(da un articolo di Rav Ari Kahn)
Sin dall’episodio del roveto ardente era noto che il Sinai sarebbe stata una tappa fondamentale nell’avvicinamento alla Terra promessa. Prima di quel momento tuttavia si verifica un altro avvenimento centrale, l’apertura del Mar Rosso. Come considerare questa esperienza? Come un’appendice dell’uscita dall’Egitto, o come un preambolo del Sinai?
Sembra esserci una continuità fra quanto narrato nella parashah di Beshallach e quanto descritto nella parashah di Bo. Sotto certi aspetti l’apertura del mare rappresenta infatti una undicesima piaga scagliata contro gli egiziani.
Nell’esperienza del Sinai sono presenti due elementi notevoli, la rivelazione in sé ed il contenuto della rivelazione, l’ascolto della voce divina e i concetti che vengono trasmessi.
Nell’apertura del Mar Rosso sono presenti entrambi gli elementi: gli egiziani vengono puniti ad un livello a loro sconosciuto, e al contempo i figli di Israele hanno una prima sperimentazione della rivelazione.
Rashì riporta un insegnamento secondo cui una schiava sul mare vide ciò che i profeti non hanno visto. Non vi fu solo punizione e salvezza, ma anche rivelazione. Avvicinandosi al Sinai risulta evidente l’intervento divino nella storia.
Nei primi versi della parashah emerge come D. abbia scelto un percorso più tortuoso, segno che gli ebrei, sebbene usciti dall’Egitto armati, non erano pronti. Bisogna valutare se il fatto che Mosheh portò con sé le ossa di Yosef sia collegato o meno.
Le colonne di nubi e di fuoco che guidavano il popolo ebraico prefigurano, sia linguisticamente che concettualmente, la rivelazione del Sinai. Tali colonne non si staccano mai dal popolo. Il termine che viene usato, yamish, non è molto frequente nel Tanakh, ma spesso è associato alla Torah.
Come è noto, tradizionalmente, l’acqua viene associata alla Torah. Dopo l’apertura del Mar Rosso il popolo ebraico viaggia per tre giorni e si trova senza acqua, che rappresenta di più del sostentamento fisico. Il popolo vuole un contatto continuo con D. e riceve alcune norme della Torah. Come conseguenza di questo episodio, da allora, non si lascia un intervallo di oltre tre giorni fra una lettura pubblica della Torah e l’altra. Vi è un’associazione, famosissima, fra l’acqua e la Torah, ma il testo presenta ancora degli aspetti impenetrabili; le acque amare, dopo che le istruzioni divine ebbero seguito, divennero dolci. Lo Zohar paragona quelle acque a quelle della Sotah.
L’esperienza egiziana aveva scosso la vita ebraica nelle sue fondamenta. Una nube di sospetti incombeva sul popolo ebraico. I mariti e le mogli erano diffidenti, perché credevano che una condotta sessuale tutt’altro che ineccepibile avesse permesso la sopravvivenza in schiavitù. Era necessario sbloccare questa situazione, tramite un rituale collettivo, che ebbe successo.
Il sospetto ha lasciato spazio alla riconciliazione, al riavvicinamento, alla ricomposizione dell’unità, familiare e comunitaria. Questa trasformazione deve avvenire nella strada che conduce al Sinai, perché per ricevere la Torah serve unità.
Alle pendici del Sinai il popolo ebraico si presenta come un tutt’uno. L’unità fondamentale è quella della famiglia ebraica. Ma per arrivare alla rivelazione vi è l’incontro drammatico con un altro accampamento unito, quello egiziano. Sono famosi i commenti di Rashì nei quali si nota un’inversione fra l’unità ebraica e quella egiziana. Mentre gli ebrei arrivano al deserto del Sinai come un sol uomo, con un unico cuore, gli egiziani con un unico cuore, come un sol uomo.
Gli egiziani erano spinti dal desiderio di eliminare il proprio nemico, mentre per gli ebrei l’iter è differente, e anzitutto prevede la liberazione dall’oppressore egiziano.
