Il concetto di contrappasso non è stato inventato da Dante Alighieri. L’idea secondo cui il S.B. retribuisce le azioni dell’uomo in modo commisurato (middah ke-neghed middah) è già ben presente ai nostri Maestri (Shabbat 105b). Un esempio di ciò si trova in un insegnamento dei Pirqè Avot a nome di R. Yonatan: “Tutti coloro che osservano la Torah da poveri finiranno per osservarla da ricchi; mentre tutti coloro che trascurano la Torah da ricchi finiranno per trascurarla da poveri” (4,11). Commentando la prima parte di questa massima R. ‘Ovadyah Sforno cita il versetto della Torah in cui H. afferma di inviarci talvolta la povertà “al fine di umiliarti e metterti alla prova, per poi beneficiarti nel tuo avvenire” (Devarim 8,16). Così a proposito della seconda parte egli cita un altro versetto in cui H. afferma: “per il fatto che non hai servito H. … quando avevi abbondanza di tutto (me-rov kol), ora servirai i tuoi nemici … in mancanza di tutto” (be-chòsser kol: Devarim 28, 47-48).
Sforno riporta quest’ultima citazione anche nel suo commento alla Parashat Bo. Alla vigilia dell’invio dell’ultima piaga e dell’Uscita dall’Egitto H. invita Moshe a parlare ai membri del suo popolo, affinché domandassero agli Egiziani ogni sorta d’oggetti d’oro e d’argento (Shemot 11,2). Scrive Sforno: “Fa parte dell’attributo Divino della Giustizia allorché qualcuno si intestardisce nel non voler eseguire la Volontà di D. (le-viltì ‘assot retzon qonò) che alla fine è costretto comunque a obbedire, ma questa volta attraverso sofferenze e privazioni, in modo non gradito (we-lo le-ratzon yihyeh lo)”. Il commento contiene un gioco di parole sul termine ratzòn, che significa tanto “volontà” che “gradimento”. Chi rifiuta la Volontà Divina finisce per trovarsi al di fuori del Gradimento Divino. E’ il caso del Faraone: si è rifiutato di eseguire la Volontà Divina di liberare gli Ebrei mantenendo intatta la propria potenza economica? Sarà ora costretto a farlo comunque, ma dopo aver rinunciato alle proprie ricchezze. L’invito è a eseguire la Volontà Divina senza porre alcun tempo in mezzo: tergiversare non solo non ci recherà vantaggio alcuno, ma risulterà certamente a nostro danno. Comprendiamo a questo punto perché l’osservanza di Pessach ruoti proprio intorno al concetto di chippazon (“sollecitudine”).
Tre sono le Mitzwot che i nostri padri in Egitto ricevettero alla vigilia della loro partenza. La prima è quella di cospargere con il sangue dell’agnello pasquale l’architrave e gli stipiti delle loro porte (Shemot 12,22). Sforno spiega che il gesto della hazzaah (“aspersione”) assomiglia a quello che lo scrivano compie per scrivere una yod, la più piccola delle lettere dell’alfabeto ebraico, che si traccia mediante un semplice, piccolo getto d’inchiostro. La yod simboleggia a sua volta il Din, la Giustizia Divina. La yod richiama in questo caso il Midrash secondo cui H. avrebbe voluto originariamente creare il mondo proprio con la yod, ma dovette poi parzialmente ricredersi a fronte delle umane trasgressioni, associando a essa la he, che simboleggia Rachamim, la Misericordia: la he è infatti aperta verso il basso per accogliere i Ba’alè Teshuvah. La piccola yod è la lettera del Mondo a Venire: i Giusti che vi sono ammessi sono pochi (Menachot 29b). Spiega Sforno che la yod segnò il periodo precedente alla Trasgressione del Primo Uomo e anche quello del Dono della Torah finché il Vitello d’Oro non riportò l’idea di morte nel mondo. La yod simboleggia infatti la semplicità di ciò che è eterno, mentre le tre aspersioni, rispettivamente sull’architrave della porta e sui due stipiti, rappresentano la Presenza del D. unico la cui Giustizia guida i due mondi, il Mondo Presente e il Mondo a Venire.
La seconda Mitzwah che gli Ebrei ricevettero alla vigilia della Yetziat Mitzrayim è il Qorban Pessach. Di esso Sforno nota due particolarità: il fatto che è riferito alla notte, mentre tutti gli altri sacrifici si eseguivano esclusivamente di giorno e il fatto che pur ricordando la liberazione collettiva di tutto il popolo doveva essere portato individualmente da ciascuno dei suoi componenti. Sul primo punto Sforno scrive che il sacrificio pasquale si esegue in realtà prima della notte, ma comunque dopo il sacrificio quotidiano del pomeriggio che normalmente chiudeva la giornata dei qorbanot nel Bet ha-Miqdash. Quanto al secondo punto, il Qorban Pessach si distingue dagli altri qorbenot tzibbur (“sacrifici pubblici”) in cui un unico animale veniva offerto a nome di tutti “e l’obbligo di portarlo incombe singolarmente su ogni soggetto, per il fatto che del miracolo della liberazione ha in realtà beneficiato ogni individuo e non semplicemente la collettività in quanto tale” (comm. a Shemot 12,26). Ciò ci insegna che vi sono dei beni collettivi talmente preziosi per i quali il singolo non può delegare la comunità a ringraziare, ma deve ringraziare personalmente: uno di questi è la libertà. Wehayah ki yish’alekhà binkhà machar lemor ma zot, weamartà elaw be-chòzeq yad hotzianu H. mi-Mitzrayim mi-bet ‘avadim (“E avverà quando un domani tuo figlio ti domanderà dicendo: ‘che cos’è questo?’, gli dirai: ‘con braccio forte H. ci ha tratto dall’Egitto, la casa degli schiavi'”: Shemot 13,14). Questo versetto, che nella Haggadah forma la domanda e la risposta del Tam. il figlio semplice, nella Torah non è riferito a Pessach, ma a un’altra Mitzwah, la terza: l’obbligo di riscattare il primogenito dell’asino mediante un agnello. L’asino è l’unica specie non kasher a essere ammessa a questo privilegio, che riguarda gli animali kasher. Sforno spiega che H. ci ha tratto dall’Egitto be-chozeq yadam shel Mitzrayim, “con la forza di braccia degli Egiziani”. La Torah aveva infatti detto che “‘l’Egitto fece forza sul popolo ebraico affinché si affrettassero a lasciare la terra’ (Shemot 12,33) e non ci fu dato il tempo di portar via i nostri averi su carri secondo l’uso egiziano (quale ci è testimoniato per esempio in occasione della discesa di Ya’aqov in Egitto, allorché Yossef lo mandò a prendere ba-‘agalot: “con i carri”, Bereshit 46,5): fummo costretti a servirci degli asini e questi miracolosamente bastarono. Fu pertanto riconosciuta loro una certa qedushah”. Segno del fatto che “il S.B. non nega la meritata ricompensa a nessuna creatura” (Pessachim 118a)!
