Paolo Salom – Mosaico-cem.it – 2 Luglio 2026
Foto in alto: l’attivista pacifista canadese-israeliana Vivian Silver uccisa il 7 ottobre 2023 durante l’attacco di Hamas nel kibbutz di Be’eri.
Qualche giorno fa, riordinando le mie carte, mi sono imbattuto in una vecchia intervista che avevo fatto con Moshe Kantor, presidente dell’European Jewish Congress. Argomento del nostro colloquio: l’antisemitismo in crescita in Europa e nel mondo. Kantor esprimeva la preoccupazione per un fenomeno antico che, una quindicina di anni fa, appariva di nuovo nelle nostre strade, tanto che “i luoghi di culto e di istruzione devono essere protetti dalle autorità mentre sui media si moltiplicano le accuse allo Stato di Israele”. Vi confesso che un po’ mi ha sorpreso rileggere quelle parole. Perché ho pensato al recente incontro, nell’Aula Magna della scuola ebraica, con l’analista israeliano Lion Udler e con il docente italo-iraniano Pejman Abdolmohammadi, sul tema “Il nuovo Medio Oriente”.
Al termine di una vivace discussione, accolta con partecipazione e interesse dai molti presenti, al momento delle domande del pubblico, si è levata una voce che, in contrasto a quanto affermato fino a quell’istante, attribuiva alle azioni di Benjamin Netanyahu e del suo governo la recrudescenza di manifestazioni e atti anti ebraici. La discussione si era interrotta un po’ bruscamente perché l’intervento in questione non era formulato come domanda e aveva suscitato insofferenza tra i presenti. Quelle parole tuttavia mi sono rimaste in mente intanto perché mi sono chiesto se e come avrei potuto rispondere meglio e puntualmente. E poi perché ho continuato a riflettere sul loro significato: evidentemente erano il segnale di un disagio e comunque di un modo di sentire reale e condiviso da molti.
Eccoci dunque alla possibile risposta che, senza volerlo, Moshe Kantor mi ha suggerito grazie alle sue parole “antiche”. L’antisemitismo è un fenomeno che non ha nulla a che vedere con quanto gli ebrei (o Israele) fanno o non fanno. L’antisemitismo esiste perché è parte della cultura dominante in Occidente (di matrice cristiana) e in Medio Oriente (di matrice islamica). Quanto al resto del mondo, si tratta di fenomeni derivati da una parte o dall’altra a seconda delle alleanze e delle convenienze politico-strategiche e dunque interessano poco al nostro tema.
Altri prima e meglio di me hanno cercato di spiegare quest’odio che prosegue da duemila anni con momenti di maggiore o minore recrudescenza. Tanti, troppi dei nostri fratelli e sorelle hanno sofferto nei secoli senza aver fatto null’altro che esistere. Dentro di noi sappiamo che è così. Sappiamo tutti che non dipende da noi ma dagli “altri”. L’antisemitismo continuerebbe a tormentarci anche se Israele, per assurdo, cessasse di difendersi e, quindi, di esistere. Anche se al governo a Gerusalemme non ci fosse Netanyahu ma un esponente del centro o della sinistra. Come lo so? Intanto perché quando Kantor parlava dell’odio intorno a noi Bibi non era premier eppure la paura era diffusa comunque. Ma lo stesso ragionamento vale per le epoche precedenti alla nascita di Israele: cosa avevano fatto gli ebrei per suscitare tanta violenza contro di loro? Ricordate di cosa ci accusavano? Di essere i responsabili delle storture del capitalismo e, allo stesso tempo, di aver inventato il comunismo (questo in tempi recenti); e prima ancora di diffondere malattie e far sparire bambini cui cavavamo il sangue per “impastare le azzime”.
Non proseguo oltre. Sapete tutti di cosa parlo. E, credo, sia venuto il momento di affrontare con coraggio la realtà. Questo mondo ci odia per ragioni che, lo ripeto, non dipendono da noi. E non ha nemmeno troppo senso cercare di spiegarle: perché comunque continuerebbero a esistere dal momento che sono al fondamento delle civiltà che ci circondano. Non sta a noi emendarle, non sta a noi spiegare che il nostro diritto a stare su questa Terra così come siamo, per un Patto più antico del loro, ha valore in sé, è la nostra identità di popolo, di comunità che ha superato le prove più terribili da che esiste l’umanità.
Ci vuole coraggio, sì, ed è comprensibile l’angoscia che ci avvolge quando la temperatura si fa rovente intorno a noi. Ma è inutile rifugiarsi nel pensiero che noi – o qualcuno tra noi – sia in parte responsabile di tutto ciò. Non è così e cambiare per assecondare i nostri nemici non porterebbe alcun bene. Il 7 ottobre è lì a ricordarcelo. Così come la Shoah ottant’anni or sono. La sfida è immensa. Ma, tutti insieme, possiamo superarla.
