidano nei carri e altri nei cavalli, ma noi invochiamo il Nome del Signore nostro Dio» (Salmi 20,8).
Vi sono quelli che arrivano con i carri da guerra, dotati di una potenza enorme: aerei, carri armati, mezzi corazzati e missili. E vi sono quelli che arrivano a cavallo, armati di mezzi assai più rudimentali, e lanciano razzi Qassam.
Che cosa sono, in fondo, questi Qassam?
Siete voi stessi a fornire loro il combustibile necessario per farli funzionare: senza combustibile, infatti, non potrebbero volare. Fornite loro elettricità e ferro; essi aggiungono l’esplosivo e ve li lanciano contro.
La Torà afferma:
«Li irriterò con una nazione stolta» (Deuteronomio 32,21).
Secondo il predicatore, essi si comportano da malvagi: continuate a dare loro risorse e continueranno a lanciarvi contro i loro razzi. Non comprendete quale sia la forza che possiedono.
Il Santo, benedetto Egli sia, dice:
«Essi Mi hanno provocato a gelosia con ciò che non è Dio; Mi hanno irritato con le loro vanità. E Io li provocherò a gelosia con ciò che non è un popolo; li irriterò con una nazione stolta» (Deuteronomio 32,21).
Voi non menzionate il Nome del Cielo.
Decidete allora di interrompere la fornitura di elettricità, ma arriva un ministro del governo che vi ordina di riattivarla. Lui vive a Tel Aviv e non gli importa nulla! Bisognerebbe vedere come parlerebbe se abitasse a Sderot.
All’ingresso di Sderot, osserva ironicamente il predicatore, compare ormai uno slogan: «Abito a Sderot perché mi piace il Qassam», giocando sulla somiglianza sonora fra il nome del razzo e un’espressione ebraica che significa «mi affascina».
8. La caduta di Ismaele e la venuta del Messia
Il Santo, benedetto Egli sia, si presenta dunque a Hagar e le annuncia:
«Sappi che darai alla luce un figlio che sarà un uomo selvaggio, una creatura feroce, che deruberà gli uomini e si comporterà come un animale predatore».
E Hagar ringrazia il Santo, benedetto Egli sia, dicendo:
«Non ho forse visto anche qui Colui che mi vede?» (Genesi 16,13).
È come se esclamasse: «Quale notizia mi hai dato! Quale straordinario dono!»
Il Santo, benedetto Egli sia, le annuncia allora, secondo la spiegazione della lezione:
«Sappi che ti sto affidando la forza che farà da contrappeso a Israele. I tuoi discendenti rappresenteranno la forza contrapposta al popolo d’Israele. Se essi menzioneranno il Nome del Cielo e Israele non lo farà, prevarranno su Israele. Ma se il popolo d’Israele menzionerà il Nome del Cielo, allora saranno i tuoi discendenti a cadere».
La parashà di questa settimana, Chayè Sarà, si conclude infatti con le parole:
«Egli cadde di fronte a tutti i suoi fratelli» (Genesi 25,18).
Ismaele cadrà soltanto quando noi menzioneremo il Nome del Cielo!
Scrive il Baal HaTurim:
«“Egli cadde di fronte a tutti i suoi fratelli”. Subito dopo è scritto: “Queste sono le generazioni di Isacco”. Questo insegna che, quando Ismaele cadrà alla fine dei giorni, allora germoglierà il figlio di Davide, che discende da Isacco».
Quando menzioneremo il Nome del Cielo, la forza di Ismaele cadrà; e quando essa cadrà, risorgerà la forza d’Israele.
Con l’aiuto di Dio, meriteremo allora di assistere alla venuta del nostro giusto Messia, presto, ai nostri giorni. Amen e amen!
