In questa doppia Parashà di Behar-Behukotai, il Creatore traccia un parallelo indissolubile tra il destino del Mondo e quello dell’Essere Umano, e tra il ruolo dello spirito e della materia. Siamo chiamati a comprendere che non esiste spiritualità senza un radicamento nel reale, né materia che non aspiri a farsi cielo. Il segreto dell’identità umana è custodito nel nome stesso dell’Essere Umano, “Adam”. Come spiegato dai maestri, questa parola vibra tra due polarità opposte: la Adam-ah (terra), la materia fragile e limitata seppur plasmata da Dio; e l’aspirazione spirituale più eccelsa: Adam-mè Laelyon, “sarò simile all’Altissimo”. Siamo l’unico punto dell’universo in cui il fango incontra l’infinito. La Parashà di Behar ci insegna a gestire questa tensione attraverso la Shemittah: la terra deve fermarsi ogni ciclo di sette anni. Apparentemente è una legge agricola, in realtà è una legge sull’anima. Un campo sfruttato senza sosta si impoverisce, così l’uomo moderno, che ha dimenticato il riposo e vive nel mito dell’efficienza, rischia l’inaridimento interiore. La Shemittah è una terapia del distacco dove lo strumento rimane in mano all’uomo e non ne diventa padrone: ci si riappropria della nostra stessa libertà e ci si libera dalla dipendenza da un mondo troppo veloce che ti trasforma in automa, servo della sua stessa creazione: come un idolo creato dall’uomo a cui egli chiede la salvezza.
Lo Shabbat, la Shemittà il Jovel è l’Anti-Avodà Zarà Moderna, ciò che permette al Golem di aiutare l’uomo, non facendo cadere l’essere umano nel rischio di identificarsi con l’essere d’argilla, dalla coscienza indefinita. Questo legame tra spirito e materia si approfondisce in Behukotai con la promessa della pioggia: “Io vi darò le piogge a loro tempo”. È straordinario notare che il termine “Gheshem” (pioggia) condivide la radice con “Gashmiut” (materialità). Questo non è un caso linguistico: la Torah non vede la materia come un ostacolo, ma come il luogo dove il Cielo desidera scendere. La spiritualità autentica non fugge dalla Gashmiut, ma la irriga e la trasforma. La terra da sola non vive; ha bisogno dell’acqua del cielo, proprio come il corpo senza la Neshamà. Per questo i Saggi collegano la pioggia alla Techiat HaMetim (resurrezione dei morti). Nell’Amidà diciamo “Mashiv HaRuach uMorid HaGhashem” subito prima di “Mechayè HaMetim”. La Ghemarà insegna infatti che “grande è il giorno della pioggia come il giorno della resurrezione”. La pioggia è una forma di rinascita: ciò che sembrava secco e finito sotto l’inverno interiore torna improvvisamente a vivere.
Tuttavia, la benedizione divina richiede un terreno pronto. Prima che un campo venga seminato, deve essere arato. L’aratura è un processo violento: la terra viene incisa, spezzata, capovolta. Vista dall’esterno sembra una distruzione, ma quelle ferite sono necessarie per accogliere il seme. Anche la nostra vita funziona così. Ci sono momenti in cui Hashem “smuove la terra” sotto i nostri piedi attraverso prove che lasciano crepe e segni. L’uomo pensa: “questa cosa mi lacera”, ma in realtà il Cielo sta solo preparando il terreno per trattenere e sviluppare il seme della Berachà (benedizione). Se Hashèm ti sta segnando, è perché sta preparando lo spazio per una salvezza più profonda. Questa crescita, però, non avviene per caso, e non è fatta solo di esperienze che “capitano”, ma si può riprodurre anche attraverso l’Amal HaTorah — la fatica dello studio e nel compimento delle Mitzvot. Lo sforzo è l’aratro del cuore e della mente. Quando studiamo con impegno, quando lottiamo per compiere una Mitzvà, tracciamo i solchi necessari affinché la “pioggia” della saggezza divina non scivoli via, ma penetri nel profondo della nostra Gashmiut. Essere Adam significa proprio questo: custodire la propria fragilità di terra senza dimenticare la propria grandezza di cielo. Siamo polvere, sì, ma una polvere nella quale il Creatore ha soffiato un’anima eterna capace di rifiorire dopo ogni inverno.
Shabbat Shalom
