(Zèved ha-bat di Miriam Silva – 15 Shevàt 5779 – 20.01.2019)
Finalmente l’incubo egiziano è lasciato alle spalle. Dopo l’apertura dello Yam Suf Moshè intona la shiràt ha-Yam. Subito dopo la Torà descrive il canto di Miriam e delle donne di Israele. Da questo canto, secondo il Midràsh (Bemidbàr Rabbà 1,2), deriverà il pozzo di Miriàm, che disseterà il popolo ebraico nel deserto.
Questi versi sollevano varie difficoltà:
- In che modo Miriàm ottiene il titolo di Miriàm ha-nevià? Persino Moshè, il più grande dei profeti, non viene chiamato Moshè ha-navì!
- Quali sono le profezie di Miriàm? E perché viene ricordata questa sua caratteristica proprio qui?
- Perché viene definita sorella di Aharòn? Non lo sapevamo da soli? E in ogni caso questa definizione non è precisa, perché è anche sorella di Moshè.
- Dove avevano preso i tamburi?
Tutte queste domande hanno avute molte risposte. Per esempio Rashbàm risponde che non è infrequente nella Torà che una sorella venga ricordata accompagnandola al nome del fratello. Il Rambàn crede invece che sia un modo per onorare Aharòn, che non compare in questo episodio. Secondo Rashì è presente un riferimento a un episodio successivo, alla fine della parashàt Beha’alotekhà, quando Aharòn metterà a repentaglio la propria vita, quando la sorella sarà colpita dalla tzara’àt.
Un famoso brano nella ghemarà in massèkhet Meghillà fornisce una risposta differente. La profezia di Miriàm risale a quando questa era sorella di Aharòn, e non di Moshè, prima della sua nascita. Profetizzò infatti che sua madre avrebbe partorito colui che avrebbe salvato Israele. Quando nacque Moshè e la casa si riempì di luce, il padre le diede un bacio in testa, ma poi quando fu costretto a gettarlo nel Nilo, le chiese che ne era stato della sua profezia. Per questo Miriàm assistette da lontano alla salvezza di Moshè da parte della figlia del Faraone.
Mentre ‘Amràm si fermava a ciò che i suoi occhi vedevano, Miriàm era invece in grado di vedere la luce quando tutti vedevano il buio. Questa è la grandezza delle donne ebree, che portano dei tamburi nel deserto, perché erano certe che sarebbero serviti.
Il Midràsh spiega che venne chiamata Miriàm perché gli egiziani amareggiarono le loro vite (wayimarerù et chayiehèm). Moshè non ha vissuto la schiavitù, la sua grandezza consiste nel sapersi identificare con il dolore dei propri fratelli. La grandezza di Miriàm è un’altra, è il mantenere l’assoluta sicurezza del fatto che ci sarà una salvezza, anche se la realtà che la circonda indica esattamente il contrario! In quel giorno, quando il mare si aprì, risultò evidente a tutti che la sua previsione, nella quale aveva sempre creduto, si era realizzata.
Questa visione delle cose mostra uno sviluppo del carisma molto diverso da quello di Moshè. L’apertura dello Yam Suf costituisce la consacrazione di Moshè, solo allora i figli di Israele “credettero in D. e in Moshè suo servo”. Ma, nota il Chatàm Sofèr, il popolo credette in Moshè per via del suo ruolo nei miracoli; senza Moshè D. non avrebbe realizzato dei miracoli, e per questo quando non vedono Moshè tornare dal monte Sinài chiedono di fabbricare il vitello d’oro. Le donne credono in Miriàm, anche se questa non ha compiuto alcun miracolo. Anche in occasione del vitello d’oro, le donne mostrarono un approccio differente: se non c’è Moshè, ci sono altri profeti! Per questo si rivolsero a Chùr, figlio di Miriàm, che fu costretto però a sacrificarsi, e a suo nipote, Betzalèl, spettò di riparare al peccato del vitello d’oro costruendo il Mishkàn.
L’aspetto più evidente nella descrizione che i chakhamìm danno di Miriàm è la sua preoccupazione costante per la pirià werivià, sia quando viene identificata come una delle due levatrici, sia quando interviene nei confronti del padre per tornare con la madre. Anche nell’episodio, per cui verrà punita, della sua apparente critica a Moshè, secondo il Midràsh (Sifrè 99) era animata dall’obiettivo di riportare Moshè, che riteneva di dover essere sempre puro per poter profetizzare, assieme alla moglie Tzipporà.
Nella veste di levatrice, oltre alla preoccupazione per i bambini che il Faraone aveva ordinato di uccidere, non troviamo solo la disobbedienza civile, ma qualcosa di più: secondo il Midràsh (Shemòt Rabbà 1,15) Miriàm e sua madre Yochèved non solamente non adempirono alle parole del Faraone, ma fecero del bene ai neonati, pregando D. affinché i bambini uscissero sani, senza difetto.
Bibliografia-Sitografia
Avrahàm Grossman, Ben Miryiàm leMària, Tifèret leIsraèl, USA 2010, pp. 183-194. A. Katzìn, Lekhà anù shirà, nel sito www.yeshiva.org.il
