Allorché il Faraone acconsentì che gli Ebrei lasciassero l’Egitto per tre giorni, assecondando la richiesta di Moshe che potessero recarsi a festeggiare nel deserto, H. fece loro percorrere, diremo noi oggi, stradine di campagna. La grande via di comunicazione (qaròv nel senso di “veloce”; Shemot 13,17) che attraversava il territorio dei Filistei era troppo pericolosa. Non tanto per il rischio di una guerra con queste popolazioni, quanto per il fatto che, trattandosi di una strada molto affollata, avrebbe messo a disposizione degli Ebrei molti, troppi informatori e ciò avrebbe permesso alle notizie di circolare con eccessiva rapidità. Quali notizie? H. temeva che se i Figli d’Israele avessero saputo in tempo reale che il Faraone, non vedendoli tornare, si era nel frattempo mosso contro di loro, non avrebbero retto al pensiero di una guerra contro di lui. Preferì fare in modo che il Faraone li cogliesse di sorpresa all’ultimo momento davanti al Mar Rosso, quando ormai non ci sarebbe più stato il tempo di pensarci su. Un insegnamento per i tempi d’oggi: non sempre l’informazione tempestiva rappresenta un vantaggio per la psiche umana!
Quale sarebbe stata la difficoltà di combattere contro il Faraone, dal momento che, come dice il versetto, gli Ebrei avevano lasciato l’Egitto chamushim (“armati”, 13,18)? Uno schiavo difficilmente trova la forza di mettersi contro il proprio padrone, sebbene sia stato nel frattempo liberato. Preferisce ritornare schiavo. Non è un problema di inferiorità fisica, ma di asservimento morale. Questo complesso poteva essere vinto solo se l’incontro/scontro fosse avvenuto in un frangente in cui il Faraone stesso non sarebbe più stato in grado di riprenderli neppure se l’avesse voluto. Ciò che la Torah ci fa cogliere di quell’istante fu il grido di Moshe. H. lo riprende: mah titz’aq elay (“cosa strilli a me”, 14,15)? R. ‘Ovadyah Sforno commenta che non si era trattato di un grido di preghiera, di una richiesta di aiuto, come potremmo pensare. “Il grido di Moshe non era motivato dalla paura del Faraone e del suo esercito, perché egli già aveva preparato gli Ebrei annunciando loro la sconfitta e la morte degli Egiziani, dicendo che non li avrebbero mai più rivisti per l’eternità. Il grido di Moshe era riferito ai capi degli Ebrei che avevano osato replicare accusandolo di averli condotti a morire loro nel deserto come se in Egitto non ci fossero tombe a disposizione. Moshe temeva che non avrebbero acconsentito ad affrontare il mare. H. allora gli rispose: dabbèr el Benè Israel we-yissa’ù (“parla ai figli d’Israele ed essi si muoveranno”): vedrai che non saranno ribelli! Non ostinarti a sospettare di persone per bene” come già facesti in un primo tempo in Egitto, allorché dicesti: “ma essi non mi crederanno” (4,1) e la tua mano, per punizione, uscì lebbrosa (cfr. Yomà 19a; ; Rashì a 4,6). Usa piuttosto la tua mano per aprire il mare!
Ciò che avvenne successivamente avrebbe avuto altri due paralleli nella storia biblica. Il primo è il passaggio del Giordano ai tempi di Yehoshua’, allorché gli Ebrei entrarono in Terra d’Israele. In quel caso le acque che scorrevano a monte si fermarono, ergendosi a formare un muro, mentre le acque già passate a valle defluirono, lasciando dunque un passaggio all’asciutto, che consentì agli Ebrei il guado (Yehoshua’ 3). La somiglianza fra i due episodi crea un legame ideale fra l’Uscita dall’Egitto e l’Entrata in Eretz Israel: questa è lo scopo e il completamento dell’altra. Il secondo episodio è più tardo: la battaglia del fiume Qishon contro i Cananei, di cui leggiamo nella Haftarah di questo Shabbat (Shofetim 4-5). Anche il generale nemico Siserà, come gli Egiziani nella Parashah, era munito di spaventosi carri che segnavano l’enorme disparità di forze fra i due schieramenti. La giudice Devorah, a capo delle tribù aggregatesi intorno a Naftalì, riuscì a vincere, determinando la disfatta e lo sbando degli avversari. Un forte temporale notturno mandato da H. aveva reso fangoso il guado del fiume per cui i potenti carri si impantanarono. E’ quanto accadde anche al Mar Rosso. Dopo che H. ebbe fatto in modo che le acque formassero pareti di ghiaccio e gli Ebrei vi transitarono all’asciutto, H. trasferì la colonna di fuoco che guidava gli Ebrei insieme alla nube dietro di loro, affinché sciogliesse il ghiaccio e provocasse una poltiglia di fango, mentre gli Ebrei poterono seguitare il loro cammino lungo il percorso tracciato per essi (14,20). Prima di essere sommersi dalle acque, gli Egiziani furono arrestati nella loro corsa. La sola differenza fra il fiume Qishon e il Mar Rosso è che Siserà ebbe la possibilità di fuggire, mentre il Faraone no (cfr. Rabbenu Yonah a Avot 5,4).
La fine degli Egiziani non acquietò ancora gli Ebrei completamente. La seconda parte della Parashah ci racconta la storia della manna nel deserto. Per l’esattezza gli Ebrei ricevevano la sera la carne delle quaglie da mangiare in misura adeguata ma non eccessiva, mentre ogni mattina per sei giorni trovavano da raccogliere sul terreno il “pane celeste” a sazietà per ciascuno. Sforno commenta che il razionamento della carne, a fronte della relativa abbondanza del pane, aveva lo scopo di far dimenticare le usanze carnivore degli Egiziani. Ma il commento sottolinea soprattutto il fatto che la libertà dell’individuo rispetto allo schiavo consiste nella facoltà di consumare pasti regolari a orari fissi. “Ora saprete che H. vi ha liberato dagli Egiziani del tutto, anche dai loro costumi. Allora sedevate accanto alla pentola di carne senza orari e facevate come le galline che frugano nel pattume, finché non è arrivato Moshe Rabbenu che ha stabilito per voi pasti dignitosi a orari precisi” (16,6-7; Yomà 75b). In questo quadro si colloca anche la prescrizione dello Shabbat. Lo Shabbat, spiega Sforno riecheggiando il Talmud (Shabbat 10b), è una mattanah tovah (“dono prezioso”), ma comporta anche una mitzwah. Allorché alcuni Ebrei si misero alla ricerca della manna nel settimo giorno nonostante fossero stati avvertiti che non ne avrebbero trovata, H. se la prese nuovamente con Moshe includendolo fra i ribelli: “fin quando vi rifiuterete di osservare le mia Mitzwot e le mie Torot (scritta e orale)? Sebbene tu Moshe non sia uscito con loro a raccogliere la manna sei corresponsabile. Ti sei limitato ad annunciare che si sarebbe potuto raccogliere la manna solo per sei giorni, senza insegnare loro esplicitamente che il settimo giorno ciò era proibito, in quanto si sarebbe infranto il divieto delle due melakhot di raccoglierla e di trasportarla” (16,28-29). Da qui impariamo quanto è importante non solo parlare dello Shabbat, ma anche studiare le Hilkhot Shabbat nel dettaglio.