Evocativo il nome del luogo in cui l’incontro avviene, Pì ha-chirot, la bocca della libertà, che Rashì identifica con Pitom, che gli ebrei in schiavitù avevano edificato. Erano due enorme rocce verticali, e la valle in mezzo si chiamava Pì Sela’im, la bocca delle rocce.
Passare attraverso quel luogo conferisce agli schiavi una libertà emotiva o esistenziale, viaggiando come una nazione libera attraverso un simbolo della loro schiavitù. Non dovevano obbedire a nessuno. Potevano godersi il panorama, sospirare e andare avanti.
E’ noto l’insegnamento dei Maestri, sulle tavole della legge, in base al quale “non leggere charut, inciso, ma cherut, libertà”. Sebbene vi sia una differenza ortografica, perché charut è scritto con la tet e cherut con la tav, l’assonanza è evidente, e qui è altrettanto, senza la differenza ortografica.
Non era casuale che la formazione del popolo ebraico avvenisse proprio in Egitto. L’Egitto era una superpotenza del mondo antico, in cui non era difficile sprofondare al 49° livello di impurità. L’Egitto era la culla della depravazione sessuale. Non è un caso che in Egitto Sarah venne strappata ad Avraham, e che la moglie di Potifar tentò di sedurre Yosef.
Se gli ebrei dovevano fare la differenza, dovevano riuscire ad avere un impatto su una società come quella egiziana. La Torah identificherà poi nell’Egitto e in Kena’an il simbolo dell’immoralità, quando, nella parashah di Acharè Mot, nel brano che leggiamo a minchah a Kippur, introdurrà i divieti di natura sessuale.
Queste due nazioni hanno un comune denominatore, discendono da fratelli, i figli di Cham. Le devianze sessuali dell’Egitto hanno una storia antica, discendono al diluvio, e allora per purificarsi fu necessario scatenare un enorme miqveh.
L’Egitto è corrotto. Il dispotismo regale, il trattamento disumano degli schiavi, sono l’espressione socioeconomica di un mondo immorale.
Il viaggio che conduce al Sinai libera, tappa dopo tappa, dagli elementi marci di quel mondo. Gli ebrei escono armati dall’Egitto, pensavano di essere pronti per la battaglia, ma non sapevano quale fosse, una battaglia contro la moralità egiziana che si era insinuata dentro di loro.
Sino a un certo punto D. li protegge in questo tragitto, ma poi arriva sulla scena Amaleq, che qarekhà nel tragitto. Rashì fornisce tre ordini di spiegazioni:
a) Ti raffreddò, spense il tuo entusiasmo e il tuo zelo;
b) capitò su di te, vuole mettere in dubbio l’intervento divino sulla storia;
c) lo deriva poi da qeri, un emissione seminale.
Amaleq intende mettere in discussione un certo tipo di moralità.
Il popolo aveva le sue armi primitive, Mosheh le ossa di Yosef, che di fronte alla moglie di Potifar wayanos, fuggì, che è ciò che il mare fece al passaggio del popolo ebraico (Salmo 114).
Non era solo una risposta magica del mare alla presenza di Yosef, ma anche l’affermazione dell’idea che il popolo aveva fatto propri gli ideali di unità di Yosef, che aveva speso la propria vita in cerca dell’unità. Quella che, discesa in Egitto, era una famiglia in frantumi, ha riconquistato la propria unità.
Il sedersi assieme attorno al tavolo del Seder è un tikkun per la divisione all’interno della comunità. Il popolo ebraico passa attraverso il Yam suf, in quello che sarebbe potuto essere un enorme miqweh, ma stavolta non è necessario.
Questi eventi si svolgono al settimo giorno dall’uscita dall’Egitto, quando marito e moglie si riuniscono dopo l’immersione nel miqweh. Lo Zohar si spinge oltre, paragonando il conteggio dell’omer al conteggio dei sette giorni bianchi. Avvicinandosi al Sinai Mosheh impone a mariti e mogli di separarsi. Il Sinai è un nuovo matrimonio, fra marito e moglie, fra popolo e D. Una nuova unione, basata sulla santità. Una nazione, libera e unificata, è pronta per ricevere la Torah.
