(da una derashah di Rav Lichtenstein)
Come è noto i Rishonìm non sono d’accordo sul corretto ordine delle parashot contenute nei tefillin. Le opinioni maggiormente conosciute sono quella di Rashì e quella di Rabbenu Tam. Rashì sostiene che l’ordine della parashot corrisponda a quello di comparsa nella Torà: prima i due brani nella parashà di Bò, Qaddesh e Wehaià ki yeviakhà, il primo e il secondo brano dello Shemà, che sono nel libro di Devarìm. R. Tam ritiene invece che il secondo brano dello Shemà venga prima del primo brano. Apparentemente l’opinione di Rashì sembra essere più logica. Perché R. Tam la pensa diversamente? Rav Soloveitchik ha spiegato l’opinione di R. Tam in questo modo: la ghemarà nel trattato Menakhòt cita una baraità che cita l’ordine delle parashòt da destra a sinistra conformemente a quanto sostiene Rashì. Ma viene poi citata un’altra baraità che sostiene esattamente il contrario. Abbayè spiega che non c’è contraddizione fra le due visioni. E’ una questione di prospettive: una visione elenca le parashot dal lato di chi li indossa, l’altra dalla prospettiva di chi si trova di fronte a chi indossa i tefillìn, come se fosse un lettore. Abbiamo quindi il medesimo ordine, ma da due diverse prospettive. Rashì predilige l’ordine, cosa che anche R. Tam accetta, ma R. Tam crede che l’ordine non sia lo stesso per le varie parashot. Le prime due parashot devono essere in ordine dal punto di vista di chi indossa i tefillin, le altre due dal punto di vista di chi si trova di fronte.
I primi due brani dello Shemà ci parlano dell’accettazione del giogo del regno divino e del giogo delle mitzwòt, della connessione unica dell’uomo con D., della unità di D. e della fede in Lui. I primi due brani invece servono invece a rendere pubblici i miracoli dell’uscita dall’Egitto, per mostrare ad Israele e al mondo la grandezza di D.
A questo punto la visione di Rabbenu Tam risulta più comprensibile: il lettore deve essere facilitato a leggere nei brani relativi ai miracoli egiziani. L’altra parte, i brani dello Shemà, sono rivolti invece a chi indossa i tefillin, che deve essere facilitato.
Sia Rashì che R. Tam sono quindi d’accordo che si debba seguire l’ordine, la discussione riguarda la prospettiva da seguire.
Ma quest’ordine ha qualche altro significato? Sui brani dello Shemà la Mishnà in Berakhòt cita l’opinione di R. Yehoshua’ ben Qorkhà: prima si accetta il giogo del regno divino, poi quello delle mitzwòt. La ghemarà riporta un altro motivo a nome di R. Shim’on Bar Yochai: il primo brano riguarda lo studio, l’insegnamento e l’esecuzione delle mitzwòt, mentre il secondo solo l’insegnamento e l’esecuzione. La ghemarà accetta entrambe le risposte. Il Rambam nelle Hilkhòt Qeriàt Shemà scrive che il primo brano viene recitato per primo, poiché contiene il principio fondamentale da cui tutto dipende, l’unità di D., l’amore per Lui e lo studio delle Sue parole. La preminenza del brano dipende dal suo contenuto. Rambam richiama R. Shim’on Bar Yochai nella sua spiegazione. L’altra opinione segue una logica differente. Esiste una gerarchia a priori fra i brani. Ricorda la famosa parabola di un re appena incoronato, che di fronte alla richiesta dei sudditi di ricevere delle leggi, dice loro di accettare innanzitutto la sua regalità, e solo allora promulgherà delle leggi. Senza l’accettazione della regalità, le leggi non hanno senso, perché non c’è un obbligo di rispettarle. Vi è quindi una costruzione di ordine logico.
Potremmo porci la stessa domanda per le altre coppie di parashòt, che appaiono abbastanza simili fra di loro. Qadesh tuttavia mostra un quadro più completo dell’uscita dall’Egitto, e del suo scopo, raggiungere Eretz Israel. E’ possibile però applicare anche l’altra logica che abbiamo visto per i brani dello Shemà: nel comandamento dei Tefillìn c’è infatti una differenza significativa. Perché dobbiamo indossare i tefillìn? In Qadèsh perché il Signore ti ha fatto uscire dall’Egitto; in Wehaià ki yeviakhà perché ci ha fatto uscire dall’Egitto. In un caso la Torà parla al padre, nell’altro al figlio per mezzo del padre. Il padre deve insegnare al figlio ad indossare i Tefillin, perché D. ci ha fatto uscire dall’Egitto, ma la logica della Torà è chiara: prima di insegnare al figlio avrà dovuto interiorizzare l’idea che intende insegnare. Solo dopo potrà insegnare ad altri. Solo dopo aver costruito se stessi, si potrà procedere ad influenzare gli altri. Il messaggio è chiaro. La scelta del momento in cui iniziare ad influenzare gli altri non è una scienza esatta. Ci sono dei casi in cui dobbiamo occuparci dei bisogni spirituali degli altri, anche quando non abbiamo raggiunto il livello richiesto. Dovremmo tuttavia sempre tenere presente che dovremmo cercare di non uscire dal mondo della Torà, verso una vita “regolare” prima di essere certi di avere costruito la nostra personalità nel modo più completo possibile, e allora avremo modo di influenzare gli altri.
